C’è una certezza che adesso stringi
E non è l’Angelo
Non è un miracolo
Non è la mano del Signore
Sei tu
“Cuore di Tenebra”, BAUSTELLE
Non ho niente in mano. Fossi un’illusionista sarebbero cinque parole
sorprendenti, di più, sarebbero un sipario, avrei addosso gli occhi di tutti,
lucidi e pronti a stupirsi per la comparsa di un coniglio o di un mazzo di
fiori, magari di una colomba. Io preferirei i fiori. Rossi gialli e bianchi,
grandi e callosi, niente rose, niente verde. Le rose si sciupano e il verde
imbrunisce. Nei mazzi degli illusionisti le rose non ci sono mai, neanche in
quelli dei maghi da fiera. Perché si sciupano. Gli innamorati regalano rose
perché l’amore si sciupa. Lo sanno, mentono e sempiterni regalano rose.
Non vorrei mai ricevere un fiore così. Che è un monito. E poi sussurrare
che profumo che profumo e sorridere, emozionarmi un poco
dimenticando che le rose appassiscono e l’amore e le scarpe nuove e
altro ancora e che esistono i fiori di plastica e di stoffa che comunque non
rappresentano una soluzione. Specie per gli allergici alla polvere. Io dico
non ho niente in mano e mi guardo i palmi asciutti perché in questo
niente che stringo non riesco a tenere nemmeno un segreto. Tutte le volte
che mi sono coperta la bocca con una mano non sono stata in grado di
tacere. Tutte le volte che da bambina giocavo a Indovina dove tengo la
caramella, destra o sinistra, sinistra o destra, qui o qui, ho sempre ceduto
lo zucchero. Perdere è amaro. Non ho niente in mano e non so mantenere
un segreto. Il mese scorso, di mercoledì, ho incontrato un uomo e siamo
finiti a letto dopo una birra e quattro chiacchiere sconclusionate. Io ho
pagato la prima, lui la seconda che però era la stessa. Una chiara doppio
malto in un bicchiere che pareva e forse era una piccola boule per pesci
rossi. I pesci rossi spesso sembrano ubriachi, girano in tondo fino a
stordirsi e alle volte saltano fuori e finiscono sul pavimento. Capita poi
che qualcuno arrivi trafelato e non se ne accorga. Del pesce sul
pavimento. E ci scivoli e cada e muoia. Capita che qualcuno sbatta la
testa. Non si avveda dell’assenza del rosso nella trasparenza opaca
d’acqua e mangime. Sul pavimento di casa calpestato mille volte. E i
vicini sussurrino Doveva essere ubriaco. Invece era il pesce, ma non può
dirlo a nessuno, acqua in bocca, lingua in gola. Le boule se la intendono
con l’ubriachezza molesta e i segreti dovrebbero dirsi solo ai morti che
però non hanno niente in mano. Forse una moneta. O sotto la lingua?
Siamo finiti a letto insieme, e non mi era mai successo, una birra e un
uomo sotto le lenzuola, tutto nella stessa sera. Di mercoledì a casa mia e
alle undici meno dieci tutto finito perché mia madre ha chiamato per dirmi
Buonanotte tesoro, e io Anche a te mamma e lui Tua madre ti chiama
sempre a quest’ora e mia madre Chi c’è lì con te? E io Nessuno mamma
è la televisione. Lui ha sorriso abbottonandosi lentamente, come uno si
immagina faccia uno spogliarellista redento, illuminato di compiacenza e
misericordia come se per una donna di trent’anni fosse umiliante
confessare alla madre di tenere la televisione accesa con un film
credibilmente anni cinquanta. Quanti uomini domandano Tua madre ti
chiama sempre a quest’ora. Quest’ora quale? Tutte le ore sono delle
madri. Essere madre è come avere tutto il tempo. Poi se n’è andato e non
l’ho nemmeno accompagnato alla porta nel timore che pensasse a una
replica. O forse sono le donne a pensare che agli uomini interessino le
repliche, che siano esseri sessuali più che salottieri. Le reprises del sesso
sicuro e senza esiti. Se è sicuro è senza esiti. Se nelle pubblicità o sulle
scatole scrivessero senza esiti, nessuno comprerebbe più alcun tipo di
contraccettivo. Senza esito è così esiziale. Senza esito è esiziale. Ho
rassettato, messo in ordine, elencato gli oggetti accarezzandoli con gli
occhi uno a uno e spento la luce per riposare. E ho dormito. Da un mese
dormo come mai. Non ho niente in mano non so tenere un segreto e di
solito non dormo. Ci siamo rivisti in bar gli ho offerto una birra lui è
andato via dicendo Buona serata davanti alla tv. Non conosco bene gli
uomini ma mi stupisce che si comportino come donzellette piccate. O
forse è lui, e per questo l’ho invitato a casa, forse amo le donzellette
piccate, di qualsiasi sesso. Amo le donzellette piccate, coperte di trine
anche quando i merletti sono baffi curati e basette intarsiate e le molle
degli slip carioca e due orecchini e i capelli tagliati freschi. Che odorano
di campi e di falce. Ho spento la luce. Le madri hanno anche il tempo del
sonno. Controllano il sonno dei bambini, vegliano perché dormano
tranquilli e sognino miele e foreste incantate e non si bagnino la testa se
piove e non cadano nei burroni e non si grattino le bollicine che poi è
peggio. Una buona madre non comprerebbe un pesce rosso per il salotto
con il pavimento di marmo. Una buona madre non andrebbe mai a vivere
con un infante in una casa col pavimento di marmo. Un pavimento duro
per una testa vellutata e una creatura malleabile. Pensavo che non avrei
mai avuto bambini. Non che sia contraria, ma non credevo sarebbe
successo così, improvvisamente e senza pensieri, un mercoledì sera con
uno sconosciuto riottoso a qualsiasi contatto dopo una birra chiara
doppio malto. Devo essere incinta perché le mie mestruazioni sono più
precise delle passeggiate di Kant e se quella dei ponti di Konigsberg è
una leggenda questa non lo è. Ho le mestruazioni ogni ventotto giorni da
quando avevo quattordici anni. Che se uno pensa che quattordici è la
metà di ventotto non può che ritenere di portarsi dietro una precisione
cronometrica da fare impallidire qualsiasi tabella oraria delle ferrovie
tedesche o delle poste inglesi. Qualsiasi Holter. E ho un ritardo di sette
giorni che è la metà di quattordici e la quarta parte di ventotto. Ho
smesso di bere birra e mi sono ricordata di saper lavorare all’uncinetto.
Ho comprato un filo di cotone prezioso e composto un paio di scarpette
assai complicate. Sono andata in merceria e so bene che sarebbe stato
più semplice intrecciare una copertina o un centrino. Ma volevo le scarpe.
Un paio di scarpette per mio figlio. Se non posso fare la madre posso
almeno lavorare all’uncinetto. Scarpette rosse. Non importa che la strada
sia folle o rivoltosa e vorticosa. Nemmeno che sia un’ossessione, è
sufficiente che venga tracciata. Le scarpette rosse tracciano la strada del
mio bambino che si annuncia con un ritardo di sette giorni e un dolore al
seno e ai reni e un gonfiore come di bere eccessivo e con le tappe in
bagno. La gravidanza se la intende con l’ubriachezza molesta e
l’impossibilità di buttar fuori l’aria. Vorrei avvicinarmi alla donzelletta
piccata con la barba rada per dire che aspettiamo un bambino, che i suoi
contraccettivi rosa di fragola o cocomero o rosa di rosa ci hanno regalato
un ritardo che non è di treno o di una coincidenza qualsiasi o di un
cameriere al tavolo. Un ritardo di carne rosa. Ma non lo conosco e non so
cosa dirgli. Avere un bambino con una persona di sesso diverso è un
fatto che può capitare. Fossi un cuoco queste quindici parole sarebbero
la mia grande hors d’oeuvre, invece immagino di sedere sul divano di
fronte a mio padre e mia madre che di bambini se ne intendono. Ma non
gli sono capitati. Si sono sposati giovani e tutto il resto, con il mezzo pollo
al matrimonio di fine anni settanta e la torta mimosa a due piani e quattro
damigelle e le buste con i soldi e la culla in prestito, lei il cappello e la
borsa a sacchetto lui i pantaloni quasi a campana sulle caviglie e il
borsello e gli occhiali tredici pollici con le lenti variant. Potrei chiedere
mamma che fine ha fatto la mia culla, a che punto del giro dei prestiti si è
fermata. A quale grado di parentela. Così con tono shakespeariano e
postura barda, declamare Deh madre dov’è chiusa la mia culla? Serra
forse infanti tra le barre di contenzione? Fate atto di contenzione, madre,
vostro e della culla e ditemi dov’è, confessate adesso che poi sarà tardi e
l’avrò di già comprata! Mia madre riderebbe o potrei sorridere io e
semplicemente, una domenica a tavola, perché i pranzi domenicali sono il
crogiolo di tutte le ansie e le aspettative e le cattive sorprese mascherate
da novità. Mamma papà aspetto un bambino, che bello. Bellezza
senz’altre parole, bellezza senz’altro e una culla nuova ché ricordo
narcotica la mia verniciata a olio. Crema e cioccolata a pittura tossica.
Invece ancora qui in silenzio con un ritardo di una settimana che è metà
di quattordici e quarta parte di ventotto. Ho impiegato una notte a
confezionare le scarpette. Sono venute piene di nodi, mi giustifico Nodi
maya, per tenere conto dei primi passi del bambino con le manine tra le
mie, un passetto alla volta e lui che pretende di rimanere in piedi, punta i
piedi perché alzato può guardare più lontano. Fino alla boule col pesce
rosso che ritenendo sia troppo piccolo per scivolare e per evitare il salotto
ho esiliato sul mobile in ingresso. E invece mio figlio sa che rosso è
distrazione, d’altronde ha rosse le scarpe, e allunga le mani al pomello e il
pomello è sufficiente per barcollare la boule e capitolare il pesce. Indurre
ubriachezza coi marosi nei decimetri cubi di trasparenza torbida. È
sempre il mangime che intorbida. Prima solo in superficie, poi per gravità
dovunque e fino in fondo. Eppure è necessario. I primi passi, il pesce per
terra boccheggiante mio figlio che si abbassa per afferrarlo e modula con
le labbra minute prima una piccola o di meraviglia e poi una grande O di
fame e conoscenza. Mio figlio si china per mangiare il pesce rosso. Mio
figlio affoga col pesce che gli scodinzola le gengive nude mentre io fisso i
salvavita alle prese di corrente del bagno e del salone tranquilla perché in
ingresso non ci sono prese. Non ci sono prese urlo mentre mio figlio sta
gelido sul marmo. Sette giorni in ritardo anche qui, lo facessi oggi, invece
di aspettare che nasca e si strozzi, lo avessi fatto ieri notte invece delle
scarpette che tanto non gli impediranno di morire, sarei una buona madre.
Invece non è ancora nato e sono già inadempiente. Fosse femmina
recriminerebbe già. Le madri hanno tutto il tempo per crocifiggersi. Se
fossi una cattolica fervente potrei dire che questo è, che così ha da
essere, perché per una che ha dovuto vedere il proprio figlio crocifisso,
milioni per solidarietà si devono crocifiggere. In modo da bilanciare quello
lì col tempo e il sangue versato o buttato. Quel sangue. Buttare il sangue
significa arrabbiarsi, innervosirsi o affaticarsi, sforzarsi per rendere le cose
migliori. Le madri buttano il sangue. E anch’io adesso di notte con la luce
da tavolo accesa a pensare che ho un ritardo di sette giorni e non so
nemmeno come si chiama basette di Fiandra. Mi piacerebbe Alfredo, o
Alberto o Alessandro o Andrea, un nome con la A. Non so perché, ma mi
piacerebbe, e visto che non andrò mai a chiederlo e lui non verrà mai a
dirmelo posso immaginare quello che voglio e cominciare ad allenarmi
con i nomi. Di mio figlio so che domani mi farà buttare sangue ma oggi
non ho le mestruazioni. Non ho le mestruazioni da sette giorni. Consulto
siti, faccio test, compro giornali femminili, in Italia è impossibile sbagliarsi
perché non esiste il neutro e ho smesso la carne cruda. Viva o morta. Non
ho niente in mano non so tenere un segreto e non mangio carne cruda.
Ho detto questo a mia madre che ha chiamato per darmi la buonanotte e
risposto Sono incinta e lei Hai fatto il test? Mia madre non mi ha chiesto
di chi è e perché sto a casa anche se non ho la febbre. Non se ho
mangiato. Mi ha chiesto Hai fatto il test? Dovrò ricordarmi con mio figlio
di porre sempre domande che lui trovi inopportune. Con una buona
madre si è sempre fuori luogo. No mamma, non ho fatto il test, E come fai
a saperlo allora, Mamma ho un ritardo di sette giorni, Allora io avrei
dovuto essere incinta almeno trenta volte nella mia vita, Buonanotte
mamma, fai il test. È notte fonda e devo trovare una farmacia aperta, nella
speranza che non sia solo uno spaccio per medicinali di primo soccorso
e metadone, che in uno scaffale dimenticato abbia un test di gravidanza.
È una cosa da film, solo che dalla pellicola anni cinquanta sono passata a
una scena tipo Sundance o TriBeCa, oppure, già archivio, la sposa in tuta
gialla che prima della linea fatidica, della striscia reagente della vita, è un
killer spietato e poi solo paura, tanta paura con la sicaria orientale che le
punta una bocca da fuoco in mezzo agli occhi. Odio quando mia madre
mi chiede se ho fatto i compiti a casa. Stessa cosa. Me lo chiede prima
che io corra in giardino a rubare la papera al vicino o la rete da pallavolo
ai ragazzi del quartiere, odio mia madre che mi chiede se ho fatto il test
prima di festeggiare e domandare chi è il padre e come l’ho fatto e se non
come almeno quando. È notte fonda, non ho niente in mano non so
tenere un segreto e non ho fatto il test di gravidanza, forse se avessi
aspettato altre tre settimane, se io e le mestruazioni avessimo atteso
quattro settimane per presentarci in carne e assenza a mia madre lei non
avrebbe potuto opporci Hai fatto il test, invece adesso ha ragione. È notte
fonda e mia madre è nel giusto. Esco con la macchina e particolare
cautela, perché una donna nelle mie condizioni non può che pretendere
un attendente al passo. Ma non ce l’ho. Non ho niente in mano non so
tenere un segreto e non ho un attendente al passo. La croce verde della
farmacia si accende e si spegne si accende e si spegne e mi ipnotizza.
Vorrei leccarla come un ghiacciolo alla menta in una giornata estiva o un
bombolone pistacchio variegato cioccolato sempre. Entro. Suono per
entrare e trovarmi di fronte a un vetro blindato e oltre il vetro un ragazzo
che somiglia molto a basette intarsiate ma dice Sono Giacomo come
posso aiutarla. Mi dica che sono incinta Giacomo, mi guardi e mi dica
che aspetto un bambino. Ma taccio e mi preoccupo, batto i denti, ho le
borse sotto gli occhi e il viso pallido che se non vivi in un film di indiani
non dice nulla sulla tua identità ma molto sul tuo stile di vita, dice
eccessivo, forse Giacomo pensa che mi droghi, che voglia fracassarmi la
testa sul vetro blindato e stravolgergli il sonno per sempre. Ingiusto fece
me contra me come? Sul vetro blindato, ingiustissima. Io son colui. Sono
Giacomo come posso aiutarla, Vorrei un test di gravidanza. Giacomo
sorride come fosse il padre, io ansimo perché ho un ritardo di sette giorni
che è la metà improbabile di quattordici anni e la quarta parte altrettanto
di ventotto giorni. Giacomo dice Sono undici euro. Ed è allegro perché il
test è la vita, è come le vitamine. Prodotto da banco stipato di speranza.
Penso che undici non è nemmeno pari. Quanto costa un bambino. Madre
tirchia e tiranna. E non è nato. Un bambino costa più di un chilo di carne
macinata e non ne pesa che un grumo. Più della frutta fresca anche
immaturo com’è. Non dico niente a Giacomo, non dico mai niente a
nessuno e per questo è superfluo che non sappia tenere i segreti e
stringa tra le dita della mano destra le chiavi della macchina e nella
sinistra un test di gravidanza. Un parallelepipedo leggero e colorato in
modo affidabile. Vorrei fare il test in macchina ma non posso, dovrei
aspettare di arrivare nel bagno di casa. Che è lontana. Sono curiosa, ho
l’ansia da gravidanza che mi impedirà di continuare la mia vita, anche se
vorrei che qualcosa la impedisse, perché non ho niente in mano. Il
cellulare suona, mia madre vorrà sapere, finalmente savia, con chi ho
fatto questo bambino, ma non rispondo perché devo trovare un bagno.
Non ho niente in mano tranne il volante, non so tenere un segreto tranne
l’evidenza che mi sono portata un uomo a letto e che non conosco
questa zona. Ma c’è la corrente elettrica e le luci al neon sono migliori dei
segnali stradali. Freno, inchiodo, mio figlio punterà i piedi fino a quando
non avrà un’auto tutta sua. Con l’unica pecca che anche questa insegna
si spegne e si accende si spegne e si accende ma il senso è intermittente
e mi sento stupida a intendere a tratti. Entro nel bar del quale non sono
stata in grado di leggere il nome. Suono per entrare, dietro al bancone c’è
una donna con un bicchiere tronco conico. Non quello da martini, più
stretto, dentro c’è un liquido lattiginoso che forse è latte di cocco forse
vaccino, forse altro, chiedo un bagno, mi strizza l’occhio mi guarda le
mani e indica la porta in fondo. Col mento. Che stupida il bagno è in
fondo. Apro la scatola, leggo le istruzioni eseguo e aspetto. Il bagno è
lindo e maiolicato, mi sorrido nello specchio illuminato. Sembro
sott’acqua. Questa è la luce. Mi guardo nello specchio e nuoto. Manca
solo una boule col pesce rosso. Fossi a casa basterebbe andare in
ingresso per trovarla. E vuotarla. Fossi a casa il pesce boccheggerebbe
sul pavimento ma rimarrei ferma. Non ho niente in mano non so tenere un
segreto non aspetto un bambino e qui non c’è il pesce rosso. Ritardo è
un ritardo è un ritardo è un ritardo.