Nell’aprire la porta del palazzo si accorse della fitta penombra che c’era
nelle scale e rabbrividì di paura. Immediatamente portò la mano dietro la
schiena, alla cintura, proprio lí dove molti anni prima aveva sempre con
sé la rivoltella da guerra che gli avevano regalato a Mosca, e l’assenza
dell’arma lo lasciò senza fiato perché ebbe la certezza che lo avrebbero
ucciso. A tentoni sulla parete, provò l’interruttore della luce più volte
finché si rese conto che non funzionava. Evocò allora l’antico istinto del
guerrigliero, rimase immobile, rasserenò il respiro e guardò il buio fitto
senza timore. Poi fece due colpi di tosse e urlò, talmente forte che si udí
in tutto il palazzo:
-- Io non vi vedo uccidermi, bastardi. Ma neanche voi mi vedrete morire.
Avanzò con un braccio a proteggersi il viso e l’altro teso in avanti,
aspettandosi che gli comparisse di fronte il nemico, e cominciò a salire
un gradino dopo l’altro come se ognuno fosse l’ultimo, finché raggiunse
senza più angoscia il pianerottolo del secondo piano e con la mano
aperta battè sulla porta di casa in un fragore rabbioso. La porta era
chiusa a chiave, proprio come l’aveva lasciata quando era uscito il giorno
precedente. L’oscurità e il silenzio gli strinsero il cuore, ma in qualche
punto del piú profondo dentro di sé trovò il coraggio per infilare la chiave
nella serratura e poi ruotarla. Aprì la porta, entrò, la chiuse dietro di sé, e
poi se ne rimase lì, con gli occhi spalancati nel buio, in attesa di sentire la
prima pallottola proveniente dal passato attraversargli la carne. Rimase
così all’incirca due minuti, ma non accadeva nulla e, perciò, posò la
chiave sul tavolo, si tolse la giacca e la lanciò sopra una sedia, e infine,
senza preoccuparsi di accendere le luci, attraversò il corridoio fino alla
sala e si sedette su una poltrona adorna di teli tribali, con una sparata
secca e indispettita.
-- Me ne starò seduto qui tutta la notte – disse. – Venite pure a uccidermi,
quando volete.
Si chiamava António Ferraz e faceva l’infermiere nell’Ospedale di São
José e per via dei turni successivi non dormiva da più di trentasette
ore. E, in realtà, non c’era nessuno lí a ucciderlo. Era talmente esausto
che non avrebbe saputo dire se fosse mattina o pomeriggio, non
ricordava di aver camminato fino a casa attraverso le colline, né della
feroce luminosità del crepuscolo alle otto di sera, che era l’ora in cui era
arrivato al Bairro Alto, dove viveva, ed anche l’ora in cui si era risvegliato
dall’apatia. Per la verità, aveva avuto motivi per mettersi in allerta molto
prima di aprire il portone del palazzo e ritrovarsi inaspettatamente davanti
al presagio della penombra nelle scale. Giacché a mano a mano che
attraversava le viuzze strette del quartiere ancora sereno, aveva preso
coscienza delle file di soldati negri che lo salutavano solennemente
dall’altro lato delle sue angosce remote. A un certo istante del cammino,
un ufficiale con la barba lunga e lo sguardo vitreo e offuscato gli venne
incontro e gli comunicò: “Comandante, partiremo per la foresta appena si
alzerà la luna.” Lui non aveva detto niente e aveva fatto un cenno con la
mano perché non lo disturbassero più sino alla fine della vita.
Ormai in casa, seduto in poltrona e tentando di fugare i ricordi a forza di
sigarette al mentolo, udì le truppe che cominciavano a marciare verso
nord, udí un coro di voci cantare una rebita e infine udì lo stesso ufficiale
urlargli dall’intrico dei primi arbusti della selva: “Arrivederci Comandante.
Ci troviamo sulla sponda nord del fiume, fra un paio di giorni.” E dopo
ascoltò il silenzio impossibile della montagna africana, sulle cui pendici
scorreva ancora il sangue dell’ultima battaglia. Finché, a Lisbona, il
telefono squillò.
All’altro capo della linea, avvertì la voce di sua madre e si stupì che
fosse già domenica, perché era sempre in quel giorno della settimana
che telefonava. Lei gli spiegò che non era domenica e che, a ottantadue
anni, non aveva bisogno di giorni stabiliti per parlare con l’unica creatura
che le restava al mondo. António non disse altro e aspettò. La madre
riprese fiato e poi gli raccontò che si sentiva angosciata sin dalle prime
ore del mattino, senza saperne il motivo, e preda di una strana voglia di
parlare con lui. Per quella sua indole di indovina, aveva vagato in quel
mare di palpitazioni a catena con la certezza che stesse per accadere una
disgrazia. E tuttavia alla fine si era resa conto che la disgrazia che stava
per accadere era già accaduta e che tutto quello scombussolamento che
aveva in petto altro non era che un’eco distante di un altro tempo.
-- Domattina saranno ventitré anni che mi telefonasti piangendo – gli
disse. – Ti trovavi in Angola, sperduto nel mezzo della guerra, e io qui
a Coimbra, nello stesso luogo di sempre, senza poterti dare aiuto.
Dapprima pensai che fossi stato colpito, ma subito dopo mi sovvenne che
non ti sentivo piangere da quando avevi due anni e allora capii che c’era
stato qualcosa di più grave di una pallottola.
Lei fece una pausa, in attesa che il figlio dicesse qualche cosa, ma António
rimase in silenzio e lei riprese a parlare.
-- È solo un ricordo, lo so – disse. – Comunque sia, abbi cura di te.
Salutò la madre con poche parole e riattaccò. E in quell’istante vide il
capitano Elias Vieira emergere dalle ombre della sala, con il viso madido di
sudore, il braccio al petto per via della scheggia di una mina che per poco
non lo aveva ucciso e lì a masticare il tabacco di trent’anni prima; percorse
il pavimento zoppicando con la gamba sinistra, come António Ferraz lo
aveva sempre conosciuto, e inciampando in tutto, con un’espressione
di sgomento nel ritrovarsi in un soggiorno arredato in pieno altopiano
angolano. Sia pur nel buio, non c’era alcuna ipotesi che non sapesse di chi
si trattava.
Si conoscevano dal tempo in cui Elias era ancora uno schiavo nella
fattoria del padre di António ed erano diventati amici un pomeriggio in
cui il negro era stato punito dal fattore a quindici frustate perché andava
distribuendo propaganda rivoluzionaria fra gli altri schiavi. A quel tempo,
l’ingenuità di António Ferraz non gli permetteva di distinguere i ribelli
dalle altre persone se non per il colore della pelle, eppure il castigo gli era
parso eccessivo per un uomo solo e si era esposto in difesa del negro,
che lo aveva ringraziato, giorni dopo, lasciandogli davanti alla porta della
camera due libri che avevano finito per cambiare la rotta della sua vita: Il
Capitale, di Karl Marx, e una raccolta di discorsi di Lenin. Alcuni anni più
tardi, quando António Ferraz era rientrato a Luanda dopo un soggiorno
volontario nell’Unione Sovietica, dove aveva imparato a pilotare gli aerei,
insieme a tutte le raffinatezze dell’arte di organizzare una rivoluzione, aveva
incontrato casualmente Elias Vieira e la prima cosa che gli aveva detto
era stata: “Sono tornato, compagno. Ora la frusta cambierà di mano.”
Elias Vieira aveva ignorato volutamente la pelle chiara del suo vecchio
padrone ed anche i quattro secoli di tirannia e se lo era portato appresso in
guerra per le foreste di tutto il paese, e dovunque lo aveva presentato alle
truppe come il comandante Ferraz, appena giunto da Mosca, specialista
in operazioni di guerra ed esperto nella dottrina comunista originale. Da
allora, era diventato il suo braccio destro, il suo protettore più fedele nel
campo di battaglia e talvolta il suo confidente immobile. Fino al giorno
della diserzione segreta e solitaria del comandante. Perché dopo di allora
non si erano mai più visti, se non nei sogni.
-- Non è ancora il momento di sederci, comandante – gli disse il capitano
Elias Vieira dalle sue evocazioni involontarie. – Qua siamo solo in quattro
e il primo turno di sorveglianza stanotte tocca a noi due.
António Ferraz si accese un’altra sigaretta al mentolo e diede un’occhiata
di sfuggita al suo vecchio amico.
-- Ho fatto quasi quaranta ore di guardia in ospedale – esclamò. – E sono
più di vent’anni che non metto piede in Africa. Voglio pace.
-- E che facciamo con questa guerra, comandante?
-- Quale guerra, Elias? La guerra è finita.
Il capitano si mosse nelle ombre della sala e si accoccolò accanto ad
António Ferraz con un sorriso aperto.
-- Comandante, sai bene che questa guerra dura per sempre – disse. E
poi, senza fretta, aggiunse: – Ti aspetto dietro le rocce. Non dimenticare
l’arma.
Subito dopo si alzò e scomparve nelle brume del corridoio. Erano quasi
le dieci e António Ferraz si girò nella poltrona per dormire il sonno
arretrato, pur sapendo in anticipo che non ci sarebbe riuscito, giacché
malgrado avesse piovuto tutto il giorno sull’altopiano, l’aria notturna
stava diventando tiepida e pesante come una coperta di lana e le zanzare
cominciavano a pizzicare senza tregua. In lontananza, dalle parti della
cucina, udì le voci roche di due soldati che cenavano. L’odore forte del
grano bollito ed anche i vapori dolciastri dell’acquavite lo rianimarono.
Sentì l’urgenza di alzarsi dalla poltrona per andare a raggiungerli accanto
al fuoco, ma scacciò il desiderio con la mano. Li conosceva bene, quei
due. Si chiamavano Inácio Montenegro e Zeca Baião, venivano da
Benguela ed erano arrivati nel gruppo di guerriglieri tre mesi prima. Un
anno dopo, nel corso dell’ultima battaglia a cui aveva preso parte prima
di dileguarsi nella selva fino al Congo, li avrebbe visti morire, non molto
lontano l’uno dall’altro, con due pallottole precise del nemico.
E tuttavia li udì parlare con la massima chiarezza mentre cenavano in
cucina, e poi li udì accordare le chitarre e accennare qualche nota, e alla
fine non sentì più neanche il peso di quella nostalgia di folli e urlò:
-- Zeca!
-- Sí, comandante.
-- Suonatene una di Sofia Rosa.
E loro suonarono. E finalmente il comandante António Ferraz si rasserenò,
anche se per qualche breve istante. Sognò i malati dell’ospedale, che
entravano vivi da una porta e uscivano morti da un’altra, finché verso la
mezzanotte, scosso leggermente dalla mano del capitano Elias Vieira, si
destò dalla cullata di quella canzone interminabile.
-- Sono arrivati tre soldati con un prigioniero, comandante – gli disse il
capitano.
António Ferraz guardò l’altro attraverso il tempo e gli rispose dal profondo
della sua anima turbata.
-- Il prigioniero qui sono io – disse. – Lasciatemi tranquillo.
Il capitano Elias Vieira spiegò che non avrebbe desiderato altro nella
vita se non lasciarlo in pace, ma non poteva, giacché l’ordine veniva
direttamente dal presidente e c’era urgenza di eseguirlo. La missiva che
accompagnava il recluso era breve e talmente chiara che António Ferraz
l’avrebbe rammentata per il resto della vita: senz’altro motivo se non la
tenebrosa firma del presidente, il prigioniero doveva essere fucilato alle
prime ore del mattino. Il capitano stava per dire come si chiamava l’uomo
che avevano portato a morire, ma il comandante lo interruppe a tempo.
-- Ti proibisco di ripetere ancora una volta il nome di quell’uomo – urlò.
– Lo conosco da piú di vent’anni.
-- Molto bene, comandante. Ma c’è un’altra questione.
Allora António Ferraz allungò il braccio e accese la lampada che si trovava
sul tavolinetto accanto alla poltrona, una luce triste dilagò nella sala e
l’orizzonte della notte angolava divenne sfolgorante. Si alzò, ma si portò
appresso uno di quei teli tribali che coprivano la poltrona, per proteggersi
dai venti invincibili dell’altopiano. Fece un passo in avanti e i suoi occhi si
ritrovarono a un palmo dal viso del capitano Elias Vieira.
-- Non c’è nessun’altra questione – gli disse tirando un profondo sospiro.
– Lo so quello che mi dirai ora, ma ti rispondo subito che, quando
saranno le sei e quarantadue del mattino, io non pianterò un’altra
pallottola nella testa di quel disgraziato che è già morto una volta.
Il capitano Elias Vieira posò una mano sulla spalla del comandante e
strinse con affetto.
-- Lo so quanto è penoso, comandante – rispose. – Ma non c’è nessun
altro.
António Ferraz lo sapeva altrettanto bene del capitano che non c’era
nessun altro. I tre uomini che avevano portato il prigioniero avrebbero
mangiato quanto restava del grano bollito della cena e sarebbero tornati
al villaggio al di là della valle; Inácio Montenegro e Zeca Baião erano
ancora troppo pivelli per affidar loro quell’ordine terribile; e la mano
ferita del capitano Elias Vieira gli impediva di servirsi dell’arma con la
precisione funesta che il compito richiedeva. Non era stata la prima volta
che ammazzava un uomo, giacché aveva partecipato abbastanza a
conflitti armati per sapere che almeno uno dei proiettili che aveva sparato
aveva finito per centrare qualcuno. Era stata, però, la prima volta che
lo faceva contro un uomo indifeso. Rammentò la cantilena di frasi fatte
sulla rivoluzione, appresa a Mosca tanti anni prima, e avvertì il cuore che
palpitava alle direttive sull’esecuzione dei traditori, sui nemici-bersaglio e
sugli altri ostacoli all’attuazione della dottrina. Soprattutto, non capiva per
quale motivo lo obbligassero a uccidere di nuovo lo stesso uomo, ventitré
anni dopo, invece di lasciarlo in pace con quello che gli restava da vivere.
Tornò a sedersi nella poltrona, avvolto nella coperta, e spense la luce
diafana della lampada. Nel buio della sala, cercò la tranquillità perduta,
ma trovò solo il turbine da terremoto delle memorie. Ripetè allora lo
stesso lamento di prima.
-- Elias, lasciami tranquillo – disse. – Sono alla deriva in questo mare in
tempesta e l’unica cosa che voglio è arrivare alla terraferma. Lasciami
dormire la mia notte di oggi senza i ricordi di altre notti.
Il viso del capitano Elias Vieira apparve dal buio pesto come un angelo
miserabile.
-- Io lo vorrei, António – disse lui. – Ma lo sappiamo bene tutti e due che
per trovare pace è necessario morire.
Dopo, scomparve di nuovo nelle ombre della sala, ma António Ferraz lo
udì ancora aggiungere un consiglio inutile: “Riposa fino al sorgere del
giorno, comandante. Starò di guardia da solo.”
Il comandante si accese un’altra sigaretta, malgrado sapesse dal
profondo del proprio essere che ormai neanche il sapore aspro e
dolciastro del mentolo sarebbe bastato per fugare gli spettri del passato,
e tanto meno la certezza di quello che sarebbe accaduto nei primi minuti
del mattino. Le ore seguenti le passò tentando invano di conciliare il
sonno, poiché in ogni istante era turbato dai rumori invisibili della selva,
dal tuonare lontano del cielo, dalle sghignazzate di Inácio Montenegro
e Zeca Baião. Alle tre del mattino, vide passare un cane selvatico nella
penombra fra il televisore spento e la parete, e poco dopo udì con la
massima chiarezza la voce del prigioniero che recitava a salti delle
strofe di Arlindo Barbeitos alle nuvole dell’altopiano. Fu sul punto di
accompagnarlo in quelle declamazioni finali, ma considerò che farlo
sarebbe stato come darsi per vinto al ricordo sconvolgente di quel giorno
remoto. Si alzò e urlò:
-- Restate tutti laggiù in mezzo alla guerra. Stavolta io diserterò prima.
Si aggirò nell’appartamento come se non sapesse dove si trovava, in
cerca di un’uscita da quell’Angola antica, ma ben presto capì che le porte
erano chiuse per sempre fino al mattino seguente. Sicché avanzò sino
alla porta del bagno, dove il prigioniero era rinchiuso e si faceva animo
con le parole del poeta, deciso ad abbatterla per fare fuggire l’uomo
che un giorno era già morto, solo per non doverlo uccidere di nuovo. E
fu in un tale stato di agitata angoscia che il capitano Elias Vieira lo trovò
e lo circondò con un braccio perché si calmasse e tentasse di dormire,
mentre lui gli rispondeva dal profondo della sua esasperazione che era
proprio questo che più desiderava, ma che il colpo che avrebbe sparato
di lì a poche ore non lo abbandonava; e il capitano lo conduceva nel buio
con mille cautele, fra i sassi dell’altopiano e i mobili inglesi che lui aveva
ereditato dallo zio, finché lo fece sedere di nuovo nella poltrona e gli porse
la bottiglia di acquavite con cui soleva accompagnare le notti in cui stava
di sentinella, perché si riprendesse dalla tempesta. Il comandante bevve
senza protestare e sentì lo stesso ardore di quell’altro tempo scorrergli giù
per l’esofago e poi tornò a ripetere:
-- Lasciami tranquillo, compagno. Per favore.
Il capitano annuì con il capo, si alzò e zoppicando rientrò nel buio.
-- Verrò a svegliarti quando sarà ora – disse, prima di svanire.
António Ferraz rimase immobile nella notte africana del suo
appartamento, alle prese con quell’inquietudine vertiginosa.
Era ancora nella stessa posizione senza riposo quando, verso le sei del
mattino, il capitano Elias Vieira gli comparve davanti con un boccale di
caffè e un pezzo di pane secco. Lui diede un piccolo morso al pane,
bevve due sorsi di caffè e poi, sconsolato, gettò il resto a terra e sul
pavimento. Quando porse il boccale vuoto al capitano, questi gli restituì
la rivoltella, la stessa che gli avevano regalato nella capitale sovietica,
tenendola con le due mani aperte come se fosse una reliquia millenaria.
Lui vide l’arma e si spaventò. E tuttavia la prese e la posò in grembo.
-- È ora, comandante – decretò il capitano.
Lui guardò il vecchio amico, ormai privo di forze per continuare a resistere
a quell’irrimediabile duplicazione del destino e si alzò con la rivoltella
penzolante in mano.
-- Andiamo – disse. E avanzò nel buio, seguito dal capitano.
Zeca Baião li aspettava alla porta del bagno, ancora insonnolito per
l’albeggiare, rivelando una certa solennità nella postura del corpo.
Appena lo vide, il comandante gli smorzò tutte le illusioni.
-- Non vale la pena star lì con quell’aria da ministro – gli disse. – Quello
che accadrà ora è roba da iene. Apri la porta.
Il soldato non disse niente, abbassò lo sguardo ed estrasse dalla tasca
la chiave ferrugginosa che poi usò per aprire il lucchetto. Liberò il
chiavistello dalle catene e spalancò la porta. Là dentro, l’oscurità era
ancora più fitta e la presenza del prigioniero era appena percettibile dalla
sua voce che sussurrava alle piastrelle i versi di Barbeitos. Zeca Baião
entrò. E pochi secondi dopo ne uscì con un negro di due metri, le mani
legate e il sopracciglio sanguinante. Nessuno disse niente e il capitano
Elias Vieira fece cenno che lo seguissero, mentre i primi raggi del nuovo
sole cominciarono a diffondersi sull’altopiano. Camminarono per una
trentina di metri e poi si fermarono. Il capitano obbligò il prigioniero a
inginocchiarsi a terra. E da questo lato del tempo, mortificato da tutte
le parti dall’assalto dei ricordi, il comandante António Ferraz puntò la
rivoltella alla tempia destra dell’uomo e per la seconda volta nella vita lo
ammazzò con il colpo della sua sventura.
Poi, tremando, tornò a sedersi nella poltrona coperta di teli tribali nel
suo soggiorno a Lisbona, prese il telefono e fece il numero della madre a
Coimbra. Le lacrime cominciavano a scorrergli sul viso.