A parte un tavolo, una sedia e un vecchio stendibiancheria, la soffitta era vuota, il
sole invernale, che penetrava attraverso i vetri inclinati del lucernario, non emanava
alcun calore, ma gettava un sottile triangolo di luce sul pavimento, al di sopra del
quale la polvere volava in batuffoli simili a foglie. Sembrava irreale, senza tempo,
come se da lì si potesse accedere a un’altra dimensione.
Jakob si mise a un vertice del triangolo come in postazione di comando e toccò con
le mani il tavolo sgombro di fronte a lui. Sì. Lì avrebbe potuto lavorare.
Scese di nuovo le scale, entrò in soggiorno dove il gatto gli si strusciò alle gambe.
Bevve un sorso di birra dalla bottiglia, si piegò sulla foto, la guardò a lungo. In
effetti la casa delle bambole era visibile in ogni dettaglio. Prese carta e matita; la
lista si fece lunga. Scrisse «lampada», si interruppe: «tappezzeria», «vernice»,
«legno», «vetro», «scrivania», «accessori per il soggiorno», «letti». Era un vero
caos, la sua lista. Avrebbe dovuto riordinare il tutto e suddividerlo in fasi di lavoro,
«chiodi», «colla», «tappeto», «lacca», rifletté: un manuale di istruzioni, doveva
esserci sicuramente un manuale di istruzioni per simili eventualità, Come costruirsi
una casa delle bambole, o qualcosa del genere. Quindi: «ferramenta», «libreria»,
«negozio di giocattoli». Ancora una volta si rese conto di quanto amasse le cose in
fase di progettazione. Di come riuscisse a lanciarsi in ogni progetto come in un
lago profondo. Perfino in questo, anche se in realtà era stato solo per un capriccio
che aveva accettato di costruire alla nipote una casa per le bambole, forse perché
còlto alla sprovvista, visto che sua sorella di solito non gli chiedeva mai niente, e
se ne era subito pentito, era già talmente impegnato. Ma nel frattempo le cose erano
cambiate, nel frattempo Mona lo aveva lasciato, e lui non faceva che starsene con
le mani in mano. Quando al mattino aveva trovato la foto nella posta, e il biglietto,
mille baci e mille grazie in anticipo per il disturbo, tua Saskia, fu felice dei baci e
del compito che lo attendeva. In più aveva preso le ferie. In realtà sarebbero dovuti
partire in vacanza.
Osservò a lungo la foto. Saskia, sua sorella, desiderava per Annika una casa simile
a quella che possedeva da bambina. Aveva scattato quella foto alla sua casa delle
bambole con una macchina fotografica per bambini, c’era scritto anche
nell’appunto, ma nella foto non si vedeva soltanto la casa, dietro, nella stanza, c’era
una bambina sconosciuta, una bambina di forse cinque anni. Doveva essere
un’amica di Saskia. Era un po’ sfocata. Davanti, l’immagine era più nitida. Sì,
doveva essere una compagna di giochi di Saskia, quella bambina col naso all’insù,
con un ciuffo dritto di capelli biondi sparsi in tutte le direzioni, tagliati a non più di
due centimetri di lunghezza, che all’esterno sfumavano verso il bianco per poi
dissolversi immediatamente nello sfondo; sembrava che le radici dei capelli non
fossero nella pelle del cranio, ma all’estremità opposta, nell’aria. Ma quello che
colpì maggiormente Jakob fu lo sguardo, era uno sguardo inquieto che sezionava
ogni cosa, non sembrava né essere rivolto alla fotografa bambina, né tantomeno
scaturire da un mondo infantile, scivolava via noncurante, come se la stanza dei
giochi e l’amica fossero soltanto un’abile illusione. Come se ci fossero delle
immagini interne, tatuate sulla retina, molto più significative da osservare. Solo a
fatica riuscì a staccare gli occhi dalla bambina. Lì accanto si poteva distinguere con
precisione la casa delle bambole, ogni singolo dettaglio, perfino la piccola lampada
nel soggiorno. Saskia aveva ragione, con quella foto poteva orientarsi bene. Alzò
gli occhi e si guardò intorno, la stanza sembrava immensamente vuota rispetto alla
figura, rabbrividì, aveva ancora nelle orecchie la voce di lei, il modo in cui gli
aveva detto addio, meccanicamente, freddamente, è una decisione definitiva, una
cosa del genere non l’aveva mai detta, mai, nonostante i molti litigi, non era una
frase di Mona. Anche l’andarsene via era atipico, non era mai corsa via, neanche
solo per spaventarlo. I capelli le volavano indietro come un velo nero: aveva
davanti quell’immagine, eppure le sensazioni non riuscivano a farsi strada fino a
lui.
E tanto per fare qualcosa, salì in soffitta, andò a guardare il potenziale luogo di
lavoro. Poi andò in libreria e al negozio per il fai da te.
Smise di contare i giorni da quando Mona se ne era andata. Si rintanò nella sua
nuova occupazione come in una nicchia all’interno del tempo. Gli piaceva stare in
soffitta, nel triangolo di luce e polvere; l’odore di segatura e colla gli ricordava le
lezioni di lavori manuali, molto tempo prima. Con il righello tracciava sul
compensato sottili tratti a matita, le tavole grandi le aveva fatte tagliare, i lavori di
precisione li faceva da sé, in scala 1:12 l’altezza tra i piani andava dai 220 ai 250
millimetri, montò prima un piano e poi il secondo, e quindi li incollò uno sopra
l’altro, gli sembrava di avere le mani più grandi del solito, più abili. Segare.
Limare. Incollare. Misurare. Beveva birra o vino o whisky, e non pensava a niente,
i primi due giorni ascoltò la radio e accarezzò l’idea di portare su il televisore, ma
poi lasciò perdere, aveva bisogno di pace, non per riflettere, semplicemente di
pace, per starsene in pace. I giorni si fondevano, fuori albeggiava tardi e faceva
buio presto, un’apocalittica giornata invernale si susseguiva all’altra, dentro, alla
scrivania, Jakob aggiungeva alla struttura grezza della casa per le bambole scale,
tappezzeria e parquet, rifletteva su come suddividere la casa. Oltre al soggiorno
progettò un salone per le feste, una camera da letto per i genitori, una camera per i
bambini, bagno, cucina e anche una stanza di musica. Era dominato da una serie di
sensazioni sconcertanti, disordinate, che dopo poco gli lasciavano un leggero
stordimento. Si sentiva come una volta, quando da bambino si ammalava di
influenza, era un’appagante sensazione di mancamento.
La mattina, dopo colazione, faceva una passeggiata, tornava a casa con una
bottiglia di vino, mezzo pollo e del pane, e le altre cose che gli servivano per
arrivare in fondo alla giornata non erano molte e divennero sempre meno di giorno
in giorno. Mentre faceva colazione leggeva il giornale e ascoltava la radio, una
volta si sintonizzò per caso su un programma che parlava di un museo dei
giocattoli, scoprì che uno dei pezzi di maggior pregio della collezione era la casa
delle bambole della principessina inglese Mary, o meglio la ricostruzione della sua
antica tenuta, risaliva agli anni Venti del secolo scorso. La gigantesca casa delle
bambole, disse la cronista, riproduceva fedelmente l’intera corte della regina, c’era
addirittura l’acqua corrente e la Rolls Royce funzionava davvero. Si chiese se la
principessina Mary fosse poi diventata una persona realmente felice, e per un
qualche motivo pensò di sì. La sua ambizione fu stimolata, anche se per la nipote
non era certo necessario un simile sperpero, bastava che la sua casa delle bambole
fosse accogliente. Giocando deve imitare il mondo degli adulti, aveva detto Saskia.
Ma lui pensava che si sarebbe resa conto fin troppo presto di quanto le case in
realtà fossero fredde.
La sera andava spesso al cinema, a vedere i blockbuster al Cinemaxx, era un altro
modo per distrarsi. L’unico lato negativo era ritornare a casa da solo. Percorreva il
corridoio come se dovesse insinuarsi in una tenaglia aperta: sulla sinistra il disegno
surrealista del M.A.G.G.I.O., con gli animali che lo fissavano da un bosco
paradisiaco, sulla destra la Madonna india dallo sguardo serio, che era così simile a
Mona. Persino allungare la mano verso l’interruttore della luce non era più un gesto
scontato. Poi rimaneva sveglio fino a tarda notte, toccava le cose che lei aveva
avuto fra le mani fino a poco tempo prima, spianava la pagina piegata della guida
TV, scuoteva la confezione aperta dei cornflakes. Non riusciva a decidersi a buttare
via niente. Non faceva che girare per casa, finché non cadeva stanco morto sul
letto. La cosa più bella era realmente quel lavoro da fare nella soffitta, non aveva
niente, ma proprio niente a che vedere con tutto il resto. Una bambina si
immaginava sicuramente che il mondo degli adulti fosse meraviglioso.
Nel pezzo grezzo della tromba delle scale piantò i chiodi per il piano del
pavimento, a un centimetro di distanza dallo spigolo esterno. A un tratto credette di
avvertire un rumore e scese in fretta di sotto, forse era tornata, forse si stava
togliendo le scarpe… ascoltò attentamente: nessuno. In casa c’era il più completo
silenzio.
Udì il dolore come un suono distante, uno scricchiolio e un crepitio, come fuoco o
ghiaccio. Prese la bottiglia di vino rosso lasciata a metà, bevve un sorso, poi salì di
nuovo i gradini della scala a chiocciola, quella sera voleva incollare la scala laterale
esterna della casa, così il giorno dopo sarebbe stata asciutta e solida.
Quando un giorno telefonò Saskia – era tardo pomeriggio, forse addirittura sera –
la sua voce sembrava provenire da un altro mondo: «Come va? – Ti sei ripreso, in
che senso, che vuoi dire, va meglio? Devo passare da te?».
«Ma Jakob, lo sento da come parli. Dì un po’, hai bevuto? Ascoltami bene. Vengo a
trovarti».
«No», disse a voce così alta da superare lo scricchiolio, «mi aspettano per una
birra».
Lei tacque. Aveva mentito male. Avrebbe voluto raccontarle della gioia che provava
quando lavorava alla casa delle bambole, ma era una cosa che non riusciva a
spiegare.
«Ti chiamo tutte le sere…».
«Cosa? Non preoccuparti se non rispondo al telefono. Vuol dire che ho bisogno di
stare solo».
La seconda settimana apparve la bambina. Se ne stava con gran naturalezza
nell’angolo buio e più lontano della soffitta, poi fece un passo avanti nel sole
invernale, diritto verso Jakob. Avanzò dallo sfondo piatto, che dava nel marrone.
Era facile capire che si trattava della bambina della foto, aveva quello sguardo
irrequieto, febbrile, che gli scivolava addosso, come se il viso di Jakob non fosse
stato altro che nebbia, o un riflesso, comunque non degno di maggiore attenzione.
«Ciao», disse Jakob. Pensò: sto impazzendo. La fissò finché gli occhi non
cominciarono a bruciargli vicino ai bordi delle palpebre. I contorni del corpo
oscillavano in un alone biancastro. Che si trattasse di una creatura di luce lo aveva
pensato fin dal primo istante, ma poiché veniva dal buio la chiamò la bambina delle
ombre. Ammirava quel suo non-essere-ancora-persona, quell’abbinamento di
innocenza e sapere, e subito quei contorni indefiniti suscitarono in lui la
preoccupazione che presto potesse sparire di nuovo. Doveva fare qualcosa, dire
qualcosa, almeno pensare qualcosa – qualcosa che la trattenesse lì. Ma non riusciva
a muoversi, né fisicamente né spiritualmente, era paralizzato, e poi, d’un tratto, lei
fece un passo indietro con la naturalezza di un ospite che saluta e se ne va. Jakob
avrebbe voluto alzare una mano, ma non ci riuscì. Le ombre inghiottirono
completamente la bambina.
Ebbe l’impressione di aver sudato eccessivamente, ad ogni modo aveva la camicia
umida. Ma adesso riusciva di nuovo a muoversi senza problemi, spalancò la
finestra e si rese conto di quanto fosse forte l’odore di vernice nella stanza,
com’era stato bello poco prima, notò che ricordava soprattutto i grandi occhi blu
della bambina, che erano circondati da una ghirlanda di ciglia bionde, fissò
l’angolo della stanza rimasto vuoto, era successo tutto così in fretta, non si sentiva
troppo bene, fece qualche passo, fumò, e poco a poco, con il placarsi di quel senso
di nausea così terreno, impoetico, ordinario, capì che doveva considerare la
bambina come un ricordo estremamente plastico, prodotto dalle esalazioni,
probabilmente era stato vittima dei suoi stessi barattoli di vernice. Che singolare
trovata da parte dei suoi sensi, sfornare proprio una bambina del genere, e benché
fosse consapevole di questo sperava in una nuova visita. Gli era piaciuta.
Il mattino seguente Jakob si sentì più che mai rinvigorito, per la prima volta da
quando Mona se ne era andata.
Decise di uscire di nuovo per fare acquisti, presto avrebbe comunque dovuto
arredare la casa delle bambole. L’auto era ricoperta da un sottile strato di ghiaccio,
lo raschiò via, i suoi passi spaccavano la superficie nevosa mentre si aggirava lì
attorno, respirava l’aria invernale, che aveva un sapore metallico, come una
medicina, ed era così fredda che addormentava sia la bocca che il naso.
Guidava lentamente, quaranta chilometri orari nella zona residenziale e poco di più
in città, era in vena di chiacchiere, conversava mentalmente con la bambina,
raccontò che immaginava la camera dei genitori color blu cobalto, la camera dei
bambini giallo sole, lungo le scale avrebbe appeso dei quadri minuscoli, allegri, dei
paesaggi. Ammesso che in commercio si trovasse qualcosa del genere. Che te ne
pare? Pensi che si trovi qualcosa del genere in commercio? La bambina taceva, ma
lui sapeva che stava ascoltando. All’entrata, muovendosi in mezzo al trambusto,
non avvertì il rumore e nemmeno la ressa, era come se lui e la bambina corressero
fianco a fianco su un’ampia distesa deserta. È vero che era troppo distratto per
continuare a parlare fra sé e sé, ma sperava comunque che la sensazione di non
essere solo perdurasse e che la bambina gli rimanesse accanto. E in effetti, in
mezzo ai padri e alle madri nel reparto giocattoli, si sentiva padre almeno quanto
gli altri, con mano sicura afferrava stufe, vasi di fiori, scrittoio, letti, tappeti, piante
da appartamento, c’erano perfino libri e tostapane in miniatura, spuntò
accuratamente tutte le voci della sua lista, trovò molto più di quanto ci fosse scritto.
Solo quando fu il momento di scegliere una famiglia di bambole non riusciva a
decidersi, che ne pensi, chiese a mezza voce, allora, che ne pensi? Visto che lei
rimaneva in silenzio, scelse una famiglia di quattro persone, senza i nonni, dove
tutti avevano capelli neri e grandi occhi grigi o screziati di blu, e di cui faceva parte
anche un cane. L’elemento decisivo che determinò la scelta furono i nomi di marito
e moglie, scritti su una targhetta che avevano appesa al collo con un nastro, Nora e
Aron, gli piaceva quella consonanza, la possibilità di un rovesciamento, erano due
nomi stranamente simbiotici. Le bambole vennero incartate una per una e messe in
una scatola. Sorrise pagando. Che ne pensi dei nomi Nora e Aron?, chiese alla
bambina mentre tornavano con la scala mobile al pianterreno, dove si trovavano i
passaggi verso il parcheggio, non pensi che siano straordinari?
Al parchimetro una donna gli rivolse la parola: «Jakob!». Inizialmente la cercò
nella sua testa, quindi appurò che si trovava di fronte a lui, completamente reale,
neanche un po’ fluorescente. Era la sua vecchia compagna di università Sara
Bennert, una delle cinque ragazze che frequentavano i corsi di ingegneria; poi
aveva conosciuto un collega ed era andata a vivere con lui, aveva comunque finito
gli studi, ma non aveva mai esercitato una professione. Si conoscevano
superficialmente e quando si incontravano chiacchieravano di cose senza
importanza, ma adesso non ne aveva nessuna voglia: «Sara, scusami, ho fretta.
Magari ci sentiamo per telefono».
«Ah, va bene. Sembri così – spossato…».
«Mona e io ci siamo lasciati».
«Oh, mi dispiace… ma abiti ancora nella vostra casa? Devi andartene da lì,
cambiare tutto» disse con una faccia da strega del malaugurio, specializzata in
separazioni: non brutta, ma funzionale. Le labbra erano grandi e rosse, i capelli
erano color legno chiaro, l’esatto contrario di Mona e per niente il suo tipo. Non mi
trasferisco, pensò. In fondo è sempre casa mia.
Non appena l’ebbe salutata dimenticò l’incontro. Al volante si sentì le mani fredde,
riuscì a malapena a girare la chiave di accensione, fumò avidamente una sigaretta,
le luci scorrevano via davanti ai suoi occhi stanchi. A casa, preparando del caffè
forte, raccontò alla bambina come aveva conosciuto Mona, com’era giovane, come
corrispondesse perfettamente al suo ideale, poi, tra i singhiozzi, raccontò di come si
erano trasferiti lì, tempo prima, e di quel senso di estraneità che a volte nasce fra
gli innamorati e a volte no, sai, fra noi è nato. Era così cambiata. Jakob stava
sudando, forse il freddo che aveva sentito in auto preannunciava un’influenza. Più
tardi fece un bagno bollente. Mentre si rivestiva notò che la sua pelle era diversa
dal solito, ricadeva flaccida sulle ossa del bacino e delle cosce, quanto si poteva
dimagrire in un mese scarso, era sorpreso. Sai, dovrei bere meno.
Ormai non usciva di casa per giorni interi, mangiava quello che era rimasto nella
dispensa o nel congelatore, prendeva continuamente nuovi piatti e bicchieri dalla
credenza, avevano davvero una quantità intollerabile di cianfrusaglie, osservò. A
volte si stupiva ancora di quante telefonate arrivassero, ma la scena dell’azione si
era già spostata da molto tempo, la pelle era il confine, ed era dentro che si
svolgevano i fatti. Ma tutta quella gente non poteva certo saperlo.
Da quando aveva iniziato il dialogo con la bambina, o meglio quel monologo a lei
rivolto, non c’erano più state interruzioni. Jakob non avrebbe mai pensato di avere
così tanto da raccontare, a volte parlava addirittura della sua infanzia, lui, che non
aveva mai tenuto in gran conto quella serie di bugie irrimediabilmente sentimentali
che altri mettevano in piazza e chiamavano la propria infanzia, ma adesso si
trattava di qualcosa di diverso.
Il suo corpo cominciò improvvisamente a giocare alla guerra e alla pace con lui.
Avrebbe giurato che tutto gli stesse franando dentro, che stesse tentando di
cambiare forma senza riuscirci.
Nei periodi di guerra era come paralizzato, passava metà della giornata a letto per
poi alzarsi e svolgere assurde cerimonie di addio. Sistemava in scatole di cartone le
cose di lei che erano ancora in giro, e le portava in cantina e dalla cantina
nuovamente di sopra, tagliuzzava le fotografie e poi le rincollava, si leccava le dita
e si accarezzava, si faceva ingrossare il pene ridicolmente floscio e morbido,
mentre teneva gli occhi chiusi e immaginava Mona, per la prima volta se la
immaginava in momenti del genere, solo adesso, in sua assenza, faceva veramente
l’amore con lei. A volte le premeva bruscamente la testa sul membro morbido,
«Avanti», diceva, «Dai, avanti», lei lo prendeva in mano, in bocca, giocava con la
pelle scura, grinzosa del pene, che si chiudeva appena sopra il glande, faceva
scivolare la pelle bianca sulla carne rosso chiaro, lui sentiva le vene gonfiarsi, lo
spazio si restringeva nella mano di lei, la stretta si faceva più robusta, e dopo un
po’ la faceva sdraiare, si sdraiavano insieme. Una volta, quando lo sperma
lattiginoso e appiccicaticcio si era già riversato fra i peli del pube, sentì la bambina
ridacchiare da un angolo della stanza, e imbarazzato si tirò su i pantaloni. Simili
momenti di umiliazione segnalavano la fine del periodo di guerra.
I periodi di pace erano molto più brevi. Nei periodi di pace prendeva il telefono,
inseriva la spina, ascoltava un paio di chiamate registrate sull’apparecchio
lampeggiante, cancellava quelle che non erano per lui e chiamava in ufficio, dove
aveva chiesto altri giorni di permesso per malattia. A volte riusciva addirittura a
prendere decisioni – decisioni avventate, intuitive, che poi sperava si rivelassero
giuste. Versava interi barattoli di cibo nella ciotola del gatto; lasciava messaggi
registrati a Saskia dicendo che stava meglio; cercava di riprendere un minimo il
controllo su quello scompiglio, ma esauriva rapidamente le energie, voleva
rientrare nella sede della sua sofferenza, ritirava la testa come una tartaruga, in
certo qual modo si ripiegava in dentro. Sentiva il dolore in modo diverso, era come
se si fosse talmente intestardito nel proprio dolore, che questo si era trasformato in
un paesaggio a lui familiare. Lì anche le cose più semplici gli erano facilmente di
conforto, ogni respiro gli sembrava un successo. Ordinava da mangiare da Asia
Express, quando sollevava il foglio di alluminio gli balzava agli occhi un luccichio
di colori, ma quando assaggiava un boccone il sapore era così cattivo che lasciava
tutto lì. Cominciò a progettare un regalo di addio per Mona, costruì nella casa delle
bambole una sala verde, simile allo spogliatoio regale del castello di
Hohenschwangau, che avevano visitato durante il viaggio in Baviera. Quella sala
che era piaciuta tanto a Mona, benché non fosse sfarzosa come molte altre stanze
appartenenti al folle sovrano. Non utilizzò nessuno dei colori già pronti, ma
mescolò in una tazzina da caffè la speciale tonalità di verde di cui si ricordava, la
stanza brillava e splendeva, aveva un aspetto stranamente irreale rispetto agli altri
colori pastello e alle tonalità naturali predominanti. Lo vedi, diceva trionfante alla
bambina, lo vedi. Verde.
Sudando espelleva gli eccessi di alcol e i sintomi dell’influenza, solo molto
lentamente la sudorazione si ridusse, divenne più arido nell’insieme, anche la sua
bocca divenne più arida. Forse era questo il motivo per cui parlava meno con la
bambina. Di notte faceva sogni enigmatici, pareti di materiale gommoso che
aderivano al suo corpo, che diventavano letti, celle, bare, teste che sorridevano
oltre i vetri delle finestre e piangevano se le guardavi di sbieco. Gli sembrava che
somigliassero a una lugubre famiglia.
Le sue fantasie su Mona si facevano sempre più cupe, mentre tutta la sua tenerezza
si riversava sulla casa delle bambole. Insomma, cosa avrebbe voluto da lui, che
altro pretendeva? Si vendicò sul suo gatto, che comunque gli si era attaccato
troppo, e lo portò con sé in soffitta. Aprì la finestra e cercò di spingerlo di sotto, ma
non ci riuscì; si aggrappava alle tegole con le unghie. Chiuse la finestra: non
l’avrebbe più fatto entrare, nemmeno se continuava a miagolare in quel modo.
Poi un giorno si ritrovò Sara Bennert alla porta, con l’aria imbarazzata e una coda
di cavallo che le oscillava sulle spalle; l’aveva completamente dimenticata.
«Come vanno le cose?», chiese lei. Fu schietto e alquanto insolente: «Bevo. Dormo
– a volte. Raccolgo la sua roba e la spedisco all’indirizzo di sua madre, dove
probabilmente si è rintanata. Tagliuzzo le foto e le rincollo…». Prese fiato. Si
faceva pena.
Visto che nonostante tutto non se ne andava, divise con lei il suo ultimo Single
Malt, e la donna cominciò a raccontare. Parlava come un libro stampato – solo che
parlava di sé:
«Avevo sempre la sensazione di avere abbandonato l’università per causa sua e
probabilmente glielo facevo capire attraverso messaggi subliminali. D’altra parte la
colpa non era tutta mia. Inoltre aveva una relazione. Mona aveva una relazione?».
«Non lo so. No, penso di no». Era stanco, e lei era venuta per aiutarlo, da lasciata a
lasciato. Senza tante cerimonie iniziò a spogliarsi. Lui contemplò il suo corpo
nudo, color legno, le spalle, dove si notava a malapena il passaggio dai capelli
castano chiaro alla pelle, e la fissò un istante di troppo perché lei potesse
interpretarlo come un complimento – come quando si esprime gioia per un regalo
solo dopo un attimo di imbarazzo. Ma vedendo che lei continuava ugualmente a
sorridere e spalancava addirittura le braccia, sentì che la violenza gli si stava
accumulando dentro come un temporale, e le sollevò di colpo le braccia spalancate,
e la strinse in modo da poterla penetrare a fondo; il viso di lei era contorto in una
smorfia di dolore, lui distolse lo sguardo, guardò di lato verso la parete. Vide la
bambina e vide che sogghignava. Chiuse gli occhi e girò di schiena il corpo che
aveva davanti, per verificare se Sara Bennert gridava quando le faceva del male.
Lei piagnucolò.
«Credo che tu non sia ancora pronto», disse con voce offesa, forzatamente neutra,
quando più tardi bevvero insieme un altro bicchiere di vino. «Ma quando lo sarai –
chiamami, d’accordo?».
«Stammi bene», disse lui.
Quando se ne fu andata, aprì la finestra, guardò il cielo invernale blu metilene,
come se Mona adesso fosse morta e la sua anima girasse come una trottola lassù
fra le nuvole.
Alla fine mancava solo la luce, l’impianto di illuminazione, i puntini sulle i.
Doveva infatti installare le lampade e, sul retro, collegare i cavi delle varie luci e
allacciarli al trasformatore. Provò a unire tutti i fili su un unico quadro di
distribuzione, ma non ci riuscì, gliene servirono diversi. Con del nastro adesivo
fissò i cavi sciolti che penzolavano in giro e gli scivolavano fra le dita. Quando
alzò gli occhi ebbe una visione vaga, sfocata della bambina, e intuì che si trattava
di un annuncio di addio.
«Bella, vero?», domandò, ma la bambina tacque e nemmeno lui aveva più molto da
dire, collaudò con cautela ogni singola lampadina, per vedere se faceva luce,
toccando i poli solo per breve tempo, perché i sottili cavetti non si bruciassero in
caso di corto circuito. Funzionava, e per un attimo ebbe la sensazione che quel
circuito elettrico funzionante creasse al tempo stesso un collegamento fra il suo
corpo e la bambina.
La casa era diventata piuttosto grande, si ergeva con singolare sontuosità, alcune
stanze sembravano quasi sovraccariche, perché Jakob non ne era mai soddisfatto.
Nel soggiorno si trovava un caminetto con accanto una catasta di minuscoli ceppi
di vera legna, sul comò della camera da letto c’era una sveglia alta un pollice. La
prima cosa che saltava agli occhi era l’abbondanza e la perfezione. Ma la seconda
era la vita che trasudava dalla casa, le bambole all’interno sembravano vive quanto
persone reali. Jakob mostrò alla bambina che la parte anteriore si poteva aprire,
indicò alcuni particolari delle stanze, tappezzeria a piccoli motivi, vasi di plastica
con fiori minuscoli alle finestre, addirittura tende di stoffa, mise Nora e Aron a
sedere nella sala verde e i bambini nel giardino sottostante, dove potevano giocare
col cane, guarda, disse, e insieme osservarono. Adesso la bambina sorrideva in un
modo che a Jakob risultava familiare, quasi come se ritrovasse il proprio sorriso in
quel viso infantile, e forse anche una traccia del sorriso di Mona, ma no, disse, non
voglio figli, lei doveva accettarlo e basta, e se è questo il motivo per cui se ne è
andata, che si accomodi pure. Adesso non aveva più niente da fare, sfiorò i barattoli
di vernice, erano freddi come il ghiaccio, con le unghie ne grattò la superficie, un
po’ qua e un po’ là, e lentamente la stanchezza delle ultime settimane gli si diffuse
in tutto il corpo. Si alzò, vacillò, riusciva a fatica a separarsi dalla sua opera, tanto
era perfetta. Osservò la piccola lampada. Si sentì potente. A lungo se ne rimase lì, a
lungo ponderò le proprie decisioni, erano tutte giuste, pensò, le gambe gli si erano
intorpidite, rimanendo in piedi prese di tasca un pacchetto di sigarette, ne fumò una
e poi un’altra ancora. Rimaneva lì come se avesse messo le radici, e la bambina
che non aveva voluto da Mona scomparve nel suo angolo. Gli piaceva, ma ormai se
ne era andata di via, ed era giusto così. Jakob provò un senso di quiete che non
credeva più possibile: il momento perfetto. Ma uno scampanellio lo strappò al suo
raccoglimento, andò alla porta e la aprì di colpo. Alla porta c’era Mona col viso
stravolto dal pianto, fece un passo indietro quando lo vide, lui abbassò gli occhi e
si guardò, la camicia gli ciondolava dai pantaloni, vide le ossa del bacino che
sporgevano come gusci, e la invitò a entrare, con un cenno della mano che arrivò
con troppo ritardo per sembrare un gesto di riconciliazione.