Federico Pischedda

Diario


Sono nato il 14 di agosto.

E questo per un adolescente può diventare un evento terribile. Più clamoroso della caduta del muro di Berlino o dell’ eliminazione dell’ Italia dai mondiali, un’ apocalisse, tipo che il Bologna vince lo scudetto o la fine del mondo. Tutto ciò perché non potrò invitare a casa nessun compagno di scuola, sgranocchiare salatini in salotto, fare briciole sul tappeto e rutteggiare davanti alla tv; no, ma ad agosto, io con la mia famiglia, ci arrostiamo al sole come aragoste metropolitane. Andiamo al mare, noi.

Estate 1990. Avevo quasi tredici anni. E non avevo mai baciato una ragazza. 

 

Giro la manopola della radio.

"Un'estate al mare, voglia di nuotare!", scimmiotto ebete il balletto di una vecchia hit. Ma mma scende da casa portando giù valigette, valigie, valigioni mi urla agitata dai prendi, mentre mio padre s’ accalora fuori dalla Uno rossa, il braccio teso sullo sportello, guarda in silenzio che le operazioni siano fatte ad arte; poi, mentre sballotto un valigione nero nel bagagliaio, si avvicina, farfuglia qualcosa e ce la mette lui, la valigia ad arte. Partiamo.

In città la calura svapora in nervosismo e arrendevolezza, così che chi ci passa  agosto, lo vedi ciabattare sotto i portici che pare un fantasma vivente.

“..per vedere da lontano gli ombrelloni oni oni!!”.

 

 

Il mare.

Quest’ anno hanno preso un appartamento con noi, gli zii. Da un paio di giorno stanno al mare. Sono anni che non li vedo.

Appena arriviamo ci accolgono con sorrisi e bibite fresche. La serata passa piacevole, a quanto pare. Racconto del viaggio, antefatto catastrofico,  domande preferite o preordinate.

“Beh, come è andata la scuola? Ti hanno promosso?” fa zio Luca.

Che manco finisco di rispondere che afferma “ guardale. Sempre a giudicare. Donne!”

E mio padre ride e starnutisce, mentre la zia inacidita dà picche. Mah.

Vanno a perlustrare la casa, le donne, mentre lo zio si appoggia alla ringhiera del  terrazzo, sproloquia con mio padre qualcosa. Qualcosa da uomini, s’ intende. Abbassa la voce, borbotta chi sa ché che quando ritornano, le donne, balbetta a voce alta “sai qua ci rilasseremo eh, caro Mario”.

Ceniamo fresco. Vado a dormire. Cammino per il corridoio. Passo davanti ad una porta semi aperta. Guardo. C’è un sapore di, di … primavera e cose di ragazze. Poster, un diario, il manifesto, il manifesto del partito comunista, i CCCP. La camera di mia cugina, Jenny. Sono da 4 anni che non la vedo. Deve essere cresciuta.

 

E’ incredibilmente incredibile!

Sarà mezzo metro, che dico: un metro, ma no!

 

Diamine! Un metro e mezzo in tutto il suo splendore e brillantini: dimenante, la più bella triglia che abbia mai pescato, strascica il vecchio, orgoglioso.

 

Non ho mai visto un pesce diverso da un bastoncino impanato, io. Tutti i ragazzini del bagno si sono avvicinati al signore con la barba bianca. Svetta, panciuto e severo, con l’ aria di chi  ne ha fatto di cose, lui, mica come noi ragazzetti d’ oggi, mezzo addormentati e piagnoni.

Affonda nella sabbia, passando a fatica tra i ragazzini. Scortato da un coro di facce d’ acne e dai loro fratellini con secchielli e costumini rossi, è la rock star del momento. Sentenza, mezzo dialetto, mezzo italiano, un qualcosa di definitivo, sì- sì fa il ragazzetto biondo, mentre lui, il vecchio, scompare mansueto oltre gli ombrelloni.

Wow. Chi sa come ci si sente, come deve essersi sentito, ad essere la star, il corpo su cui nipoti rimbecilliti dalla pop music rivestono poteri mitici, leader, boss: il guru del bagno “Lo struzzo”.

Lo invidio.

 

Salgo all’ ombrellone. Commenta qualcosa e si stravacca a leggere il giornale sportivo all'ombra, mio padre, mentre mamma si distende al sole io riparto per il bagno asciuga col pallone, appena in tempo per sentirmi dire “ma aspetta dove vai Rino, che sei chiaro- chiaro!” così mi spalma la crema sulle spalle, sul naso, in fronte. Mi piazza in testa un cappellino verde con scritta “Ferrovie dello stato”. “E non togliertelo!”.

Perfetto.

 

Dal molo si vede il mare. Ci passo per un attimo, solo per un attimo. Una barca di pescatori sta in acqua. Sola, ondeggia, aspettando benedizioni e pesce.

Me ne torno a casa.

Domenica 3 agosto 1990.

 

 

5 agosto

 

“Ciao” dico.

Perché esito? Nascondermi. Partire, partire per qualche luogo lontano e non tornare mai più. La Patagonia, ecco! Mi schiva, veloce scende le scale. Tà, tà, tà: ciabatta forte, ciabatta forte come il mio cuore.

Ma dove sta la Patagonia?

 

A scuotere quello stato di dormiveglia prolungato in cui sono caduto, come il raffreddore di mio padre che non passa mai, è stato un evento fuori dalle speranze dei miei piccoli sogni di libertà e discorsi al mare.

 

Ore 10. Per una gastrite- gastrica torno a casa. Ognuno s’è perso per i giri suoi: zio Luca pare dovesse fare commissioni impronunciabili, infatti non l’ ha detto a nessuno dov’ è andato; i miei sono al mare, la zia pare dovesse partire un giorno per la città, così che ha detto a mia madre se la poteva accompagnare. Sono rimasto solo con mio padre ad aragostarmi sotto il sole, in silenzio. Mi è venuta un mal di pancia tremendo, sono tornato a casa, e ad aragostarsi sotto il sole, è rimasto mio padre, solo e in silenzio.

Passo per il corridoio.

Prima di collassarmi in bagno mi faccio prendere dal desiderio di sentire fresche delicatezze e margherite e zan! Tutte da cogliere. Entro in camera di Jenny.

Apro la porta, delicatamente, con la colpa che mi sorveglia. Sono colpevole, sì! Colpevole di abbracciare cuscini estivi, e oli e creme nutrienti al miele e costumi da donna stesi sul  letto e immaginare, immaginarmi lei.

 

Entro in camera: zan!

“ Chi cazzo sei!?”

C’è un tipo che sta fermo che mi guarda.

“Nessuno, ero venuto perché” entra margherita, cioè Jenny, nuda! Ma nuda in tutto il corpo eh!

“Ma come cazzo ti permetti piccola zecca parentale”.

Ecco: questa è mia cugina Jenny. Era da 4 anni che non la vedevo.

E’diventata più alta. In tutto il corpo.

 

 

8 agosto.

 

La vacanza è una palla.

Al mattino spiaggia fino alle 12, poi il sole brucia; a sera fino alle 18, massimo, poi si va a casa. Di sera la passeggiata, attraversare via Certosa, svoltare a destra, 100 metri, l’ Arco, poi dritti fino a Rosy, coppetta  due gusti fragola e limone, quattro passi sulla passeggiata, due chiacchiere, chi fa da sé fa per tre! Un incubo. Non so se resisterò.

La vita degli adulti pare scandita dalla tappe obbligate di un tour operator invisibile.

Le passeggiate, i monumenti, bei panorami da guardare seduto su un divano, enormi cartoline tutte uguali da spedire con francobollo da L 8 e 50. E in quel perimetro ogni azione si può compiere, è mondo, è normale, è bene; al di fuori, semplicemente, non c’è.

 

Ma a chi le dico, queste cose? Il mare non mi può sentire. Mentre stiracchia un’ onda,  sformandosi in mille gocce. O forse sì? Ha un’ anima il mare?

Vedo turisti e ragazzi svagare, un tipo fuma una sigaretta dopo l’ altra, ha capelli corvino, una maglietta bianca sporca di vino.

“Sei.. sei..sei scappata eh” vocia, grida a quello spazio oltre i nostri occhi, dove c’è silenzio e sole che scompare.

“Sei scappata” grida al mare. “Ma a me” continua, traballando un po’ sul suo piede metallico, stoppandosi: pausa, annuvolandosi nel discorso mentre sfarfuglia bisbigliare e rimpianti, dice “cosa stavo dicendo?.. l’ ho dimenticato, l’ ho” e si butta in spiaggia a sonnecchiare ricordi, fino a sera tardi.  

Ma perché tutti si rivolgono al mare? Ce l’ ha l’ anima, il mare? E i turisti inglesi? E se sì, se è vero che il mare un’ anima ce l’ ha, i miei genitori, sono pozzanghere?

 

E Jenny? Boh, sarà a formicare, pomiciare, slinguazzare, smack- smack: saliva e lussuria al gusto di Big Bubble , a riparo dai miei occhi occhialuti.

Mah. Nessuno risposta mi spetta.

 

 

10 agosto

 

Calma piatta anche qui.

Dal molo i ragazzi si tuffano, fanno a gara piroette scoordinate, commentano ad ogni atterraggio, eh, ha spanciato! Classificandosi nell’ olimpiade tuffi della storia del molo, bello! Il mare li accoglie a sé come fosse la Gran Madre di quei corpi magrolini e divertiti. 

Non fa distinzioni. Anche se sei uno spione?

Intanto quelli continuano a fare le loro. Al bar, appena dietro di noi, musicano con casse da 2000 w malinconia.

“ Il mare d’ inverno è un film in bianco e nero visto alla tv“. Il mare, qui di fronte a me, non sembra preoccuparsene.

Da dietro agli scogli, ciabatta nervosa Jenny. Appena un dopo, il tipo le urla di aspettare.

Mi avvicino o la lascio andare?

Il telo d’ acqua viene spaccato da 100 kg a bomba in splash. Poi si ricompone.

Lei sta s- ciabattando verso casa.

Fare come il mare. Diventare molle, non farsi rompere dagli eventi, “ una lettera che il tempo sta portando via”.

“Aspetta Jenny” urlo. Mentre i pensieri, si dissolvono nella musica a tutto volume e nel pinzare delle pietroline incastrate sotto il tallone.

 

“Il tuo ragazzo ti chiamava” faccio

“ Non è il mio ragazzo”

Ah no? Torniamo a casa. “ Mare, mare, qui non viene mai nessuno a trascinarmi via”.

Mi parla di lui, dell’ altra volta, di cosa si prova quando uno ti dice qualcosa che non è vero.

Che per lei dare un bacio va bene, può darlo, ma spingersi oltre con uno così no.

“Così come?”.

“Uno che ascolta commerciale!“.

Poi mi elenca l’ indispensabile: i  CCCP, Pier Vittorio Tondelli, i viaggi in Grecia. Prendo appunti.

S-tartaglia la marmitta del Sì nero. Ta- ta- ta. Il boy ci affianca.

“Ti devo parlare” fa.  

“ Cosa c’è?”

“ Ti devo parlare. Sali”.

Ti prego non salire, ti prego, no. Tentenna un attimo.

“ Ci vediamo dopo. Ciao, Rino”.

Mi chiudo in camera. Luce spenta, pigio play, mi sbrando sul letto, chiudo gli occhi. “Sabbia bagnata, una lettera che il tempo sta portando via”.

“ E’ prontoooooo” urla mia madre dalla cucina.

“ Non ho fameeee” rispondo.

Si avvicina. Apre piano la porta, mia madre, fa “ma ti sei innamorato?”.

“ Cosa c’è?” dico svogliato e infastidito, girandomi dall’ altra parte.

E’ questo, il famoso amore? Cioè quello che ha fatto dannare Dante, Beatrice, Paolo, Francesca, Romeo, Giulietta e milioni di studenti svogliati appresso alle loro tresche?

Poesia, certo. Ma loro, tutti, l’ avevano una cugina come Jenny?

 

Ci passavano assieme l’ estate del 90? Quell’ estate imprevedibile e afosa, condividendo spazi e umori, fianco a fianco, divisi da un sottilissimo muro di cartongesso?!

 

 

11 agosto.

 

“Come barche che dondolano ma stanno sempre ferme” dico. E lei urla “eee bravo!”.

Infradito blu consumate ai bordi, scarpe da tennis bianche sul fermo, accanto a noi, seduti ai bordi del molo.

 

Di fronte c’è fila di barche una accanto l’ altra. Il mare. Si muovono sbatacchiando, inclinandosi verso sinistra, splah, sembra ridano.

Siamo soli, finalmente.

A questo punto potrei pure, volendo, lanciarmi in una dichiarazione d' amore.

Potrei, davvero! Certo e che..non è che mi manca il coraggio, quello a voglia che c’è e poi, anche se fosse e quella mi dicesse di sì, com'è che si fa un' avventura estiva? Cioè, le devo dire, facciamo una prova perché io non mi sento sicuro, così se va bene ci siamo, se no, no, non fa niente, finisce con una stretta di mano?

Cioè mi devo mettere in posizione e aspettare o deve aspettare lei, io, perché si aspetta che lo faccia io, perché sono il maschio io ma lei è più grande. Quindi?

Addio abbracci, carezze, sincerità e quel suo profumo di vaniglia?

Neanche per scherzo. E poi siamo mezzo parenti, ma come si fa!

 

“ A cosa stai pensando?” fa lei.

“Mah, niente di particolare”.

“Dai, non ci credo”.

“ Ti dico di sì”

“ Ma perché tu sei uno pensante!”

“ mah” rispondo “ mica tanto”.

Le dico che secondo me fuori è finto, artificiale. E’ una sensazione forzata nelle persone che le costringe a compiere azioni noiose, prendi i miei..

Lei si volta, guarda il mio profilo, fa “ di cosa stavamo parlando?” che io me lo ricordo proprio, ma dico  “niente di importante”. Rilancio un “ti sto simpatico?”

“ Perché me lo chiedi?”

“ Allora?”

“ Certo! Sei mio cugino!” fa lei elettrica dandomi un pugno sulla spalla.

“ Tra un po’ passa Andrea. Grazie per la compagnia. Ci vediamo a casa”.

“ Ciao”.

 

 

12 agosto

 

Caro mare. Forse, tu che non rispondi, che non parli la nostra lingua, tu che non hai figli ne amanti, forse sei l’ unico che ascolti. Ma ascolti tu, poi? E se no, tutte quelle persone che passano di qua, fermandosi al bordo del molo o in spiaggia di sera, cosa vengono a fare? Ma tutte quelle parole che uno pensa, tutte le parole silenziose che uno non dice, quelle trattenute, che uno stava per dire, quelle che dirà, caro mare, poi, che fine fanno, tutte quelle parole? Forse non fanno nessuna fine. Si riusano. Cambiano le intonazioni, i discorsi, le persone.

Hai capito com’è andata?

Comunque, torno all’ ombrellone. Dov’è? Non c’ era più.  Hanno preso le loro cose e se ne sono andati via, a slurpare gelati, le donne e lamentarsi che sono grasse, gli uomini a lamentarsi che sono ciccione. Mi avevano abbandonato. Solo, vagavo per la spiaggia.

Hai capito?

Si nasce e si muore soli. Anche d’ estate.

 

 

“Happy birthday to you”

“Non sei contento che è il tuo compleanno?” fa mamma con voce squillante che mi trapana il cervello. La mattina passa veloce. Torta, affari loschi di zio Luca con papà, doppi sensi, silenzi. “Ma perché non vieni con noi? Almeno sta notte!” fa Jenny.

Come cosa come? Almeno sta notte? Mi sono bruciato l’ estate in casa perché in questo punto nell’ universo nessuno mi considera, e ora, questa mi dice, “almeno sta notte!”?.

Se mangio del tiramisù, giuro che faccio una follia. “ Ci penso” rispondo.

 

In spiaggia ci aggreghiamo a dei tipi che Andrea, il ragazzo di Jenny, aveva conosciuto l’ anno scorso. Il cerchio delle parole viene scandito dal passaggio del testimone, pare che loro

non credano in niente , dice uno, troppi esercizi di elettrotecnica. Ridono.

La canna fa la rotazione dell’ universo: i tipi poi Luca, Giulio, Marina, Jenny e moi.

No grazie. Cosa? Scandalo.

Prendo da bere. Un’ ingurgitata di birra schifosa e mi sento … slurp. Ma dici davvero? Quanti anni hai?

Andrea fa il divertito, ha la bocca aperta, le pelle tutta tirata, scommetto che non hai mai avuto una ragazza. Ridono. Jenny sghignazza, strabuzza gli occhi, lucidissimi e rossi, mi si avvicina e dice, ma dai, è vero, è vero? Uno di questi prende la chitarra e comincia a scordare canzonicine melodiose: Battisti- Mogol e tutto un repertorio e canta giro. Fa il festivalbar in spiaggia, quel coglione.

 

Me ne vado a pisciare. Corricchio dietro la roccia grande, a riparo dai loro sguardi idioti.

Rino urlano, dove vai! Come se gliene fregasse qualcosa.

Qualcuno si avvicina ansimante, e per qualche equazione alcolica quell’ idiota di Andrea mi segue, allora mi giro di scatto e gli do un gran calcione nello stinco, tiè, carogna!

Un microbo di secondo.“ Stronzo!”. Jenny. C’è un punto di lacrima nei suoi occhi.

Prima di tornare dagli altri, mi insulta altre due volte.

Credo di averle fatto un male boia.

 

Passeggio sul viale, solo. Rutto, prendo una via sconosciuta.

Sui mattoni grigi ci sono cartelloni pubblicitari incollati, alcuni cadenti, altri del mese scorso, già vecchi, scoloriti, scorticati: c’è Vasco il 25, la sagra della piadina, pare che il Pci non esista più e poi nel tragitto mosso e sconclusionato si ferma una lancia delta integrale nera, di botto. Apre la portiera, scende una.

E’ bellissima, porta una minigonna scura, calze velate, tacchi a spillo, una maglietta aderente bianca che scopre un due meloni morbidi. Ha i capelli platino, lunghi fino alle orecchie come ..come...

 Si ferma sul marciapiede, poco oltre dove la macchina ha inchiodato.

Le dico qualcosa, non le dico niente? Mancano 8 metri prima che le passi accanto e passo, passo, lo so, passerò inosservato come un raffreddore in Norvegia!

Meno cinque metri, tre, due, uno. La sorpasso. E’ già lontana.

 “ Buona sera signorina” mi scappa la lingua.

“ Ma chi sei te, un cinno?!” dice, masticando nervosamente una cicles.

 “ sono un teen ager”

“ ahaaa, e allora è tutta un’ altra storia!”

“ ma lo sa che già alla mia età posso diventare padre!?”

“eeh allora stai attento. Vai a casa mo che è tardi”

“ Voglio..vorrei..andare a fare un giro con lei, signorina. Ho 5 mila lire”

“ Ma va la” e mi si china così che le sue labbra, morbide, carnose, soffici, profumate, rosse: è tutto un festival bar interiore: Notti magiche inseguendo un gol, Schillaci, i dribbling di Baggio, din don dan: niente, non c’è niente che il mio corpo peso piuma 1 e 50 per 55 abbia provato come questa sensazione di calda e tremolante beatitudine! Smack.

“Arrivederci”.

 

Il primo bacio della mia vita, che non sia quello di mamma, zie, nonne, parenti in generale e in particolare. Lo so bene che quelli non valgono, che non fanno classifica. Però, io, caro mare, avrei voluto abbracciarla, Jenny. Baciarla, qui, al molo. Avremmo fatto chi sa che discorsi, chi sa che notti. Te l’ avrei pure presentata. Te lo immagini? Ma credo che tu, caro mare, l’ abbia già conosciuta.

 

Domenica 14 agosto 1990.

 

“Ci nascondiamo di notte/ Per paura degli automobilisti / Degli inotipisti / Siamo i gatti neri /Siamo i pessimisti”.

Avevo 13 anni compiuti. E la vita, passava facile come una canzone alla radio.

“Come è profondo il mare”.