Ștefania Mihalache

I biglietti del sindacato


Porta la maglietta cinese con i pesci che la mamma le dà ogni anno

sulla strada per il mare. Ci sono pesci di tutti i colori, che Adeluţa1 non

ha mai visto sulle magliette degli altri bambini!

“I cinesi hanno roba buona”, dice mamma. Il viso e i capelli biondi

di Adeluţa sono rigati dai raggi del sole che scalda tutto il sedile

posteriore della Dacia. Adeluţa sonnecchia.

La sera precedente è rimasta sveglia fino a tardi perché mamma

ha fatto i bagagli per il mare e ha aperto tutte le ante dell’armadio

guardaroba, sia quelle in basso sia quelle in alto. Solo mamma può

metter mano al guardaroba, che è di una pulizia immacolata, e Adeluţa

è corsa subito ad avvisare papà che l’armadio è aperto, e si meraviglia

che non venga anche lui a vedere cosa c’è dentro. Dall’armadio sono

spuntati i vestiti di mamma – grandi corolle verdi, rosse, blu, con fiori,

foglioline verdi, ramoscelli – che per quanto tiri per la manica non ti

risponderanno mai perché sono come tante mamme senza volto.

La tua mamma, quella vera, è andata subito a lavarsi le mani. Adeluţa

ha fatto un passo verso la valigia aperta. “Vedi di non toccare niente!”

ha detto la voce di mamma dal bagno. Adeluţa ha sussultato e ha

fatto subito un passo indietro. Mamma è tornata e le sue mani sono

corse in alto e hanno cominciato a piegare i vestiti molto lentamente.

Sulla parete, alla luce del lampione sulla strada, le mani di mamma

sembravano degli animali venuti a mangiare o a seppellire uccelli

morti. La valigia ha ingoiato le ultime ombre degli uccelli e mamma l’ha

chiusa.

“Non dormi? Su che il mare è ancora lontano…”, dice mamma.

Adeluţa non ci crede che è tanto lontano perché, aguzzando gli occhi,

in fondo alla strada riesce a vederlo scintillare, fluttuare tra i lunghi

capelli neri di mamma e la nuca dai capelli corti ma sempre neri di

papà, come una lunga sciarpa blu che li unisce. Papà con la macchina

corre verso il mare ma a un certo punto arriva alla fine della strada o fa

una svolta e per un attimo la sciarpa scompare, le teste di papà e mamma

si separano e Adeluţa strizza di nuovo molto forte gli occhi e chiede:

“Papi, non vedi il mare lì di fronte, dietro quegli alberi?”

Papà guarda anche lui, strizza forte gli occhi e risponde:

“Ma sì, paperella, certo che lo vedo!”

La testa di mamma si gira di scatto.

“Basta con le stupidaggini, cosa volete vedere! Dormi Adeluţa, tesoro,

non dar retta a tuo padre!”

Poi, dal sedile di fronte, mamma le tende la mano. Adeluţa la prende e

si mette a fissare il cinturino dorato dell’orologio che dondola dal polso

finché le si chiudono gli occhi. Alle orecchie continuano a giungerle,

appena intellegibili, le parole che si scambiano mamma e papà: “Lascia

che anche la bambina si goda il viaggio”, “Ma perché la illudi?” “Meglio

che dorma sennò mi vomita in braccio come l’altra volta”.

Adeluţa sa che si è fatta ora di pranzo e sono arrivati al mare ma ancora

non apre gli occhi perché non c’è niente di divertente in vista. Starà ore

in albergo, nei corridoi scuri – mentre gli altri bambini passeranno con

le ciambelle blu intorno alla vita, pronti per la spiaggia – finché il signore

della reception non avrà assicurato a mamma che la cameriera passa

l’aspirapolvere ogni giorno e nella stanza non troverà né topi né cimici,

come le è successo una volta. Dopodiché mamma prenderà la chiave,

papà i bagagli e Adeluţa e andranno in camera.

“COOOSA?”

Adeluţa apre gli occhi di botto. Si è addormentata sulla valigia, nell’atrio

dell’albergo Mioriţa, come papà ha detto che si chiama lo scorso inverno,

quando hanno comprato i biglietti del sindacato. “Quest’estate andremo

al Mioriţa!”, ha detto. Biglietti del sindacato… Per Adeluţa il “sindacato” è

una specie di musica, come quella del teatro dei burattini, una specie di

banda che vende anche i biglietti per il mare.

Mamma sta alla reception, alta, coi pantaloni di velluto rosso bordeaux e

le guance quasi dello stesso colore.

“Ma noi non abbiamo biglietti per il pianterreno! Come sarebbe che

stiamo al pianterreno?!?”

Si volta bruscamente verso papà.

“Per la miseria, fatti sentire anche tu! Sono cose da pazzi! Abbiamo fatto i

biglietti quest’inverno proprio per non avere sorprese!”

Il signore della reception, in camicia bianca e pantaloni neri, la cravatta

nera sottile stretta al collo, alza le spalle. Poi dice a voce bassa, che

Adeluţa sente appena:

“Non possiamo farci niente, signora, sono arrivati dei tedeschi. È un

ordine del Partito.”

Mamma gli parla fitto e Adeluţa non distingue più le parole.

Ma con grande gioia vede che papà senza dire altro si gira, torna verso

di lei, la prende per la mano, afferra le valigie e insieme si incamminano

per il corridoio scuro. Si fermano di fronte a una porta che papà apre.

Adeluţa entra: la camera è fresca e un po’ scura; attraverso le grate della

finestra penetrano le grandi fronde verdi di un albero. Ci sono anche

dei passerotti che cinguettano a tutto spiano. Adeluţa si siede sul letto,

ascolta un poco e scoppia a ridere.

“Che c’è, micetta, perché ridi?”, chiede papà

“I passerotti fanno musica da sindacato.”

“Cheee? E questa come ti è saltata in mente?”

Papà si mette a ridere a crepapelle.

“Hai anche voglia di ridere, adesso?”

È la voce di mamma che entra in camera, si guarda tutt’intorno, apre

gli armadi, solleva le coperte dal letto, tira le tende e guarda in su,

esaminando gli angoli del soffitto.

“È umido qui, non vedi? Non resterò per far ammalare la bambina!”

I passeri tacciono, papà tace, Adeluţa tace. Vede la faccia di papà

contrarsi e diventare verde. Si avvicina a mamma e le si ferma accanto,

guardandola con la testa leggermente sollevata. Papà è un po’ più basso

di mamma.

“E che vuoi che faccia? La guerra al Partito? Vuoi che finisca in galera?”

grida sottovoce papà a mamma.

Adeluţa si è rifugiata sul davanzale della finestra. I passeri sono volati via,

quasi spaventandola. Dondola le gambe in dentro e in fuori, immaginando

che non siano le sue. Quando mamma e papà litigano, ad Adeluţa

sparisce una parte del corpo e quando fanno la pace con gran gioia la

recupera. Ma ora ha fretta di recuperare le gambe, che le servono per

correre in spiaggia.

“Ma quale guerra! Chi ti chiede di fare la guerra! Bastava dare qualcosa in

più a quel disgraziato e tutto si risolveva. Non sarà mica pieno di tedeschi

il Mioriţa. In corridoio non ne ho visto nemmeno uno! Morivi se gli davi un

pacchetto di Kent, qualche cosa, lì alla reception?!”

“Daglielo tu, allora, se sei così furba!”

Papà si è tolto i jeans e si è messo i pantaloncini corti.

“Forza, leprotta, andiamo in spiaggia!”

Adeluţa scende dal davanzale. Mamma e papà non hanno fatto pace ma

lei si è ripresa le gambe; dopotutto è un’occasione speciale.

Il Mioriţa è molto vicino alla spiaggia. Adeluţa e papà stendono sulla

sabbia il lenzuolo bianco. Gli angoli volano, spinti dal vento, e Adeluţa sta

per acchiapparli quando glieli toglie di mano mamma, arrivata poco dopo.

Adeluţa lascia il lenzuolo e corre più forte che può verso l’acqua che

l’aspetta così vicina, così blu e con così tanti strati, uno più alto dell’altro.

“Adela, torna indietro!” tuona la voce di papà in pieno sole.

“Ma non entro, guardo sooolo!”

“Torna subito qui che devi metterti la cuffia! Poi ti ho detto appena arrivati

che puoi entrare solo con papà e mamma, ché ci sono le onde alte.”

Adeluţa sbuffa ma torna indietro. Odia la cuffia da mare di gomma beige,

con i disegni rotondi in rilievo. Quando papà gliela mette in testa le si

appiccica alla pelle e alle orecchie e non sente più niente; è separata

dall’acqua e dalle conchiglie come se si trovasse dietro una brutta lastra

di vetro, senza possibilità di contatto. Papà le infila sotto la cuffia anche le

ultime ciocche.

“Ecco, così non ti bagni la testa e non ti raffreddi!”

Adeluţa corre verso l’acqua, orientandosi con difficoltà nel silenzio della

cuffia. È arrivata a riva, dove la schiuma delle onde le avvolge le gambe e

si ritrae lasciandole addosso dei disegni simili alle calze di merletto della

mamma. Solo che scompaiono subito e Adeluţa deve aspettare l’onda

seguente perché si riformino. Qualche volta corre incontro alle onde, ma

solo un pochino, per paura che la portino a fondo. Finora ha rimediato

cinque paia di calze di merletto bianche. Il record l’ha toccato l’anno

scorso, con trenta paia in una sola giornata! Papà si è addormentato al

sole, dimenticandosi di richiamarla sul lenzuolo. Se si togliesse la cuffia

solo per un pochino… potrebbe sentire le onde avvicinarsi da lontano e

indovinare che tipo di calze l’aspetta. Quelle più rumorose lasciano calze

più grandi e più spesse, che arrivano più in alto. Si toglie la cuffia: il mare

ulula, i gabbiani garriscono, intorno ad Adeluţa è tutto un mormorare, e la

voce di papà attraversa i mulinelli d’aria.

“Adela, torna qui per favore!”

Adela ritorna e l’onda le colpisce una sola gamba, lasciandole una calza

scucita, con l’elastico rotto, che le scivola giù sulla caviglia. Papà le toglie

dalle mani la cuffia bagnata.

“Perché te la sei tolta? Guarda, è tutta zuppa. Ora come fai a rimettertela

in testa?”

Adeluţa sta per dire qualcosa ma vede che mamma sul lenzuolo si è

avvicinata a papà.

“E dai, lasciala in pace, pure tu sei fissato con la testa bagnata!”, dice

senza alzare la voce.

“Che vuoi farci, ognuno ha le sue fissazioni!”, risponde papà sorridendo,

mentre si affretta ad asciugare la cuffia con un asciugamani.

“Muoviamoci, piuttosto, se vogliamo arrivare in tempo per cena!” Mamma

e papà, aiutandosi a vicenda, raccolgono il lenzuolo, gli asciugamani,

le riviste, la crema solare e si avviano fianco a fianco, con le mani molto

vicine. Adeluţa li segue, saltellando prima su un piede poi sull’altro.

Mamma entra per prima nel ristorante dell’albergo. Ha tirato fuori dalla

valigia un vestito in voile rosso, con la gonna svasata, e una piccola

borsetta nera. Alla luce al neon il rosso visto da vicino assume una

tonalità violacea, come il sangue rappreso di Adeluţa quando si sbuccia le

ginocchia. Papà legge alcuni cartoncini e mostra alla mamma il loro tavolo,

vicino alla porta dall’altra parte del salone blu con le pareti a motivi dorati.

“Ma come, stiamo qui, accanto ai tedeschi?”, chiede mamma

avvicinandosi al tavolo.

Papà alza le spalle.

“È un tavolo da sei. Mi sa che i tedeschi finiscono qui. O iniziano qui.”

Si siedono tutti e tre. Adeluţa si mette a giocherellare con un tovagliolo blu

di stoffa, piegato nel bicchiere. Le piace aspettare con mamma e papà. A

un certo punto sbucano fuori dal nulla un signore con una maglietta gialla

e i baffi neri, una signora in gonna jeans e maglietta blu e un ragazzino

castano, più grande di Adeluţa, che nonostante sia più alto sembra tozzo,

grasso e porta gli occhiali. Ha con sé un paio di pinne, di un verde che

Adeluţa ha visto soltanto sulle magliette straniere, ‘verde fosforescente’

come lo chiama papà. I tre si siedono alla loro tavola.

“Buona sera.”

“Buona sera”, rispondono mamma e papà. Mamma li esamina seria.

Adeluţa fa lo stesso.

“A quanto pare saremo vicini di tavola durante il soggiorno!”, dice

il signore con la maglietta gialla, guardandoli per vedere se sono

abbronzati. “Vedo che non siete qui da molto…”

Al loro tavolo arriva una cameriera con il gilet bordeaux, una cuffia bianca

e gli zigomi molto pronunciati. Posa dei fogli di carta di fronte al signore

con i baffi. Lui e la moglie li guardano. Dopo un po’ un altro signore

alto, sempre col gilet bordeaux, arriva con un vassoio e posa di fronte

a mamma, papà e Adeluţa dei piatti con zampetto di maiale e fagioli.

Adeluţa odia i fagioli e lo zampetto è pieno di grasso.

“I signori hanno scelto?” chiede la cameriera ai vicini di tavola.

“Sarebbero questi i tuoi tedeschi?”, bisbiglia mamma a papà.

“Cosa vuoi mangiare, Raineruccio di mamma? La coscia di pollo con le

patatine o l’arrosto con i funghetti?”

“Forse sono sassoni, hai sentito il nome del bambino?”, bisbiglia papà.2

“Ma che sassoni e sassoni, si vede lontano un miglio che sono olteni! Ma

si sono dati da fare e ora mangiano da tedeschi”, dice mamma in tono

perentorio.

Papà china il capo sul piatto e inizia a tagliare lo zampetto. Rainer posa le

pinne accanto alla tavola, vicino al piatto di Adeluţa.

“Me le ha mandate zio Gelu dall’America”, bisbiglia ad Adeluţa, “Sai dove

arrivo con queste? Fino alla boa!”

Adeluţa accarezza con le dita lo splendido bordo verde di una pinna ma

Rainer le spinge via la mano.

“Non toccarla, si rovina! Tu quanto vai al largo?”

“Io gioco a riva con le onde. Se vuoi ti faccio vedere.”

“Hahaha”, ride Rainer mentre la mamma gli ficca veloce in bocca un

pezzettino di pollo, “Che razza di gioco! Non hai delle pinne come queste?”

“No, ma ho una cuffia.”

“Guarda, Adeluţa, papà ti ha dato i bocconcini più buoni…”

Adeluţa scuote il capo. Non ha fame. È completamente girata verso

Rainer.

“Ah sì, e a che ti serve?”, borbotta lui mentre mastica.

“Povera bambina, è che non riesce a mangiare questa sbobba!”, dice

mamma allontanando il piatto.

Papà inghiotte a fatica.

“Dai che domani andiamo a un altro ristorante e mangiamo una grigliata.”

“Per non bagnarmi la testa”, risponde Adeluţa.

“Che classe fai?”, chiede Rainer qualche istante dopo con la bocca aperta,

schizzando Adeluţa con pezzetti di pollo e patate intrisi di saliva.

“Ah sì, e qui la pensione che la paghiamo a fare?”, chiede mamma tra i

denti.

“Comincerò la scuola solo in autunno”, dice Adeluţa a Rainer.

“E che ne sapevo quali erano le condizioni?”

“Ha ha, sei proprio una mocciosa! Io vado in quarta”, sputa Rainer verso

Adeluţa.

“Potevi interessarti, o lasciare che me ne occupassi io!”

“Tutti mi hanno detto che era buono.”

“Chi, quel morto di fame di Vasile? Tanto tu parli solo coi subalterni!”

“Mamma, guarda!”

La cameriera con la cuffietta si sta avvicinando al tavolo con tre coppe

colme di panna e frutta dai colori vivaci e, ohhhh, in cima Adeluţa vede

persino uno spicchio di arancia! La cameriera le posa davanti a Rainer e

ai suoi genitori. Rainer affonda subito il cucchiaino nella coppa e prende

proprio il pezzetto di arancia, immerso nella panna. Adeluţa vede tutto

sparire nella sua bocca.

“Ne vuoi anche tu?”, chiede Rainer.

Adeluţa fa sì con la testa. Rainer affonda il cucchiaino in cima alla coppa,

acchiappando un pezzetto di mela e un’amarena.

“Chiudi gli occhi e apri bene la bocca!”

Adeluţa obbedisce. Ma non succede niente. Il cucchiaino è scomparso

nella bocca di Rainer che ride a crepapelle.

“Hahaha, te l’ho fatta!”

Papà prende subito in braccio Adeluţa e chiama la cameriera:

“Sia gentile, vorremmo ordinare la macedonia anche noi.”

“Mi dispiace”, risponde lei alzando le spalle, “è solo per i signori tedeschi.”

“Cattivo, Raineruccio, non si fa così!”, dice la mamma di Rainer mettendo

qualche cucchiaino di macedonia su un piattino e porgendolo ad Adeluţa.

Mamma sta per rifiutare ma Adeluţa guarda il piattino e sospira.

Il papà di Rainer si liscia i baffetti e dice sottovoce a mamma, strizzandole

l’occhio.

“Signora, ma dico io, perché state a penare con i romeni? Una stecca

di Kent al ragazzo della reception e vi dà un biglietto da tedeschi e una

camera di prim’ordine, con la vista sul mare. Che numero di stanza

avete?”

Mamma si alza dalla sedia, senza guardare nessuno, neanche Adeluţa,

ed esce dal ristorante. Il vestito le svolazza dietro, come un’ala rossa.

Anche papà si alza, con Adeluţa in braccio.

“Buona sera e buon proseguimento”.

I tre fanno un cenno con la testa e Adeluţa, affacciata sulla spalla di papà,

li vede seguirli con lo sguardo masticando.

Arrivati in camera papà posa Adeluţa sul letto. Mamma esce dal bagno; si

è rimessa i pantaloni di velluto bordeaux, ha gli occhi rossi e un bicchiere

d’acqua in mano.

“Ti ringrazio! Siamo ridotti al punto che mi ridono in faccia tutti i miserabili

e mia figlia deve invidiare il mangiare altrui? In fabbrica sei un grande

dirigente e in vacanza stiamo peggio degli operai!”

“Ma se ti ho detto che ho cercato di parlare col tizio alla reception…”

“Solo uno come te poteva credere allo spauracchio del partito!”

Sul letto Adeluţa non sente nuovamente più le gambe. In compenso sente

il cuore batterle forte. Papà si avvicina a mamma con la faccia rossa e la

pelle che sembra pulsare.

“Uno come me, cioè?”

Mamma lo guarda un po’ dall’alto e scandisce lentamente alcune parole

che Adeluţa non capisce.

“Un uomo da nulla.”

Il palmo di papà si alza rapidissimo fino a sfiorare la guancia di mamma.

Si ferma lì, sopra la pelle, come non sapesse più che fare. D’un tratto

mamma scoppia a ridere forte. Sposta la mano di papà, si siede sul letto,

faccia a faccia con Adeluţa, e ride. Adeluţa si sforza di ridere anche lei.

Ride con mamma, sempre più forte. Papà guarda prima una poi l’altra,

con gli occhi spalancati. Prende il borsello dal tavolo, dà un bacio sulla

testa ad Adeluţa e se ne va. Adeluţa sente il rumore di una macchina

e corre alla grata della finestra. È la dacia rossa di papà che scompare

dietro gli alberi dalle chiome verdi, scure.

 

Adeluţa è in spiaggia sola con mamma. È nuvolo ma tutti sono stesi sui

lenzuoli come se ci fosse il sole. Adeluţa ha chiesto a mamma se può

andare in acqua e mamma ha detto un “sì” roco, guardandola apatica.

Adeluţa prende la cuffia e va verso la riva. Ascolta per un po’ i gabbiani e

i bambini gridare, poi sente il tonfo di un’onda che le arriva fino alle cosce,

lasciandole sulle gambe le più superbe smerlature di schiuma bianca.

Adeluţa prende la schiuma con le mani, la getta da una parte e si mette la

cuffia. Le onde si posano l’una sull’altra come dei cubi silenziosi. Adeluţa

sente qualcosa urtarle la guancia.

“Haha, ti ho trovato, mocciosa!”

Due pinne verdi fosforescenti circondano il viso di Adeluţa e in mezzo

a loro, dall’altra parte, vede la faccia di Rainer con la lingua di fuori. Il

piccolo pugno di Adeluţa saetta attraverso il tunnel verde e colpisce con

tutta la sua forza il naso di Rainer. Il suo viso si contorce orribilmente

e attraverso la cuffia Adeluţa sente le sue urla come se provenissero

da lontano, dal molo. Rainer le si getta sopra ed entrambi si rotolano

sulla sabbia bagnata della riva. Le conchiglie e le pietre graffiano

dolorosamente la pelle di Adeluţa. Rainer le ha tolto la cuffia e l’ha

scagliata lontano; ora cerca di tirarle i capelli. Adeluţa raduna tutte le forze

e gli tira un altro pugno. Poi lo graffia, lasciandogli un solco insanguinato

dalle sopracciglia fino al labbro inferiore. Rainer urla a squarciagola, si

alza e corre verso la spiaggia, chiamando la madre.

Anche Adeluţa si alza. Respira affannosamente. Intorno a lei dei bambini

costruiscono castelli di sabbia mentre i genitori chiacchierano più indietro.

Adeluţa cerca la cuffia. Se l’è portata via l’acqua; la vede galleggiare

sulle onde non molto lontano. Entra in acqua e va verso la cuffia. Non è

tanto brutto entrare da sola in acqua, anche se ci sono le onde. Sente la

sabbia finissima sotto le piante dei piedi. Con la punta delle dita sta per

raggiungere la cuffia. L’acqua è fredda ma via via che ti immergi ti abitui.

Un’onda allontana la cuffia. Adeluţa fa un altro passo. Stavolta la prenderà

di sicuro. Ma la cuffia si è allontanata ancora un pochino. Adeluţa va avanti.

 

 

 

 

1 La “ţ” romena si pronuncia come la zeta sorda di “azione”, quindi il nome della bambina si legge

“Adeluzza”. I diminutivi e vezzeggiativi femminili in “uţa” sono i più diffusi in romeno. [N.d.T.]

2 In Romania vengono chiamati “sassoni” gli appartenenti alla minoranza di lingua tedesca che

vive in Transilvania. Sono i discendenti dei coloni insediatisi nel XIII nella Transilvania sudorientale,

quando alcune migliaia di tedeschi e fiamminghi giunsero nel territorio (oggi romeno)

su invito della dinastia ungherese degli Arpad. Si ritiene che pochi venissero realmente dalla

Sassonia.