David Machado

La notte ripetuta del comandante


Nell’aprire la porta del palazzo si accorse della fitta penombra che c’era

nelle scale e rabbrividì di paura. Immediatamente portò la mano dietro la

schiena, alla cintura, proprio lí dove molti anni prima aveva sempre con

sé la rivoltella da guerra che gli avevano regalato a Mosca, e l’assenza

dell’arma lo lasciò senza fiato perché ebbe la certezza che lo avrebbero

ucciso. A tentoni sulla parete, provò l’interruttore della luce più volte

finché si rese conto che non funzionava. Evocò allora l’antico istinto del

guerrigliero, rimase immobile, rasserenò il respiro e guardò il buio fitto

senza timore. Poi fece due colpi di tosse e urlò, talmente forte che si udí

in tutto il palazzo:

-- Io non vi vedo uccidermi, bastardi. Ma neanche voi mi vedrete morire.

Avanzò con un braccio a proteggersi il viso e l’altro teso in avanti,

aspettandosi che gli comparisse di fronte il nemico, e cominciò a salire

un gradino dopo l’altro come se ognuno fosse l’ultimo, finché raggiunse

senza più angoscia il pianerottolo del secondo piano e con la mano

aperta battè sulla porta di casa in un fragore rabbioso. La porta era

chiusa a chiave, proprio come l’aveva lasciata quando era uscito il giorno

precedente. L’oscurità e il silenzio gli strinsero il cuore, ma in qualche

punto del piú profondo dentro di sé trovò il coraggio per infilare la chiave

nella serratura e poi ruotarla. Aprì la porta, entrò, la chiuse dietro di sé, e

poi se ne rimase lì, con gli occhi spalancati nel buio, in attesa di sentire la

prima pallottola proveniente dal passato attraversargli la carne. Rimase

così all’incirca due minuti, ma non accadeva nulla e, perciò, posò la

chiave sul tavolo, si tolse la giacca e la lanciò sopra una sedia, e infine,

senza preoccuparsi di accendere le luci, attraversò il corridoio fino alla

sala e si sedette su una poltrona adorna di teli tribali, con una sparata

secca e indispettita.

-- Me ne starò seduto qui tutta la notte – disse. – Venite pure a uccidermi,

quando volete.

Si chiamava António Ferraz e faceva l’infermiere nell’Ospedale di São

José e per via dei turni successivi non dormiva da più di trentasette

ore. E, in realtà, non c’era nessuno lí a ucciderlo. Era talmente esausto

che non avrebbe saputo dire se fosse mattina o pomeriggio, non

ricordava di aver camminato fino a casa attraverso le colline, né della

feroce luminosità del crepuscolo alle otto di sera, che era l’ora in cui era

arrivato al Bairro Alto, dove viveva, ed anche l’ora in cui si era risvegliato

dall’apatia. Per la verità, aveva avuto motivi per mettersi in allerta molto

prima di aprire il portone del palazzo e ritrovarsi inaspettatamente davanti

al presagio della penombra nelle scale. Giacché a mano a mano che

attraversava le viuzze strette del quartiere ancora sereno, aveva preso

coscienza delle file di soldati negri che lo salutavano solennemente

dall’altro lato delle sue angosce remote. A un certo istante del cammino,

un ufficiale con la barba lunga e lo sguardo vitreo e offuscato gli venne

incontro e gli comunicò: “Comandante, partiremo per la foresta appena si

alzerà la luna.” Lui non aveva detto niente e aveva fatto un cenno con la

mano perché non lo disturbassero più sino alla fine della vita.

Ormai in casa, seduto in poltrona e tentando di fugare i ricordi a forza di

sigarette al mentolo, udì le truppe che cominciavano a marciare verso

nord, udí un coro di voci cantare una rebita e infine udì lo stesso ufficiale

urlargli dall’intrico dei primi arbusti della selva: “Arrivederci Comandante.

Ci troviamo sulla sponda nord del fiume, fra un paio di giorni.” E dopo

ascoltò il silenzio impossibile della montagna africana, sulle cui pendici

scorreva ancora il sangue dell’ultima battaglia. Finché, a Lisbona, il

telefono squillò.

All’altro capo della linea, avvertì la voce di sua madre e si stupì che

fosse già domenica, perché era sempre in quel giorno della settimana

che telefonava. Lei gli spiegò che non era domenica e che, a ottantadue

anni, non aveva bisogno di giorni stabiliti per parlare con l’unica creatura

che le restava al mondo. António non disse altro e aspettò. La madre

riprese fiato e poi gli raccontò che si sentiva angosciata sin dalle prime

ore del mattino, senza saperne il motivo, e preda di una strana voglia di

parlare con lui. Per quella sua indole di indovina, aveva vagato in quel

mare di palpitazioni a catena con la certezza che stesse per accadere una

disgrazia. E tuttavia alla fine si era resa conto che la disgrazia che stava

per accadere era già accaduta e che tutto quello scombussolamento che

aveva in petto altro non era che un’eco distante di un altro tempo.

-- Domattina saranno ventitré anni che mi telefonasti piangendo – gli

disse. – Ti trovavi in Angola, sperduto nel mezzo della guerra, e io qui

a Coimbra, nello stesso luogo di sempre, senza poterti dare aiuto.

Dapprima pensai che fossi stato colpito, ma subito dopo mi sovvenne che

non ti sentivo piangere da quando avevi due anni e allora capii che c’era

stato qualcosa di più grave di una pallottola.

Lei fece una pausa, in attesa che il figlio dicesse qualche cosa, ma António

rimase in silenzio e lei riprese a parlare.

-- È solo un ricordo, lo so – disse. – Comunque sia, abbi cura di te.

Salutò la madre con poche parole e riattaccò. E in quell’istante vide il

capitano Elias Vieira emergere dalle ombre della sala, con il viso madido di

sudore, il braccio al petto per via della scheggia di una mina che per poco

non lo aveva ucciso e lì a masticare il tabacco di trent’anni prima; percorse

il pavimento zoppicando con la gamba sinistra, come António Ferraz lo

aveva sempre conosciuto, e inciampando in tutto, con un’espressione

di sgomento nel ritrovarsi in un soggiorno arredato in pieno altopiano

angolano. Sia pur nel buio, non c’era alcuna ipotesi che non sapesse di chi

si trattava.

Si conoscevano dal tempo in cui Elias era ancora uno schiavo nella

fattoria del padre di António ed erano diventati amici un pomeriggio in

cui il negro era stato punito dal fattore a quindici frustate perché andava

distribuendo propaganda rivoluzionaria fra gli altri schiavi. A quel tempo,

l’ingenuità di António Ferraz non gli permetteva di distinguere i ribelli

dalle altre persone se non per il colore della pelle, eppure il castigo gli era

parso eccessivo per un uomo solo e si era esposto in difesa del negro,

che lo aveva ringraziato, giorni dopo, lasciandogli davanti alla porta della

camera due libri che avevano finito per cambiare la rotta della sua vita: Il

Capitale, di Karl Marx, e una raccolta di discorsi di Lenin. Alcuni anni più

tardi, quando António Ferraz era rientrato a Luanda dopo un soggiorno

volontario nell’Unione Sovietica, dove aveva imparato a pilotare gli aerei,

insieme a tutte le raffinatezze dell’arte di organizzare una rivoluzione, aveva

incontrato casualmente Elias Vieira e la prima cosa che gli aveva detto

era stata: “Sono tornato, compagno. Ora la frusta cambierà di mano.”

Elias Vieira aveva ignorato volutamente la pelle chiara del suo vecchio

padrone ed anche i quattro secoli di tirannia e se lo era portato appresso in

guerra per le foreste di tutto il paese, e dovunque lo aveva presentato alle

truppe come il comandante Ferraz, appena giunto da Mosca, specialista

in operazioni di guerra ed esperto nella dottrina comunista originale. Da

allora, era diventato il suo braccio destro, il suo protettore più fedele nel

campo di battaglia e talvolta il suo confidente immobile. Fino al giorno

della diserzione segreta e solitaria del comandante. Perché dopo di allora

non si erano mai più visti, se non nei sogni.

-- Non è ancora il momento di sederci, comandante – gli disse il capitano

Elias Vieira dalle sue evocazioni involontarie. – Qua siamo solo in quattro

e il primo turno di sorveglianza stanotte tocca a noi due.

António Ferraz si accese un’altra sigaretta al mentolo e diede un’occhiata

di sfuggita al suo vecchio amico.

-- Ho fatto quasi quaranta ore di guardia in ospedale – esclamò. – E sono

più di vent’anni che non metto piede in Africa. Voglio pace.

-- E che facciamo con questa guerra, comandante?

-- Quale guerra, Elias? La guerra è finita.

Il capitano si mosse nelle ombre della sala e si accoccolò accanto ad

António Ferraz con un sorriso aperto.

-- Comandante, sai bene che questa guerra dura per sempre – disse. E

poi, senza fretta, aggiunse: – Ti aspetto dietro le rocce. Non dimenticare

l’arma.

Subito dopo si alzò e scomparve nelle brume del corridoio. Erano quasi

le dieci e António Ferraz si girò nella poltrona per dormire il sonno

arretrato, pur sapendo in anticipo che non ci sarebbe riuscito, giacché

malgrado avesse piovuto tutto il giorno sull’altopiano, l’aria notturna

stava diventando tiepida e pesante come una coperta di lana e le zanzare

cominciavano a pizzicare senza tregua. In lontananza, dalle parti della

cucina, udì le voci roche di due soldati che cenavano. L’odore forte del

grano bollito ed anche i vapori dolciastri dell’acquavite lo rianimarono.

Sentì l’urgenza di alzarsi dalla poltrona per andare a raggiungerli accanto

al fuoco, ma scacciò il desiderio con la mano. Li conosceva bene, quei

due. Si chiamavano Inácio Montenegro e Zeca Baião, venivano da

Benguela ed erano arrivati nel gruppo di guerriglieri tre mesi prima. Un

anno dopo, nel corso dell’ultima battaglia a cui aveva preso parte prima

di dileguarsi nella selva fino al Congo, li avrebbe visti morire, non molto

lontano l’uno dall’altro, con due pallottole precise del nemico.

E tuttavia li udì parlare con la massima chiarezza mentre cenavano in

cucina, e poi li udì accordare le chitarre e accennare qualche nota, e alla

fine non sentì più neanche il peso di quella nostalgia di folli e urlò:

-- Zeca!

-- Sí, comandante.

-- Suonatene una di Sofia Rosa.

E loro suonarono. E finalmente il comandante António Ferraz si rasserenò,

anche se per qualche breve istante. Sognò i malati dell’ospedale, che

entravano vivi da una porta e uscivano morti da un’altra, finché verso la

mezzanotte, scosso leggermente dalla mano del capitano Elias Vieira, si

destò dalla cullata di quella canzone interminabile.

-- Sono arrivati tre soldati con un prigioniero, comandante – gli disse il

capitano.

António Ferraz guardò l’altro attraverso il tempo e gli rispose dal profondo

della sua anima turbata.

-- Il prigioniero qui sono io – disse. – Lasciatemi tranquillo.

Il capitano Elias Vieira spiegò che non avrebbe desiderato altro nella

vita se non lasciarlo in pace, ma non poteva, giacché l’ordine veniva

direttamente dal presidente e c’era urgenza di eseguirlo. La missiva che

accompagnava il recluso era breve e talmente chiara che António Ferraz

l’avrebbe rammentata per il resto della vita: senz’altro motivo se non la

tenebrosa firma del presidente, il prigioniero doveva essere fucilato alle

prime ore del mattino. Il capitano stava per dire come si chiamava l’uomo

che avevano portato a morire, ma il comandante lo interruppe a tempo.

-- Ti proibisco di ripetere ancora una volta il nome di quell’uomo – urlò.

– Lo conosco da piú di vent’anni.

-- Molto bene, comandante. Ma c’è un’altra questione.

Allora António Ferraz allungò il braccio e accese la lampada che si trovava

sul tavolinetto accanto alla poltrona, una luce triste dilagò nella sala e

l’orizzonte della notte angolava divenne sfolgorante. Si alzò, ma si portò

appresso uno di quei teli tribali che coprivano la poltrona, per proteggersi

dai venti invincibili dell’altopiano. Fece un passo in avanti e i suoi occhi si

ritrovarono a un palmo dal viso del capitano Elias Vieira.

-- Non c’è nessun’altra questione – gli disse tirando un profondo sospiro.

– Lo so quello che mi dirai ora, ma ti rispondo subito che, quando

saranno le sei e quarantadue del mattino, io non pianterò un’altra

pallottola nella testa di quel disgraziato che è già morto una volta.

Il capitano Elias Vieira posò una mano sulla spalla del comandante e

strinse con affetto.

-- Lo so quanto è penoso, comandante – rispose. – Ma non c’è nessun

altro.

António Ferraz lo sapeva altrettanto bene del capitano che non c’era

nessun altro. I tre uomini che avevano portato il prigioniero avrebbero

mangiato quanto restava del grano bollito della cena e sarebbero tornati

al villaggio al di là della valle; Inácio Montenegro e Zeca Baião erano

ancora troppo pivelli per affidar loro quell’ordine terribile; e la mano

ferita del capitano Elias Vieira gli impediva di servirsi dell’arma con la

precisione funesta che il compito richiedeva. Non era stata la prima volta

che ammazzava un uomo, giacché aveva partecipato abbastanza a

conflitti armati per sapere che almeno uno dei proiettili che aveva sparato

aveva finito per centrare qualcuno. Era stata, però, la prima volta che

lo faceva contro un uomo indifeso. Rammentò la cantilena di frasi fatte

sulla rivoluzione, appresa a Mosca tanti anni prima, e avvertì il cuore che

palpitava alle direttive sull’esecuzione dei traditori, sui nemici-bersaglio e

sugli altri ostacoli all’attuazione della dottrina. Soprattutto, non capiva per

quale motivo lo obbligassero a uccidere di nuovo lo stesso uomo, ventitré

anni dopo, invece di lasciarlo in pace con quello che gli restava da vivere.

Tornò a sedersi nella poltrona, avvolto nella coperta, e spense la luce

diafana della lampada. Nel buio della sala, cercò la tranquillità perduta,

ma trovò solo il turbine da terremoto delle memorie. Ripetè allora lo

stesso lamento di prima.

-- Elias, lasciami tranquillo – disse. – Sono alla deriva in questo mare in

tempesta e l’unica cosa che voglio è arrivare alla terraferma. Lasciami

dormire la mia notte di oggi senza i ricordi di altre notti.

Il viso del capitano Elias Vieira apparve dal buio pesto come un angelo

miserabile.

-- Io lo vorrei, António – disse lui. – Ma lo sappiamo bene tutti e due che

per trovare pace è necessario morire.

Dopo, scomparve di nuovo nelle ombre della sala, ma António Ferraz lo

udì ancora aggiungere un consiglio inutile: “Riposa fino al sorgere del

giorno, comandante. Starò di guardia da solo.”

Il comandante si accese un’altra sigaretta, malgrado sapesse dal

profondo del proprio essere che ormai neanche il sapore aspro e

dolciastro del mentolo sarebbe bastato per fugare gli spettri del passato,

e tanto meno la certezza di quello che sarebbe accaduto nei primi minuti

del mattino. Le ore seguenti le passò tentando invano di conciliare il

sonno, poiché in ogni istante era turbato dai rumori invisibili della selva,

dal tuonare lontano del cielo, dalle sghignazzate di Inácio Montenegro

e Zeca Baião. Alle tre del mattino, vide passare un cane selvatico nella

penombra fra il televisore spento e la parete, e poco dopo udì con la

massima chiarezza la voce del prigioniero che recitava a salti delle

strofe di Arlindo Barbeitos alle nuvole dell’altopiano. Fu sul punto di

accompagnarlo in quelle declamazioni finali, ma considerò che farlo

sarebbe stato come darsi per vinto al ricordo sconvolgente di quel giorno

remoto. Si alzò e urlò:

-- Restate tutti laggiù in mezzo alla guerra. Stavolta io diserterò prima.

Si aggirò nell’appartamento come se non sapesse dove si trovava, in

cerca di un’uscita da quell’Angola antica, ma ben presto capì che le porte

erano chiuse per sempre fino al mattino seguente. Sicché avanzò sino

alla porta del bagno, dove il prigioniero era rinchiuso e si faceva animo

con le parole del poeta, deciso ad abbatterla per fare fuggire l’uomo

che un giorno era già morto, solo per non doverlo uccidere di nuovo. E

fu in un tale stato di agitata angoscia che il capitano Elias Vieira lo trovò

e lo circondò con un braccio perché si calmasse e tentasse di dormire,

mentre lui gli rispondeva dal profondo della sua esasperazione che era

proprio questo che più desiderava, ma che il colpo che avrebbe sparato

di lì a poche ore non lo abbandonava; e il capitano lo conduceva nel buio

con mille cautele, fra i sassi dell’altopiano e i mobili inglesi che lui aveva

ereditato dallo zio, finché lo fece sedere di nuovo nella poltrona e gli porse

la bottiglia di acquavite con cui soleva accompagnare le notti in cui stava

di sentinella, perché si riprendesse dalla tempesta. Il comandante bevve

senza protestare e sentì lo stesso ardore di quell’altro tempo scorrergli giù

per l’esofago e poi tornò a ripetere:

-- Lasciami tranquillo, compagno. Per favore.

Il capitano annuì con il capo, si alzò e zoppicando rientrò nel buio.

-- Verrò a svegliarti quando sarà ora – disse, prima di svanire.

António Ferraz rimase immobile nella notte africana del suo

appartamento, alle prese con quell’inquietudine vertiginosa.

Era ancora nella stessa posizione senza riposo quando, verso le sei del

mattino, il capitano Elias Vieira gli comparve davanti con un boccale di

caffè e un pezzo di pane secco. Lui diede un piccolo morso al pane,

bevve due sorsi di caffè e poi, sconsolato, gettò il resto a terra e sul

pavimento. Quando porse il boccale vuoto al capitano, questi gli restituì

la rivoltella, la stessa che gli avevano regalato nella capitale sovietica,

tenendola con le due mani aperte come se fosse una reliquia millenaria.

Lui vide l’arma e si spaventò. E tuttavia la prese e la posò in grembo.

-- È ora, comandante – decretò il capitano.

Lui guardò il vecchio amico, ormai privo di forze per continuare a resistere

a quell’irrimediabile duplicazione del destino e si alzò con la rivoltella

penzolante in mano.

-- Andiamo – disse. E avanzò nel buio, seguito dal capitano.

Zeca Baião li aspettava alla porta del bagno, ancora insonnolito per

l’albeggiare, rivelando una certa solennità nella postura del corpo.

Appena lo vide, il comandante gli smorzò tutte le illusioni.

-- Non vale la pena star lì con quell’aria da ministro – gli disse. – Quello

che accadrà ora è roba da iene. Apri la porta.

Il soldato non disse niente, abbassò lo sguardo ed estrasse dalla tasca

la chiave ferrugginosa che poi usò per aprire il lucchetto. Liberò il

chiavistello dalle catene e spalancò la porta. Là dentro, l’oscurità era

ancora più fitta e la presenza del prigioniero era appena percettibile dalla

sua voce che sussurrava alle piastrelle i versi di Barbeitos. Zeca Baião

entrò. E pochi secondi dopo ne uscì con un negro di due metri, le mani

legate e il sopracciglio sanguinante. Nessuno disse niente e il capitano

Elias Vieira fece cenno che lo seguissero, mentre i primi raggi del nuovo

sole cominciarono a diffondersi sull’altopiano. Camminarono per una

trentina di metri e poi si fermarono. Il capitano obbligò il prigioniero a

inginocchiarsi a terra. E da questo lato del tempo, mortificato da tutte

le parti dall’assalto dei ricordi, il comandante António Ferraz puntò la

rivoltella alla tempia destra dell’uomo e per la seconda volta nella vita lo

ammazzò con il colpo della sua sventura.

Poi, tremando, tornò a sedersi nella poltrona coperta di teli tribali nel

suo soggiorno a Lisbona, prese il telefono e fece il numero della madre a

Coimbra. Le lacrime cominciavano a scorrergli sul viso.