Cynan Jones

La poiana


Stavamo andando e non so come fu. Lo urtai e basta. Procedevamo dritto

verso il sole ed era quel periodo dell’anno in cui rimane piuttosto basso nel

cielo per un po’. Una delle prime giornate calde.

 

Proprio in quel tratto di strada la luce filtrava tra le foglie nuove facendo

quella cosa che ti abbaglia. Probabilmente l’uccello sbucò dagli alberi.

Forse fu la luce riflessa sul mio parabrezza a confonderlo, accecandolo

per quell’istante e basta. L’urto mi fece venire subito un senso di nausea.

Non potevo continuare a guidare, non c’era verso.

 

Inchiodai e feci inversione in un piccolo svincolo, tornando indietro. Mi

accorsi subito che era una poiana. Se ne stava lì rannicchiata e abbattuta,

con l’occhio spalancato puntato su di me ed ero certo che mi guardava,

che guardava dritto verso di me.

 

Avevo la mia ragazza in macchina e le dissi “dovrai guidare tu” e poi

scesi, prendendo una vecchia camicia che avevo sul sedile posteriore. Le

auto filavano veloci. Avevamo le quattro frecce accese e lei rimase nella

macchina e ogni volta che passava un mezzo faceva oscillare l’auto come

se fossimo su una barca o qualcosa del genere, in acqua.

 

Quando scesi dalla macchina la poiana stava cercando di togliersi dalla

strada muovendosi come un deltaplano. Aveva aperto le ali e le sbatteva,

ma la parte posteriore non funzionava. Dall’aspetto sembrava piuttosto

giovane. Io me ne intendevo, di uccelli, e quello aveva l’aria di essere

giovane. Mentre stavamo facendo inversione, ogni volta che passava

un’auto pensavamo che l’avrebbe investito, ma stranamente in quel

momento la strada si era svuotata. Una cosa strana, come lo era stato

fissare l’uccello negli occhi.

Lo seguii con la camicia tra le mani e lo raggiunsi mentre si stava

spostando sulla strada, trascinandosi con le ali.

 

Gli misi sopra la vecchia camicia e lo sollevai. Era docile. Sapevo che era

un uccello fierissimo, solo che... non lo so, davvero. Non so come dirlo.

 

Lo portai fino alla macchina e lo misi in una scatola avvolto nella camicia.

Stava passando un’auto e, meno male, la donna che la guidava aveva

rallentato mettendo le quattro frecce e mi aveva lasciato fare quel che

dovevo, e mentre tenevo tra le mani la poiana aveva accennato qualcosa

riguardo alla LIPU ma io sapevo che un veterinario o un centro recupero

volatili l’avrebbero soppressa e basta. Non potevano fare altro.

 

Sistemai l’uccello, inerte, nella scatola, e poi salii in macchina

mettendomela sulle ginocchia. Charm guidò fino a casa. Non mi piaceva

che quella splendida creatura così fiera non facesse niente. Se ne restava

semplicemente nella scatola, docile.

 

Arrivammo nella fattoria e lo esaminai con attenzione. Il cane si avvicinò e

annusò la scatola e io lo avvertii di stare alla larga. Si vedeva che il cane

era contento che fosse uscito il sole, come se fosse un grosso sollievo, e

così prese e andò a cercarsi una chiazza assolata dove mettersi.

 

Tolsi la poiana dalla scatola e la liberai dalla camicia, esaminandole poi

le articolazioni e le ossa, ma non trovai niente di rotto. Il fatto era che le

zampe erano fuori uso, penzoloni. Al tatto non si sentivano ossa rotte,

neanche nelle ali. Passai le dita sulle costole e sullo sterno. Erano a posto

e senza bordi appuntiti e l’uccello non mostrava di reagire al dolore in

nessun punto. Le zampe però gli penzolavano là dietro, in fuori, come mi

era capitato di vedere nel caso di fagiani e altri uccelli che avevo appeso

dopo averli cacciati; ma nelle zampe non c’era proprio vita: nessun

riflesso prensile, nessuna reazione. Niente, quando le toccavo. Così

ripassai la mano sulla spina dorsale ma senza trovare nulla di appuntito o

fuori posto.

 

Aveva questi splendidi occhi marroni, come i miei. Suona strano, a dirlo,

ma erano occhi limpidi e di un bruno intenso come li ho anch’io, e sono

l’unica cosa di cui vado orgoglioso, con le pupille che si dilatavano e

pulsavano al centro. Non c’era paura, in quegli occhi.

 

Charm aveva dei guanti che pensavo potessero servirmi. In passato avevo

tenuto degli uccelli e sapevo cosa poteva succedere, così la mandai

a prendere i guanti da giardinaggio, di pelle, che aveva. Ma erano tutti

secchi e duri e quindi non sarei riuscito a sentire niente, se me li fossi

messi. Però sembrava che tra me e quell’uccello le cose filassero lisce, e

in fondo sapevo che non mi avrebbe beccato né attaccato. Avevo ancora

quella strana sensazione che mi stesse guardando. Era come se stesse

dicendo: aggiustami, non mi sono fatto niente. Che sarà mai. Era come

un’auto impantanata nel fango che stesse solo aspettando che qualcuno la

rimettesse sulla strada per poter ripartire.

 

Sistemai l’uccello in uno scatolone più grande nel cortile e andai a

preparare un po’ d’acqua e zucchero. Poi presi la siringa che usavo

quando mi si erano bloccate le orecchie e dovevo ammorbidire il

cerume con l’olio d’oliva caldo e diedi da bere quel miscuglio all’uccello.

Si ringalluzzì. Sollevò la testa, tenendomi d’occhio, come si potrebbe

immaginare che faccia un pulcino con un uccello adulto, uno dei suoi

genitori. Gli diedi un paio di sorsi di quell’acqua zuccherata, lasciando che

deglutisse e sentendo, sempre grazie a quella sorta di strana intesa, che

effettivamente stava mandando giù. Ma le zampe non reagivano. Era più

sveglio, ma poteva anche essere solo lo zucchero.

 

Lo rimisi nello scatolone e lo portai di sopra, nel bagno, appena al di fuori

del raggio di sole che entrava. Volevo vedere cosa sarebbe successo. Mi

era già capitato di vedere degli uccelli semplicemente sotto shock, che

avevano tutta l’aria di essere finiti e poi invece di colpo si riscuotevano, e

via che andavano.

 

Lasciai aperto il coperchio dello scatolone pensando anche se esce non

sarà poi un gran problema farlo venir fuori dal bagno, liberarlo attraverso

il lucernario. Però sapevo che non l’avrebbe fatto. Sapevo che era finito.

Sapevo che non c’era verso.

 

Tornai fuori come se pensassi che non si sarebbe ripreso se fossi rimasto

lì a guardarlo. Fuori faceva caldo. Qui si perde l’abitudine al sole, ma è

come se il corpo ricordasse non appena lo sente addosso. Il primo sole.

 

Il sole ha un rumore che lo accompagna. Più avanti nella stagione ci sarà

quello dell’erba che viene tagliata e dei macchinari al lavoro, del traffico più

intenso sulla strada costiera. Sarà accompagnato dall’odore del ginestrone,

con quel suo aroma di cocco. E il costante rumore elettrico delle rondini.

Non ora, però. Per il momento è questa cosa piena, ricca e pacata, proprio

come Charm quando è stesa accanto a me. Quella pacata interiorità di

quando si beve un sorso di una bevanda e lo si tiene in bocca per un po’. È

come se tutto lasciasse penetrare il caldo dentro di sé.

Dopo un po’ tornai a vedere se l’uccello si stesse spostando sul fondo dello

scatolone, o magari stesse aprendo le ali. Decisi, per così dire, che gli avrei

concesso la nottata e dentro di me speravo segretamente che morisse

tranquillo per conto suo nello scatolone, in pace, durante la notte.

 

Quando ci andai di nuovo, un po’ più tardi, aveva vomitato. C’era questa

pallottola bagnaticcia e maleodorante che aveva buttato fuori, e una sacco

d’acqua, probabilmente quella che gli avevo dato io, e aveva le piume

fradice. L’acqua e il vomito lo avevano un po’ scombinato, togliendogli

in parte la sua dignità. Però gli occhi erano vivacissimi. Continuavano a

fissarmi dritti in faccia con questo sguardo schietto, come se fosse convinto

che mi credessi capace di salvarlo. Non mi era mai capitata una cosa del

genere con gli animali. In genere lo sanno, quando sono condannati.

 

Pulii lo scatolone e mi accorsi che la pallottola non era una pallottola ma

solo uno strano ammasso grigio simile a limo, e misi sul fondo della carta

di giornale e risistemai dentro l’uccello, schioccando la lingua come se

potesse capirlo. Era una cosa così fiera e splendida. Un essere tanto bello,

vivo e paziente, con quella pazienza e quel controllo che possono solo

avere le creature che sanno essere fiere, che devono esserlo. E mi resi

conto che non potevo farlo. Non potevo aspettare che morisse.

 

Provai questa cosa e inspirai a fondo. Lo feci sul serio, non era una posa

come nei film. Tutti gli altri stavano scendendo in giardino per sedersi a

tavola. Avevamo deciso di cenare all’aperto perché il sole era abbastanza

forte per la prima volta quell’anno.

 

L’uccello continuava a fissarmi negli occhi. Non aveva mai smesso di

guardarmi, fin dal momento in cui ero tornato indietro a prenderlo e lui

mi aveva lasciato fare senza opporre resistenza. Mi ero messo in mezzo

andando lì invece di lasciarlo semplicemente tirar sotto da un camion o

qualcosa del genere. Mi ero messo in mezzo. E sentivo davvero questa

cosa. Sapevo cosa dovevo fare ed era un tradimento enorme.

 

Entrai, presi le chiavi e aprii la rastrelliera dei fucili. Non volevo parlare con

nessuno. Non volevo farne una questione. Stavano tutti portando fuori della

roba per la cena, nel giardino dove in genere ci sediamo a guardare verso

il mare, oltre i campi. Non accennai neanche alla cosa. Non volevo che ci

pensassero e che pensassero a come mi sarei sentito.

 

Continuavo a inspirare a fondo ma non era un problema, sapevo che era

una cosa da affrontare guardandola negli occhi, come mi aveva guardato la

poiana. Tirai fuori due cartucce e presi l’uccello nello scatolone e lo portai

un po’ in là lungo il sentiero.

 

Mi chiesi molto chiaramente se non lo stessi facendo perché non riuscivo

ad aspettare che morisse, come il merlo, e il corvo malconcio, e la civetta

rimasta impigliata nelle ortiche, tutti appartenenti al mio passato. Ma sapevo

con assoluta certezza che non era questo. Avrei potuto farlo. Ero tornato

indietro a prenderlo, penso, per una questione di dignità, e avevo capito

dal sangue che aveva in bocca e dal modo in cui teneva aperto il becco

e dall’ammasso che aveva sputato fuori dall’interno dei visceri schiacciati

che era sfasciato dentro e si stava dissanguando e che non poteva essere

la cosa giusta lasciarlo morire nella notte, con quei grandi occhi aperti e il

respiro che veniva fuori con un suono strano, quasi appagato, come le fusa

di un gatto.

 

Lo adagiai delicatamente nel sole sull’erba e mi allontanai di qualche

passo. Mi guardava ancora, non mi staccava gli occhi di dosso, ma non con

un’espressione di paura, solo di fiducia. Avevo messo dentro due cartucce

e mi spostai di circa tre metri ed ero preoccupato perché non avevo mai

sparato a niente da una distanza tanto ravvicinata né così a sangue freddo,

per nessuna ragione, almeno non in questo modo, con lui nell’erba e me lì.

Pensavo alla dignità. Pensavo alla velocità. Sapevo che, una volta che mi

ero messo in mezzo, dovevo fare questa cosa e ricadeva su di me.

 

Sentivo il sole sulla nuca e intuii che doveva essere la stessa sensazione

che provava la poiana. Quel sole caldo. Mi venne questo strano pensiero,

allora. Che il sole è soltanto una cosa fiera che muore.

 

Feci un passo indietro e imbracciai il fucile e mi venne questa strana

sensazione pensando ma sì, in fondo va bene, qui, nel sole e nell’erba.

Quando sollevai il fucile non gli vedevo più gli occhi. Poi premetti il grilletto.

Avevo sistemato la poiana sul fianco in modo che avesse il petto rivolto

verso di me, così sarei stato certo di colpire il punto giusto. Però mirai alla

testa.

 

L’uccello fece un balzo e usciva anche un po’ di fumo, poi fu scosso da un

orribile sussulto, dopo il colpo, tanto che pensai che avrei dovuto sparargli

di nuovo.

 

Ma quando mi avvicinai di quei tre metri e lo raccolsi, con quelle ali

bellissime, non c’era la testa. C’era il becco, ma il sopra era staccato di

netto dal sotto, e il resto era spappolato come carne di maiale tritata. Un

gran botto.

 

Raccolsi l’uccello senza riuscire a decidermi e prima lo misi nella siepe

in modo che se lo prendesse qualche animale. Ma poi non mi sembrò la

cosa giusta da fare e non riuscii ad allontanarmi. Provavo questa strana

cosa dentro. Come se lo avessi tradito.

 

Lo ripresi in mano e lo riportai indietro e lo rimisi nello scatolone, avvolto

nella carta di giornale. Ormai non era più niente, come qualche chilo di

un qualcosa dal macellaio. Era tutto racchiuso nei suoi occhi, e quelli non

c’erano più. Non sapevo che cavolo fare di quella roba. Non era più niente.

Tutti gli altri stavano cominciando a mangiare e così dovetti andare a cena

in quelle condizioni. Non sapevo cosa diavolo avrei dovuto provare.

 

Avevamo portato fuori il nostro vecchio barbecue su rotelle e ci avevamo

acceso dentro un fuocherello di legnetti perché di sera non faceva più

troppo caldo: c’era solo la luce del sole. L’ambiente non si era ancora

intiepidito. La luce del sole colpiva il coperchio metallico del barbecue,

mandando lampi. Continuavo a pensare all’uccello abbagliato dal riflesso

del sole sul mio parabrezza.

 

Restammo lì seduti a lungo, poi, a guardare il sole che se ne andava. Tutti

gli altri rientrarono. Charm sapeva come mi sentivo dentro, ma era così e

basta. Non mi disse granché, non sono fatto così, io.

 

Restammo lì seduti per un pezzo ad aspettare di vedere quel famoso

raggio verde. Non vidi un bel niente. Non so nemmeno se succede

davvero. Solo una cosa fiera che muore.