Thorsten Palzhoff

L'Orfeo di Greuther


Il letto, un mastodontico letto a baldacchino, occupa l’intero centro

della scena. Ai suoi lati, una ventina di interpreti aspettano in silenzio di

cominciare. Sono stanchi di stare in piedi da tanto tempo, si appoggiano

col gomito alle pareti della camera sfarzosa, che fanno da quinte, oppure

siedono con studiata noncuranza su una delle sedie, qua e là agli angoli

del palcoscenico. I maghi del materiale di scena hanno pensato bene

di imbacuccarli tutti in costumi storici di velluto e di broccato nero.

Nonostante la cipria e il cerone, le facce sono arrossate, e in questo

istante qualcuno tra il pubblico sta bisbigliando eccitato al vicino di

posto che le chiazze sulle guance e la fronte degli uomini non derivano

solo dalla vampa dei riflettori, nella cui luce fluttua la polvere dei secoli,

ma, soprattutto, dall’aspettativa di una morte imminente. Il vicino di

posto annuisce espressivamente, ma non osa rispondergli una sillaba,

nel silenzio teso di questo attacco, in presenza di tanti microfoni e

telecamere. Invece, gli tocca leggermente il polso e a sua volta gli fa

notare, con un gesto muto, una veste rossa, un paramento cardinalizio,

emerso dal fondo della scena, dietro tutti gli uomini in costume nero. Il

pubblico non se n’è accorto, lo zoom della telecamera, invece, cattura

e trasmette sul monitor della regia tecnica il cardinale, che si aggiusta la

manica sinistra della veste e getta di soppiatto un’occhiata all’orologio da

polso. Soddisfatto, alza gli occhi, annuisce tutt’intorno e solleva la mano

destra. Quasi istantaneamente, la scena immobile si anima: si sente un

forte scricchiolio, di legno pesante, e, pensando che provenga dal letto,

gli uomini cominciano a bisbigliare, si accalcano attorno al baldacchino,

barcollando leggermente, perché sotto i loro piedi il palcoscenico ruota

in senso orario e si ferma, infine, con il fondo del letto rivolto verso il

pubblico, che adesso mormora e applaude. Ora vedono dritto in faccia

il morente, tutto sprofondato tra i cuscini del poderoso letto. Il volto è

pallido, madido di sudore e gonfio per la nausea e la noia che perfino la

morte, dopotutto, gli riserva. Ciocche nere aggrovigliate gli si incollano

alla fronte, la barba è ispida e stopposa e lo sguardo è vuoto, come di

solito, quando non era infiammato dalla mera collera o dall’ardore di un

amplesso. Morirà, molto presto, perché secondo il copione ha la parte di

Vincenzo Gonzaga, duca di Mantova, e oggi è il giorno della sua morte, il

18 febbraio del 1612.

Sollevati dalla questione dell’epoca di cui si tratta, passato anche il

turbamento per la mancanza di un sipario, di un attacco inequivocabile,

gli spettatori applaudono rilassati quello che considerano l’inizio vero e

proprio della rappresentazione. Nel palco di sinistra, il regista approfitta

dell’agitazione generale per indicare, nel palco di fronte, a destra,

un uomo emaciato come un asceta, sprofondato nella poltrona, che

osserva cupo il palcoscenico dall’alto. Col capo piegato di lato, il regista

mormora al vicino: eccolo, è lui, Morowski. Sa bene quanto me che

questa messa in scena, in apparenza così raffinata, di silenzio e di suoni,

di vuoto e di storia, non è altro che un trucco: l’Orfeo di Greuther, infatti,

non ha un principio. Questo antico teatro, il palcoscenico polveroso,

gli interpreti in costume e il pubblico in platea: tutto questo serve

solo a confondere le idee. In realtà, l’Orfeo di Greuther non è che una

accozzaglia di annotazioni, abbozzi e spunti compositivi che Blohm,

il biografo di Greuther, ha rinvenuto nel lascito del compositore. Le tre

scatole con la scritta „Orfeo“ sono finite, chissà come, nelle mani di

Morowski, che in due anni di fanatico lavoro ha prodotto, da frammenti e

lacune, una versione da eseguire per la prima di oggi. Morowski si è così

immedesimato nell’universo sonoro e nell’immaginario del compositore,

che un mattino, svegliatosi da sogni inquieti, ha visto davanti a sé i

personaggi come nei bozzetti, con tanto di scene e di spettatori, vividi,

veri come lui stesso. Per primo ecco la figura di Vincenzo Gonzaga, duca

di Mantova, disteso in un grande letto, in punto di morte. È attorniato

da una ventina di cortigiani, richiamati dalla prossima morte del duca.

Sono spossati per l’attesa in piedi e per l’aria soffocante, giacché non

si può aprire nemmeno una finestra, pena un castigo severo. Le mani

devotamente composte sul ventre, a destra del capezzale, sta il cardinale.

Si china su Vincenzo e gli bisbiglia qualcosa, sottovoce, ma in tono

pressante. Morowski non capisce le parole del cardinale, ma sa, dagli

appunti di Greuther, che sta scongiurando il duca di ravvedersi, di pentirsi

della sua vita dissoluta. Per tutta risposta arriva, in lontananza, da dietro

le quinte, forse, oppure oltre il palcoscenico, un grido raggelante, lungo,

che nessuno sente tranne il Duca nel suo letto, il possente letto di morte,

già teatro di vizi, tormenti e sogni inquieti. Gli astanti gli si stringono

attorno e scrutano il più piccolo fremito sul suo volto, che tutt’a un tratto

appare congestionato. Egli distoglie lo sguardo dagli spettatori, si volta

sospirando sul fianco sinistro e ora fissa un angolo della stanza. Di nuovo

sente il grido. Preme la mano sull’orecchio sinistro, il destro affondato

nel guanciale, e fra i tremiti della febbre gli pare di vedere nell’angolo se

stesso, a letto, e accanto a sé la prima moglie, Margherita Farnese, che

per anni, molte volte, aveva cercato di ingravidare con la forza. Aveva

soltanto quattordici anni, quando sposò Vincenzo, e non era idonea

all’amore fisico, a causa di un ostacolo, un restringimento nell’anatomia

del bacino. Le urla con cui gli rintronava l’orecchio, durante la tortura

dell’amplesso, si sentivano in tutto il palazzo e alimentavano dicerie

che lo seguivano ovunque. Egli vede solo un’ombra, nell’angolo del

palcoscenico, ma ode ben forti le sue grida incessanti, da cui un tempo

fuggiva. Mentre Margherita doveva assoggettarsi a indagini mediche

sulla sua fertilità, consulti nei quali, circondata da una ventina di uomini,

doveva stare nuda e a gambe all’aria sopra uno stretto lettino, e mentre

gli uomini le palpavano il bacino, il pube, la vagina, e ponderavano un

intervento chirurgico, che avrebbe significato la sua morte, Vincenzo,

intanto, con le urla di Margherita ancora nelle orecchie, cavalcava

a Ferrara per assoggettarsi alle orge della duchessa Torelli, famose

ovunque per la loro bizzarria. Gliele aveva fatte conoscere, queste

scappatelle che duravano per settimane, la sua amante Barbara, con

la quale era rimasto in contatto epistolare dopo le nozze, per mezzo di

una nana mantovana, che Barbara aveva persuaso a fare da galoppina.

Tutte queste cose vede Vincenzo Gonzaga, duca di Mantova, nell’angolo

del palcoscenico, come fantasmi fuggevoli e incerti, e gli astanti,

sofferenti per il caldo dei riflettori, si accorgono con stupore che il corpo

febbricitante di Vincenzo sta tremando, che il duca dapprima piagnucola

piano, poi di colpo scoppia a ridere, segno demoniaco o di pazzia. Invece

è solo perché ha visto, là nell’angolo, la nana di Barbara e si è ricordato

un perfido tiro, escogitato tra le lenzuola, una mattina, quando lei l’aveva

svegliato. Suo padre, il duca Guglielmo, che lui odiava ardentemente, era

gobbo e deforme, e per umiliarlo Vincenzo fece allestire, nel magnifico

teatro di Palazzo Ducale, alla presenza del padre, uno spettacolo di soli

attori gobbi. Guglielmo sopportò la farsa con una maschera di cortesia,

ma al termine della rappresentazione, per riparare l’onore ferito e placare

la sua collera, bandì da Mantova tutti gli attori coinvolti, pena la tortura

e la morte. Vincenzo rise del putiferio sollevato dal padre deforme, e,

inebriato dall’odio e dal vino, dalle dame e dai fanciulli del pubblico, corse

in camera sua e si avventò su Margherita, che pensò di morire dal dolore

sotto i virili furori dello sposo. Urlò con tutte le sue forze e ancora adesso,

dopo tanti anni, Vincenzo sente l’eco ritardato di quelle grida. Si rigira nel

letto verso gli spettatori e apre la bocca, come per dire qualcosa, ma dalla

gola esce solo un rantolo raccapricciante, colto dal microfono. Fa segno

al cardinale di avvicinarsi e appena questi si china su di lui, gli mormora

qualcosa all’orecchio. Il pubblico rapito sente il Duca parlare, grazie agli

altoparlanti, ma nonostante la tecnologia sensibile non riesce a capire, e

nemmeno Morowski riesce a ricavarlo dagli scritti di Greuther. Sul volto

di Vincenzo, però, il pubblico legge desiderio di musica, la passione più

incalzante di una vita vorace e insaziabile.

Disteso nel letto, immerso nel profluvio di carte lasciate da Greuther,

Morowski tra sogno e realtà osserva gli occhi di Vincenzo, che seguono

imperiosi e severi l’ingresso dei musicisti convocati. Per ultimo,

accompagnato dagli applausi del pubblico, entra nella stanza un

personaggio con una lunga veste nera, più volte ricucita, con i rammendi

strappati. Con la sinistra porta una viola e con la destra un archetto. È

Monteverdi. Ha il passo pesante e strascicato della pena che non si

consuma mai, il lutto per la moglie Claudia, che lo strazia ancora, come il

giorno della sua morte, quattro anni e mezzo fa. A quel tempo, prostrato

per la perdita irrevocabile e per il sovraccarico del lavoro

commissionatogli, fuggì via dalla corte del Duca, a casa di suo padre, a

Cremona, e per settimane rimase a letto, alla deriva come una navicella di

cocente afflizione. E mentre languiva per amore di una morta, gli

risuonava all’orecchio, incessante, il lamento del suo Orfeo, che solo

poco tempo prima aveva presentato a Palazzo Ducale. Ebbene, era come

aver sentito in anticipo il proprio dolore nel pianto di Orfeo sulla morte di

Euridice, in quel Ohi mè che odo? Ohi mè!, a cui non segue più nulla, solo

il silenzio, solo la pausa, la sospensione della musica. Ma il Duca, senza

riguardo per la sua condizione, avido di musica sempre nuova, sempre

più sfrenata, lo strappò al suo letto di dolore e gli ordinò di ritornare a

Mantova immediatamente e di comporre al più presto, entro il Carnevale,

una nuova opera, un balletto, per le nozze del figlio maggiore, Francesco.

Ahimè, e nonostante l’afflizione, la stanchezza e la brevità della scadenza,

la musica sgorgò da Monteverdi come un pianto puro. Poi, durante

l’esecuzione della sua mesta opera, l’Arianna, le cui lamentazioni

scossero il pubblico fino alle lacrime, avvenne che Monteverdi, esaurite

tutte le forze, vide la sua Claudia in un angolo della sala. Nell’istante

stesso in cui la vide, la sua figura si oscurò e divenne un’ombra. Col

corpo tutto tremante, egli ordinò all’artista Caterina Martinelli di

interpretare il suo canto con la più gran passione e la più profonda

commozione, nella speranza folle di liberare l’ombra di Claudia con la

sua musica. Sebbene, ahimè, il canto di Caterina fosse bello da morire,

tanto da arrestare gli archi sulle corde, le mani sugli strumenti, e da far

ammutolire i musicisti nel bel mezzo della frase, l’ombra di Claudia

rimase. Anche oggi, durante la rappresentazione dell’Orfeo di Greuther,

l’ombra c’è, ma nessuno ne avverte la presenza, tranne Monteverdi.

Vede il viso di Claudia vicino al palcoscenico, scuro e silenzioso come

quella volta che, solo pochi giorni dopo le nozze, al colmo della felicità

amorosa, dovettero separarsi per ordine di Vincenzo, perché il Duca non

poteva fare a meno di avere sempre con sé i suoi musicisti, neppure

durante il viaggio che, passando per Basilea e Nancy, lo conduceva alle

terme di Spa. Vincenzo, gonfio, stava a mollo nelle acque di Spa e,

scacciati in un fulmineo attacco d’ira tutti i paggi e cortigiani, faceva

venire i suoi musicisti, e li ascoltava a occhi chiusi, abbandonandosi

all’acqua, finché le candele erano consumate e si era fatto

completamente buio. Perfino nelle campagne contro i turchi, che il duca,

spinto dal poema epico del Tasso, aveva inscenato, contro qualsiasi

realtà politica, come una guerra santa contro i pagani musulmani, perfino

durante queste pompose campagne Vincenzo Gonzaga si era

circondato di una schiera di musicisti. Adesso, nell’ora della sua morte,

rammenta come in sogno la sua terza crociata, un viaggio nella pioggia,

nel freddo e nel fango. Di fronte alla fortezza ungherese di Kanisza restò

inchiodato nelle paludi autunnali del sud, con un ginocchio ferito, ad

ascoltare la pioggia battente sul tetto della tenda. Coricato su un

materasso fradicio, mentre si faceva cantare madrigali d’amore e di

guerra, al chiarore di cento candele, dettò, febbricitante per le esalazioni

della palude, una lettera all’esercito dei suoi alchimisti di corte,

sollecitandoli a fabbricare una palla di cannone ripiena di gas velenoso.

Terminata la lettera, mentre si abbandonava tutto alla musica, su

quell’umido e freddo giaciglio gli venne in mente il letto di casa, il suo

letto a baldacchino, e si rallegrò di saperlo così lontano. Era troppo

grande per lui, da quando era diventato oggetto delle chiacchiere di tutte

le corti italiane, perché dopo due anni di matrimonio con Margherita

Farnese non era stato ancora concepito un erede. Il fratello di

Margherita, Ranuccio, profondamente ferito nell’orgoglio della sua

famiglia, chiamò Vincenzo adultero e sodomita, nano sifilitico e

impotente, con la spada troppo corta. Lo scalpore giunse fino al papa,

che, quando i Gonzaga presero in considerazione il divorzio da

Margherita, trattenendo, però, la dote, mandò a Mantova il cardinale Carlo

Borromeo a indagare sulla questione. Per suo ordine, Vincenzo dovette

assoggettarsi ad alcuni esami della sua virilità, nei quali, circondato da

una ventina di uomini, in un letto a Venezia, sotto gli occhi di tutti dovette

soddisfare una vergine fiorentina di nome Giulia, e, mentre come

preliminare al primo tentativo, gli uomini gli palpavano i genitali e il medico

Belisario Vinta lo informava che aveva il diritto di infilare una mano tra i

due deretani per sentire se la spada si trovava nel fodero, nel frattempo

Guglielmo, il padre gobbo di Vincenzo cavalcava alla volta di Firenze, alla

corte dei Medici, per cercare una moglie più adatta al figlio. Gli portò

Eleonora, cresciuta alla corte della granduchessa Bianca Capello,

cortigiana e fattucchiera veneziana che aveva introdotto a Firenze le

pratiche sataniche. Eppure, ogni volta che Eleonora de’ Medici si dava a

Vincenzo, non erano i suoi fremiti di piacere che egli sentiva, ma le grida

di Margherita, e nel cuore della notte convocava i musicisti, che dovevano

disporsi attorno al letto, o dietro le quinte, per scacciare con la musica il

rumore del passato. Morowski li vede entrare per ordine di Vincenzo nella

camera, sempre più calda e soffocante per la calca e per l’inquietudine, e

quando alla fine ravvisa Monteverdi ne deplora l’abito di scena, coi polsi

guarniti di merletto e il colletto alto e immaccolato. Durante le prove,

Morowski ha fatto osservare al regista che i costumi accurati non avevano

niente a che vedere con la realtà storica di una società caratterizzata dalla

sporcizia, dal fetore e dalle pestilenze. Ma il regista non ha mostrato il

minimo interesse alla critica, ha solo borbottato che Morowski aveva già

fatto la sua parte di lavoro con l’Orfeo di Greuther, e che adesso toccava

a lui, Palzhoff, fare la propria, in definitiva lui solo doveva risponderne ai

committenti di Mantova. Inoltre, come Morowski sapeva meglio di

chiunque altro, avendo lavorato nel caos lasciato da Greuther, questa

messa in scena non era altro che la rappresentazione di un’opera di per

sé inesistente. Ma è assurdo, sta pensando Morowski, come può non

esistere qualcosa che sto provando in questo istante? Come può essere

irreale, se suscita passioni nel pubblico? Ad occhi chiusi ascolta

l’applauso che gli spettatori rivolgono all’inizio della rappresentazione.

Eccitati allungano il collo verso Vincenzo Gonzaga, che adesso possono

vedere dritto in faccia. Egli solleva faticosamente il capo, fa segno al

cardinale di avvicinarsi e gli sussurra qualcosa all’orecchio. E ora che in

scena è tornato il silenzio e il pallido Vincenzo chiude gli occhi cerchiati,

Monteverdi avanza di fronte al letto. Pieno d’odio fissa il volto di Vincenzo,

pieno d’odio china il capo e solleva l’archetto per intonare la musica che

sconvolgerà il Duca fino alla morte. Adesso, da una sommessa distanza,

dal palcoscenico o da un altoparlante nascosto, si diffonde il primo suono

articolato, una nota di violoncello che cresce nel nulla; ora attacca anche

un violino, la cui frase viene subito ripresa, diminuita di un semitono, da

un secondo violino, poi un terzo e un quarto moltiplicano l’eco verso il

basso, e nessuno tra gli spettatori direbbe mai che la tempesta di note

che scende su di lui è una citazione dell’Orfeo di Monteverdi. Nel palco a

destra, un uomo scarno come un asceta è sprofondato nella poltrona, ad

occhi chiusi, nell’inquietudine che sale. È Morowski, che conosce a fondo

la musica di Greuther e sa che nella sua essenza contiene il lamento di

Orfeo sulla morte di Euridice: Ohi mè che odo? Ohi mè! Adesso, sopra a

tutti, con toni chiari e stranamente incolori di flagioletto attacca il discorso

ingarbugliato di due viole, nel quale egli coglie il prologo dell’Orfeo: Io

sono la musica che con dolci note dona pace al cuore inquieto. Quando

canto io, che tutto taccia. Poi, all’improvviso, silenzio; solo in Vincenzo

Gonzaga, duca di Mantova, risuona un’eco di tempi passati: clamore –

amore – more…