Eirik Ingebrigtsen

Il campione di pigne


Fuori dalla tenda sentiva il sibilo proveniente dal groviglio di radici

dell’abete. Era un tipo di suono a cui si era gradualmente abituato: un

sibilo basso e mutevole che di tanto in tanto raggiungeva un picco di

brontolio o fischio, una sorta di lamento. Ricordava il fischio di un ceppo

di legna su un falò ben acceso, ma in cui un tizzone ardente minacciava

di staccarsi di botto dal ceppo; qui il suono aveva in sé una minaccia di

esplosione che riguardava l’abete intero, non solo il contorto groviglio

di radici che spuntava dal suolo. Era la ferita dell’albero. La ferita nel

groviglio di radici fungeva da valvola per l’albero malato.

Era dal tardo pomeriggio che Ola osservava quella zona nel bosco

di Widt. C’erano volute tre ore di macchina per arrivarci e la luce del

giorno era scomparsa, per così dire, non appena si era sistemato. Non

riusciva ad addormentarsi anche se era quasi l’una e mezzo. Legno

cotto, pensò. Che il groviglio di radici e quell’abnorme susseguirsi di

archi là fuori fossero il segno che le masse di tessuto legnoso stavano

ribollendo per i loro stessi processi chimici specifici che le avrebbero

trasformate in cellulosa prima che la notte avesse fine? Esattamente

di questo non aveva mai sentito parlare, ma una domanda del genere

doveva assolutamente fargliela quando fossero arrivati, perché non gli

era mai capitato di vedere tutto questo. Devono venirne altri dell’Istituto

norvegese per la foresta e il paesaggio a guardare quest’albero, pensò

Ola. Ma al tempo stesso sentiva che avrebbe voluto rimanere da solo a

osservare l’abete malato.

Se non altro, il suono e il vapore provenienti dalla ferita nel groviglio di

radici erano espressione della sofferenza che l’abete si portava dentro.

Si sdraiò e chiuse gli occhi. Li strinse forte. Nessuna risposta nel corso

della serata e adesso era passato talmente tanto tempo che i vari pensieri

si affastellavano formando immagini diverse. In una di queste l’abete

partiva come un missile dal suolo in una vera e propria esplosione caotica

di ramoscelli. Uno spiedo di rami, schegge e palle di pigne scagliato in

una violenta caduta a pioggia sulle chiome vicine. Un’immagine. Una

soluzione. Strinse forte gli occhi, e si rese conto di tenerli chiusi e di

essere al tempo stesso completamente sveglio. Li aprì, aprì la cerniera

del sacco a pelo e lasciò entrare l’aria fresca. Indossava i sottopantaloni,

ma non aveva freddo. Non aveva mai avuto freddo quella sera. L’albero

e il groviglio di radici emanavano un evidente calore. Si udì un altro

sibilo, un basso grugnito ecco cos’era, un suono radicato nel profondo

e incapsulato, come se provenisse dalle viscere di un essere umano.

Questo è stato potente, pensò, era qualcosa di nuovo. Dunque non si

era del tutto abituato ai suoni del groviglio di radici. Ma non aveva paura,

neanche dopo tutti quei cambiamenti arrivati con l’oscurità della sera:

suoni che svanivano, suoni che facevano il loro ingresso, immagini che

crescevano.

Aprì la tenda. Il bosco e i tronchi d’albero in direzione del laghetto di

Widt erano fiocamente rischiarati dal manto di neve, ma non riusciva a

scorgere la luna. Si allacciò gli scarponi e si infilò il maglione da trekking.

Il logo dell’Istituto di ricerca forestale era stato applicato il più vicino

possibile al cuore. Il nuovo maglione da trekking, ordinato dopo la fusione

fra l’Istituto di ricerca forestale e l’Istituto norvegese per la mappatura

del territorio e delle foreste, che aveva dato vita all’Istituto norvegese

per la foresta e il paesaggio, era un maglione esattamente uguale al

precedente, anche se il nuovo logo era stato stampato sulla schiena,

cosa che la direzione dell’istituto considerava come un vero e proprio

errore di produzione, e dal momento che la causa con il produttore

non era ancora giunta a conclusione, il maglione era rimasto a casa,

confezionato nella plastica, mai usato. Ola si mise il berretto, anche se la

temperatura era abbastanza mite da poterne fare a meno. Eh sì, l’albero

era allo stesso posto dell’ultima volta. Di nuovo si domandò se la radice

lunga lontana dal groviglio di radici fosse cresciuta in larghezza solo

dopo il suo arrivo. Dubitava che fosse possibile. Ma perché pensare a

una possibilità del genere? Il groviglio di radici con la ferita aperta era nel

contorto susseguirsi di archi, uno spuntone malato che si alzava un metro

e mezzo al di sopra della torba: verso l’alto per aspirare o verso l’alto per

rilasciare veleno. Questo era anche il punto in cui la radice raggiungeva

il massimo spessore, poi si raddrizzava e scendeva, correva per un

tratto lungo il terreno, poi scendeva di nuovo sottoterra. Era impossibile

stabilire se il groviglio di radici si fosse levato all’aria aperta molto prima

che la termogenesi avesse avuto inizio. Una variante estrema del fungo

Lophophacidium hyperboreum diceva una teoria, oppure si trattava di

Herpotrichia juniperi, però nessun micelio scuro cingeva l’abete per

quanto gli riuscisse di vedere. Comunque gli sarebbe piaciuto salire

sull’albero e osservare se ci fossero differenze fra i rametti. Sul quaderno

delle ricerche sul campo si era appuntato anche la Rhizina undulata come

possibile spiegazione. In tal caso gli aschi avevano bisogno di 37°C per

svilupparsi. Intorno al groviglio di radici la temperatura era molto più alta,

un ambiente di cottura più che di sviluppo.

La pietra che usò come bagno era posata sul terreno come un solitario

contrassegno. Era qui, vicino alla pietra, che passava il confine fra terreno

senza neve e terreno innevato. Il calore dell’abete portava a un locale

scioglimento della neve. Lui ampliò questa zona con l’urina gialla. Perché

non aveva posizionato qui dei contrassegni per vedere se la superficie di

scioglimento della neve era aumentata? E perché non si sentiva stanco?

Spezzò un ramo da una betulla, lo mise come palo al confine della neve.

Intorno alle macchie di erica lo strato di neve era spesso, anche dove

le macchie incontravano nuovi abeti. Dove c’era la radice lunga la neve

giaceva ammassata a cumuli su entrambi i lati della traccia riscaldata

lasciata dalla radice stessa e Ola era dell’idea che gradualmente la

vegetazione si fosse risvegliata alla vita in quella traccia, ma non ne aveva

la certezza. La luce del giorno forse gliela avrebbe data. E allora avrebbe

fatto altre foto.

Andò al treppiede e accese la lampada orientata ben addentro nel bosco

in direzione del laghetto di Widt. Che cosa stava scrutando laggiù? Ola

si sentiva lucido, sveglio. Abbassò la lampada verso il tronco dell’abete.

Sapeva che era caldo ma si avvicinò e appoggiò la mano sulla corteccia.

Quanto tempo ci sarebbe voluto perché si mettesse l’animo in pace

sul fatto che così stavano le cose, che questo abete qui davanti a lui

era caldo e malato e decisamente senza le risposte che lui cercava?

Le masse di tessuto legnoso che lui aveva prelevato come campione

dalla ferita che aveva inciso sembravano ricche di succo biancastro e

nella norma. Ma la consistenza era più morbida. Nel raccogli-resina si

era già depositata della secrezione. Di solito non sarebbe andata così

rapidamente. Ola tirò fuori dalla tasca il termometro da alimenti e lo infilò

nel tronco.

Poi riaccese il falò, più che altro per la luce e la compagnia. La giacca non

l’aveva mai indossata da quando era arrivato. Accese il fuoco con legna

da ardere resinosa e carta di giornale, nella veranda della tenda gli era

rimasto ancora qualche buon ceppo. Il falò borbottava, parlava la stessa

lingua della radice. Il sibilo della legna un po’ troppo verde si fondeva con

il sibilo del groviglio di radici. Sarebbe bastato poco per abbattere l’abete,

analizzare il contenuto di fenolo nei cerchi di accrescimento del legno, ma

non era questo che voleva, non era costruttivo pensarla così: autopsia,

diagnosi, eventuali misure di protezione ambientale, fine del lavoro. Che

l’albero potesse guarire qui dove si trovava, questa sarebbe stata la

cosa migliore. O che l’albero potesse raccontargli qualcosa di nuovo, fra

un’ora, fra cinque ore, fra un giorno.

Controllò il termometro da alimenti. 52°C, come l’ultima volta. L’avrebbe

lasciato lì ancora un po’. Fece una panoramica verso l’alto con la

lampada. I rami erano ben tesi, senza neve sopra per quanto gli riuscisse

di vedere, quindi il caldo si irradiava verso l’alto, verso l’esterno. L’intero

albero seguiva il ritmo del fuochista dello scantinato dell’albero stesso,

il groviglio di radici. Ma: malato? Avrebbe dovuto aspettare la luce

per riuscire a vedere la cima, ma sembrava che non ci fosse niente

di anomalo, lassù, e i grappoli di pigne pendevano pesanti. Osservò

attentamente i rami alla ricerca di un buon percorso di arrampicata.

Niente da fare. Avrebbe dovuto procurarsi una scala a pioli se avesse

voluto prelevare dei campioni dalla cima. Anche se avesse trovato delle

pigne a terra sarebbero state quelle lassù a potergli dare una risposta.

Abbassò la luce, sentì un forte schianto proveniente dal bosco. Niente,

solo un laghetto ghiacciato che parlava. Cercò qualche pigna intorno al

tronco. Nessuna. Andò vicinissimo al tronco, si rannicchiò per infilarsi

sotto ai rami e fu come entrare: c’era una casetta di abete senza che

nessuno l’avesse costruita. Per terra era più soffice, qui dentro, c’era un

altro suono sotto il tetto di abete, era più caldo, poteva stare seduto qui,

già, era proprio una casetta. Guardò fuori: un nuovo ribollire dal groviglio

di radici laggiù. Non c’era quiete, si tirò su e uscì carponi dalla casetta

di abete. Per terra non si vedeva una pigna. Curioso. Doveva avere un

campione di pigne. L’abete si teneva strette tutte le sue pigne anche ora

che era malato. Un felice abete febbricitante più che un abete malato.

Orientò la lampada in direzione del groviglio di radici, ci andò. Emanava

un profumo dolciastro? Non era di menta che odorava? Il piede destro

di Ola scivolò sul terreno viscido e lui sentì una fitta alla coscia. Adesso

sì che la stanchezza mi è calata addosso, pensò. Rimase fermo un po’

ad aspettare, il sangue gli pulsava nella gamba; era nella casa dov’era

cresciuto, sulle scale, a tutta velocità, su e giù senza inciampare,

quella casa era familiare al suo corpo, i piedi avevano esattamente la

stessa lunghezza dell’altezza dei gradini e il braccio con la mano alzata

esattamente la stessa altezza della ringhiera nel caso in cui l’avesse

dovuta afferrare. C’era un odore davvero dolciastro. Gli ricordava la

menta. Gli pareva che l’odore venisse rilasciato insieme al vapore, che

provenisse dal flusso di resina. Adesso sì che era possibile parlare di un

cambiamento, perché era certo che non ci fosse stato quell’odore prima,

durante la sera.

 

Ora la notte era equidistante dal suo inizio e dalla sua fine: quel che

era stato, la serata e il breve riposo nella tenda, era ormai lontano nel

tempo, e quel che sarebbe stato, il mattino presto con la colazione,

era ancora da venire. Ola si rallegrò al pensiero della luce, del cibo.

Avrebbe potuto mangiare adesso, ma preferì aspettare. Un delizioso

odore dolciastro. La sua mano era posata sulla radice nel punto in cui lo

spuntone contorto si assottigliava. Bello e caldo. Avvertiva che le masse

di tessuto legnoso erano porose. La ferita vera e propria era troppo calda

per poterla toccare. Il termometro da alimenti segnava 91°C l’ultima volta

che aveva misurato la temperatura direttamente nella ferita. Fra poco

l’avrebbe misurata di nuovo. Il calore proveniente dal groviglio di radici

era maggiore di quello prodotto dal fuoco vicino alla tenda. Un bel falò,

pensò, deve rimanere così per il resto della notte. Guardò il tronco. Forse

domani sarebbe arrivata gente, per lo meno quelli del giornale locale.

Che cosa avrebbe detto loro? Un vero e proprio stato di furia distruttiva

manifestatosi in uno sviluppo di calore? Questo avrebbe potuto dire. E

così avrebbe potuto negare che la Thekopsora areolata si era accanita

sulle pigne al punto da farle schiumare di malattia. Qui si trattava di un

danno alla pianta del tutto nuovo. Una sovrapproduzione. O un’anomalia

nel rapporto di sviluppo fra gametofito e sporofito, che lo zigote risultante

fosse impazzito e continuasse a correre imbizzarrito.

Si avvicinò di nuovo al tronco. Orientò la lampada verso l’alto. Sollevò

lo sguardo e la testa, tutto il peso ricadeva sulle spalle. Solo lui e il suo

lavoro, qui, questa notte! E l’albero, come ribolliva facendo una festa

d’inverno! L’abete si levava altissimo, non aveva nessuna stella in cima.

Lui non vedeva la cima dell’abete, ma riusciva a intuirla quando il vento la

scuoteva.

Se le cose erano andate in modo tanto folle da far crescere l’albero in

larghezza lo avrebbe scoperto quando fosse spuntato il giorno, quando

avrebbe rivisto la rupe che poteva prendere come punto di riferimento

nella radura dall’altra parte del laghetto di Widt.

Abbassò di nuovo la lampada verso il groviglio di radici. Doveva tornarci.

Pareva che lì ci fosse qualcosa di più da scoprire. Il campo energetico

lo faceva sentire tutto accaldato. La ferita nella radice era sempre più

infiammata, non dava segno di placarsi. Devo andare a toccare di nuovo

la radice, pensò Ola entrando nella zona illuminata: Ferite malate di fumo

e di fuoco, che cosa ci riserverà la sera. La voce veniva dall’abete. Doveva

essere proprio qui, nella sua zona, nel suo bosco di notte, il più malato

fra gli alberi, quello che non si può più chiamare normale. E l’abete con

quel suo linguaggio di aria e vapore, i suoi sospiri e il suo ribollire di suoni.

Quali pensieri e visioni si levavano questa notte, quali restavano a terra,

quali svanivano nell’aria per sempre? Ola chiuse gli occhi, si afferrò alla

radice dall’elevata temperatura.

“Quando spunterà il giorno” disse sollevando la mano. Aveva parlato.

Oh morbide ali della notte, dove mi porterà questa notte in cui non sono

più padrone di me stesso? Parole e immagini si avvicendavano sempre

più rapide, la radice scura era luminosa di energia, frecce splendenti

risalivano attraverso il braccio di Ola che strinse la mano in risposta,

strinse più forte, e non sentì più il suolo, no, sentiva solo l’aria, e l’aria era

tutto ciò che gli riusciva di afferrare con la mano destra, afferrò la pigna

che lo punzecchiò forte, vide la pigna, una pigna che saliva e scendeva,

ruotava intorno al proprio asse, se ne stava lì appesa ad aspettare Ola che

stringeva e stringeva e sentiva un irraggiamento dalla radice attraverso

il braccio, e l’irraggiamento proseguiva fino alla mano chiusa a pugno

intorno alla pigna ed ecco… un calore scese su di lui, Ola si sentiva

assolutamente tranquillo e non aveva paura del suo battito accelerato;

questa vivacità nel contatto, la notte arrivò con l’unico cambiamento di

cui valga la pena parlare, arrivò con uno stridere di vento sulle palpebre,

che poi vento non era, e l’oscurità avvolse il punto più caldo del bosco,

non aveva bisogno di vedere, perché i cespugli crescevano da soli, non

voleva vedere, ma la pigna lo teneva attaccato alla radice, divenne come

un unico abbraccio statico dal suolo e attraverso le due mani chiuse a

pugno che forzavano e mantenevano questa vivacità nel contatto, più

in fretta adesso! e il bosco fu come attraversato da un’ultima frana, un

bosco senza galli cedroni dove la parola si levava facendosi canto, canto

che portava quell’unica parola: pigna, la parola che Ola in quel momento

pronunciò, pigna, serenamente la disse, serenamente, respirando squama

dopo squama nella calda oscurità che lui afferrava con la mano levata

e catturò la pigna, ecco qui la pigna, sì, la pigna, sentiva la pigna, sì, la

sua pigna, prigioniera nella sua mano per sempre, e la pigna pendeva

nel vuoto ed era qualcosa di nuovo per Ola che teneva stretta la radice e

riportava se stesso, la pigna e la radice all’albero dicendo Grazie.

Ola aprì gli occhi e respirò, aveva la voce roca, con piccoli movimenti

si divincolò dalla presa della radice, la mano destra ancora rigidamente

levata verso l’alto, stretta a pugno intorno a una pigna che non

c’era. Abbassò la mano, allentò la morsa. Com’era grandioso questo

momento, com’erano possenti il bosco e il canto notturno!

“Io…” disse Ola. Altro non disse, ma andò verso il falò e si sedette sulla

sedia da campeggio. Si sentiva stordito, ma anche eccitato. Un’estasi

della pigna! Pensò. Cominciò a strofinarsi il braccio, a massaggiare i

muscoli tesi per la prova di forza con la radice. Sanguinava leggermente

da un graffio sulla prima falange del mignolo, la mano tremava e

l’avambraccio era rigido e bloccato. Un’estasi della pigna, pensò di

nuovo. Sul palmo della mano destra erano visibili delle piccole cavità

lasciate dalle unghie che avevano stretto l’immaginaria pigna d’abete

nell’aria. Aveva avuto un’estasi della pigna. Non c’era alcun dubbio. Una

vera estasi della pigna! Sono un piccolo uomo in questo bosco, pensò

Ola togliendosi il maglione. Tirò fuori dallo zaino una maglietta intima

pulita e si cambiò quella sudata. Appese il maglione da trekking a cavallo

della radice e al bagliore della lampada vide che anche quello emanava

vapore. Vedeva così chiaramente quel che non vedeva. Accoglieva

ogni cosa dentro di sé. Pensò ai piccoli cespugli a casa, quelli di cui

vedeva solo la cima dalla sedia accanto al tavolo della cucina. Anche

se non riusciva a vedere gli uccellini che becchettavano le palline di

sego, vedeva comunque che lo stavano facendo: le cime dei cespugli,

appesantite dalle palline a cui gli uccellini si attaccavano con gli artigli

mentre si cibavano erano scosse dai loro movimenti. Beccare! Staccare!

Mangiare! Inghiottire! Erano qui, davanti a lui. Ola bevve dell’acqua, si

tolse il berretto, poi se lo rimise. Che rimanesse pure sudato in testa. È

stato davvero intenso, pensò. Dalla grandiosa serie di estasi della pigna

di Hans Rolland negli anni Sessanta non si era più sentito parlare di altri

che avessero avuto delle vere estasi della pigna. Lui aveva letto tutto di

Hans Rolland ed era stato Rolland stesso a smascherare una sfilza di

apparenti estasi della pigna dei suoi colleghi, falsificazioni pure, o perché

l’estasi si era avuta in un ambiente dove addirittura non c’erano conifere,

oppure perché l’estasi della pigna si era verificata in fase di meditazione

o sotto l’effetto di medicinali. Ma qui! Ora, questa notte! Ola allungò

un braccio all’indietro, lo afferrò con l’altra mano e tirò ancor di più.

Non sapeva come formulare l’accaduto nel rapporto, o se in assoluto

fosse il caso di farne menzione. Cibo, pensò. Non riuscirei comunque

ad aspettare ancora per la colazione. Anzi, sì che poteva chiamarla

colazione visto che mancava poco alle cinque e mezzo. I morsi della fame

si levavano dal suo stomaco vuoto con il loro cavernoso e raschiante

richiamo.

Devo procurarmi una scala a pioli, pensò. L’acqua per il caffè bolliva e ci

mescolò la polvere solubile. Aveva aperto un barattolo di mais. Mise delle

fette di salame sul pane croccante. Mangiò. Intuiva l’aurora, era come

se la neve per terra non riuscisse più a illuminare con la stessa forza i

rami. Gli alberi più vicini all’abete malato sembravano non essere stati

ancora intaccati. È vero che c’era un abete privo di rami verso la metà

del tronco, senza alcuna traccia del passaggio di un alce, ma era coperto

da uno spesso strato di neve; gli aghi erano un intreccio che accoglieva i

fiocchi di neve che creavano nuovi intrecci, una collaborazione fra il caldo

e il freddo, la neve come piccoli omini Michelin che si arrampicavano

sull’albero.

Il caffè aveva un buon sapore, ma mise in moto pensieri e teorie in un

susseguirsi di immagini. Un cane abbaiava dall’altra parte del laghetto

di Widt. Una scala. Ola guardò l’orologio. Le sette meno un quarto. Tra

un’ora di certo avrebbe potuto trovare qualcuno, farsi prestare una scala.

 

Ola supponeva che fosse lo stesso cane che aveva sentito abbaiare

la mattina presto, quello che gli stava dando il benvenuto sull’aia del

podere. Era come doveva essere, il cane era una sentinella arrabbiata

al guinzaglio. Ola risentiva della notte insonne, se ne accorse già

sulla carraia che conduceva fuori dal bosco di Widt, e il cane registrò

sicuramente una bella gamma di insoliti odori. Il guinzaglio del cane era

legato a una catena d’acciaio, tesa fra l’autorimessa, la stalla e il corpo

principale della casa. Saltava al limite della traiettoria della catena, un

tracciato imposto e vergognoso per un cane, come una lepre in una gara

fra levrieri. Il cane si fermò di botto e involontariamente a un paio di metri

da Ola e dal campanello sulla porta. La catena tintinnò. Ola non ebbe

alcun bisogno di suonare. Una donna dagli occhi grandi e leggermente

spaventati aprì la porta. Ola si presentò, disse che lavorava nel bosco di

Widt per conto dell’Istituto norvegese per la foresta e il paesaggio. Non

disse a cosa stesse lavorando. Ma aveva bisogno di prendere in prestito

una scala. Lo sguardo della donna non cambiò, ma la sua voce era mite e

tranquilla.

“Sven tornerà fra poco” disse. Parole chiave come lavoro, bosco e scala

erano dirette solo ed esclusivamente a suo marito.

“Parlerò con lui, allora” disse Ola. Lei fece un cenno di assenso con il

capo. Che fosse necessario il consenso del marito per il prestito della

scala? Erano davvero messi così male qui? Che ci fosse comunque una

spiegazione per quello sguardo spaventato? Non ebbero bisogno di

aspettare. Sven apparve là sotto sulla strada, avanzava con ritmici tac-tac.

“È triste vederlo così, lui che era così sano” disse la moglie indicandolo. Il

contadino, Sven, camminava appoggiandosi alle stampelle.

“Mio padre ha lavorato qui nel podere fino all’età di 78 anni, e prima di

allora si è ammalato di rado” disse lei.

“Forse adesso viviamo più a lungo, ma ci ammaliamo più spesso”

aggiunse. Ola si stupì, non di quello che aveva detto, ma del fatto che

lo avesse detto. Non aveva potuto farne a meno, qui e ora, davanti a

uno sconosciuto. E sentì che questo lo irritava, non erano certo affari

suoi questi, era lui che aveva bisogno di aiuto. Sven li raggiunse, salutò.

Respirava affannosamente.

“Allora sei tu che lavori all’albero?” mi chiese. Che mi avesse visto ieri?

“Sì. Sono venuto a prendere in prestito una scala” disse Ola.

“È stato un mio parente a segnalare quell’albero. Ci è capitato davanti ieri,

durante una passeggiata. Da quello che ha detto potrebbe trattarsi di un

caso estremo di micosi” raccontò Sven. Sua moglie era già sparita dentro

casa, non aveva più niente da fare qui.

“Lei ne capisce di malattie delle piante?” gli chiese Ola. Sven aveva ancora

il respiro affannato, sottile e vuoto, di certo era stato malato, o forse lo era

ancora.

“Non c’è altro da fare che abbattere la pianta, guardare se l’ultimo cerchio

di accrescimento del legno è scuro di fenolo” disse Sven. Eh sì, allora un

po’ se ne intendeva, pensò Ola.

“Una radice vulcanica, mi è stato detto. Eh, sì, devo andare laggiù a

vedere. Potrebbe indicare anche un’eccedenza di azoto” disse Sven

mettendo le stampelle in posizione di partenza. Si voltò a guardare il cane

che scavava vicino al fienile, anche lì al limite estremo con la catena tesa

in direzione del fienile. Si mossero verso l’autorimessa e Ola diede per

scontato che stessero andando a prendere la scala.

“Ha mai visto o sentito parlare di qualcosa di simile qui nel bosco prima

d’ora?” gli chiese Ola.

“No. Neanche tu?” Ola scosse la testa. Sven tirò fuori dalla tasca della

giacca un telecomando e lo indirizzò verso il portone dell’autorimessa che

con un rumore metallico iniziò ad alzarsi. Subito fuori dall’autorimessa

c’era una jeep bianca. Forse era meglio così, dato che di posto all’interno

ce n’era ben poco. Ola notò due slot machine là dentro, in fondo. Erano

collegate alla corrente, perché si vedevano luci intermittenti e girandole

luminose. Sven si avvicinò a un congelatore, diede un colpetto al

coperchio e si girò verso Ola.

“Pesce. Ne vuoi?”

“Pesce? Ne ha così tanto?” chiese Ola.

“Sono stato al fiordo ieri” gli rispose Sven. “Ma i salmerini alpini che ho

pescato al laghetto di Widt lo scorso fine settimana non te li do” aggiunse

ridendo. La risata si trasformò in un violento accesso di tosse. Dev’essere

malato, pensò Ola. Pensò che avrebbe dovuto accettare il pesce se

voleva arrivare alla scala, il suo biglietto per la scala era nel pacchetto

con il pesce. Filetti di merluzzo. Sven ne prese due pacchi, li posò

direttamente sul pavimento di cemento.

“Questo lo devi vedere” disse sollevando un sacchetto di plastica che

scricchiolava forte perché era ghiacciato. Lo aprì e ne tirò fuori un pesce

intero. Ola non capì immediatamente che tipo di pesce fosse, ma si

accorse subito che quel pesce aveva qualcosa che non andava, nella

bocca, sfigurata durante la pesca, pensò dapprima Ola, ma poi capì che

non si trattava nemmeno di quello.

“È un merluzzo?” chiese Ola.

“Sì” rispose Sven. “Ma guarda la pelle più da vicino, guarda com’è

verdognola. E guarda qui.” Sven gli indicò la spina dorsale. Una striscia

chiara che dal centro della testa scendeva fino alla pinna caudale, una

linea di separazione dal resto del corpo del pesce e dalla sua stessa

carne. Era come se il dorso del pesce sporgesse leggermente verso l’alto

e all’esterno, come se non ci fosse nessun contatto attraverso quella

striscia chiara.

“Non hai certo bisogno di essere un esperto di pesce per vedere che qui,

qui c’è qualcosa di veramente pazzesco” disse Sven.

“E guarda la bocca. Un merluzzo con il labbro leporino! Non credo proprio

che si tratti di una ferita provocata da un altro pesce.” Da una delle

slot machine uscì una breve melodia, con tanto di giubilo meccanico e

applausi alla fine. Ola si accorse di come la stanchezza si fosse insinuata

in lui. Tutti i pensieri erano offuscati da un velo di ovatta, e d’altra parte

niente gli risultava scioccante, niente era abbastanza importante. Sven

infilò di nuovo il merluzzo nel sacchetto di plastica e disse “Eh, sì”. Uno di

questi pensieri ovattati era di chiedere a Sven che cosa avesse pensato

di farne del pesce deformato, ma il pensiero gli sfuggì e Ola non disse

niente. Sven chiuse il coperchio del congelatore, con forza, e lo schiacciò

con la mano, come per assicurarsi che fosse ben chiuso. Ola raccolse i

pacchetti con il filetto di pesce dal pavimento e sentì che gli faceva bene

che il sangue gli andasse un po’ al cervello.

“Allora, la scala! La leghiamo al trattore e ti do un passaggio per tornare

lì” disse Sven.

Ci volle un po’ di tempo, dopo che Sven ebbe spento il trattore, perché

i suoni del bosco si riassestassero. Slegarono la scala e la presero uno

da una parte e uno dall’altra, svoltarono seguendo le tracce di Ola. Fu in

quel momento che se ne accorse. Non sentiva nessun suono provenire

dall’abete. Gli sbuffi del groviglio di radici non arrivavano fino alla carraia

come al mattino presto quando l’aveva percorsa in direzione opposta.

Che fosse cambiata la direzione del vento portando via con sé quel

suono? Ola camminava così in fretta trasportando la scala che Sven

all’altra estremità dovette pregarlo di andare più lentamente. La brezza

sulle cime degli alberi, lo scricchiolare dei passi sulla neve, l’affannoso

respiro da malato di Sven, ma dal groviglio di radici nessun suono.

Appoggiarono la scala per terra vicino all’abete. Alla luce del giorno la

tenda risplendeva di un verde acceso in contrasto con il declivio dietro. La

lampada era ancora accesa. C’era stato qualcun altro qui? Niente vapore

dal groviglio di radici, ma la zona senza neve si era ampliata rispetto a

com’era a colazione. Sven si fermò, aveva il fiatone. Ola si avvicinò al

groviglio di radici, toccò lo spuntone contorto che saliva da terra. Il calore

era diminuito? Poi toccò la radice lunga lontana dal groviglio di radici con

la ferita aperta; eh già, non era affatto calda come prima della colazione.

La ferita vulcanica irraggiava ancora calore, ma si aveva l’impressione

che le masse di tessuto legnoso fossero più viscose adesso. Tirò fuori il

coltellino tascabile, ne grattò via un po’. Eh sì, più viscose. Il processo si

stava esaurendo completamente o almeno in parte. Ma l’odore di menta

si sentiva ancora.

“Non sali sull’albero?” gli gridò Sven che stava chinato sulla ginocchia

e respirava ancora affannosamente. Uomo malato chino presso l’abete

malato. Ola annuì, andò alla veranda della tenda e prese dei sacchetti

di plastica per il campione di pigne. Tirò fuori dalla tasca della giacca i

pacchetti di filetto di merluzzo. Di nuovo sentì il sangue andargli alla testa;

un pensiero diverso, un pensiero nuovo, e il pensiero nuovo gli comunicò

che era stanco. Questi me li devo dimenticare qui, pensò lasciando

cadere i pacchetti con il pesce per terra fra lo zaino e la tenda.

Sven ebbe un altro accesso di tosse. Non ha una bella cera, pensò Ola.

Rimasero fermi per un po’.

“Tutto bene?” gli chiese Ola. Questa volta fu Sven ad annuire, ma

rimase fermo quando Ola aprì la scala e la allungò. Sollevò la scala e la

ruotò verso il tronco dell’abete senza aspettare che Sven lo aiutasse.

E a lui stava bene, gli andava benissimo che Sven non fosse attivo e

non si volesse immischiare. L’unica cosa che gli serviva era il peso del

corpo di Sven alla base della scala, che si allungava oltre i grossi rami

mediani appoggiandosi dove il tronco si assottigliava. Sarebbe riuscito

comodamente a cogliere qualche pigna della cima. Ola controllò il

termometro nel tronco. 74°C. Temperatura in aumento, dunque. Si girò

un’ultima volta verso il groviglio di radici, poi mise il piede sulla scala.

Sven aveva già una mano sul piolo quando Ola salì.

Toccò con le dita. Gli aghi avevano un’elevata temperatura. Erano di un

verde succoso, intensamente profumati e con un’elevata temperatura.

Non riusciva a vedere fratture di ramoscelli e ferite vicino al tronco.

Sven ebbe un altro accesso di tosse. Dopo qualche altro gradino Ola

si sporse in avanti verso il tronco. La scala ondeggiava. Ola guardò

giù. Sven era appoggiato lateralmente alla scala. Dalla prospettiva a

volo d’uccello pareva che tenesse la scala con le spalle. O che fosse la

scala a schiacciarlo verso il suolo. Ola si chinò leggermente in avanti,

aprì il coltellino tascabile e raschiò delicatamente la corteccia. Nessuna

macchia di cellulosa. Nessun Phellinus crysoloma. Staccò una scheggia,

la infilò nel sacchetto di plastica. Poi raschiò un po’ di massa di tessuto

legnoso dalla ferita nella corteccia e la infilò in un altro sacchetto

di plastica. Da terra un nuovo accesso di tosse. Ola reclinò la testa

all’indietro, guardò dritto verso i grappoli di pigne. Non si poteva parlare

nemmeno di diradamento della chioma. Arrivare lassù, prendere un

campione di pigne, scendere, poi dormire un po’ prima del viaggio in auto

per tornare a casa.

Percepiva chiaramente il calore dell’albero sul suo viso, se avesse

chiuso gli occhi adesso si sarebbe assopito lì, in piedi sulla scala. Un

lieve tremito dalla punta dell’abete, un soffio leggero dal tronco. Una

cornacchia si alzò in volo dall’albero accanto. Ola si sfregò la fronte, si

premette leggermente le palpebre, si frizionò le guance. Sveglia! pensò.

Nessuna anomalia nel colore, nessun fungo visibile, niente perdita di aghi,

niente, niente. Ma qualcosa di nuovo sì, un nuovo suono in crescendo.

Un nuovo suono in crescendo fatto di ansimi e sospiri, qualcosa

nell’albero si era rimesso in moto, ecco una serie di sibili! Qualcosa

nelle masse di tessuto legnoso stava reagendo, qualcosa là sotto la

corteccia voleva uscire, e l’abete lasciava che questo accadesse senza

che i suoi aghi ingiallissero e cadessero, solo un lieve tremito come se

uno scoiattolo arrivasse saltellando, ma era Ola che arrivava salendo gli

ultimi gradini della scala, un’ascesa verso il campione di pigne! e senza

più scala si afferrò a un ramo e sentì i violenti accessi di tosse di Sven

a terra al ritmo del primo suono del primo vapore dalla cima, l’abete

prese fiato e qualcosa si aprì, piccoli squarci nella corteccia, Ola non

sapeva che cosa stesse accadendo, ma arrivò il vapore e con quello un

suono come di qualcosa che veniva buttato fuori e con quello un nuovo

suono proveniente da quel che ribolliva là dentro e con quello un nuovo

accesso di tosse da terra, e cosa si muoveva di più adesso, l’abete o la

scala? e se l’albero avesse potuto parlare come questa notte, che cosa

ci sarebbe stato scritto sulla neve se non Noi amiamo i piccoli movimenti

delle mani, la luce che vacilla nell’oscurità e un bell’albero nel paesaggio,

mai, mai e poi mai aveva visto il muschio infuocato, ma ora una fiamma

risplendeva su parte del muschio sulla corteccia, accidenti il muschio in

fiamme! ed ecco comparire delle chiazze scure su ogni lato dell’abete

e con queste chiazze arrivò una serie di pensieri nuovi; un ahhh da là

sotto e Ola vide Sven a terra accanto alla base della scala, ma anche se

pensò in modo serio, il suo sguardo andava su, su! e lui afferrò un altro

ramo, piccole punture calde degli aghi nel palmo della sua mano e nuovi

profondi sospiri dalle viscere dell’albero, piedi saldi sulla scala, un buon

lavoro e via con un altro sacchetto di plastica, muschio infuocato e un

nuovo, violento accesso di tosse da terra, l’abete ribolliva e sospirava, e

le chiazze scure non erano altro che dei pop provenienti dalle pigne che

cadevano dai rami, come tracce scure di lanci lontano dall’albero, poppop-

pop, e Ola sentì gridare Aiuto! da terra, ma quella parola non sortì

lassù lo stesso effetto che avrebbe sortito laggiù, tanto che Ola puntò

a una pigna, tutto l’albero tremava ora, e la pigna sibilava come uno

scoiattolo arrabbiato, dalle brattee usciva vapore e Ola allungò la mano

con il sacchetto aperto, e con i piedi saldi sulla scala non si trattava che

di afferrare la pigna con l’altra mano, anche se era rovente, oh, finalmente

il campione di pigne! un cane abbaiò in lontananza e Ola ricevette un

aiuto dall’abete che si liberò della pigna che si fiondò dritta nel sacchetto

con un pop, e lì rimase a riprendersi per un po’ prima di sciogliere il fondo

del sacchetto e cadere giù verso Sven che giaceva immobile davanti alla

scala, cosa che Ola non registrò perché seguiva con gli occhi la caduta

della pigna mentre si accorgeva che lui e la scala avevano lasciato

l’abete, sospesi nel vuoto.