Antje Rávic Strubel

Hotel Advokat


Per prima cosa andò al minibar. Poi vide i prezzi, e lo richiuse. C’era una

mela fresca sul guanciale. Sul comodino, il libretto di poesie in omaggio.

Aveva preso una camera che non poteva permettersi. Aprì una finestra

che non offriva prospettive.

Nella stanza vicina facevano l’amore.

Soltanto la mela la tentava, ma non ne era sicura. Sulla buccia lucida si

vedeva il foro d’entrata di un baco.

Christiane slacciò le scarpe, se le sfilò e si sdraiò di traverso. Da giorni

non si coricava più. Non era neanche più innamorata. Aveva solo la testa

un po’ appannata. Come un bicchiere, che qualcuno aveva riempito

d’acqua, fino al bordo degli occhi.

Ecco come si sente una testa che deve fare i conti con un volo

sull’Atlantico, pensò, dopo nemmeno un giorno. Non una testa

qualunque, pensò, la mia.

In quel momento squillò il telefono. Squillò per un bel pezzo. Sollevò

cautamente la fronte verso la porta, come se ci fosse un nesso tra quella

e il telefono. La mela le rotolò contro la gola.

Molte volte da piccola, al cinema, quando le luci si accendevano sui titoli

di coda, desiderava essere diventata un’altra. Rimescolata.

Messa da parte e scambiata. Ma questa, adesso, era solo una stanza

d’albergo.

Dove un telefono squillava incessante. Dove, ovviamente, non c’era

nessuno dietro la porta, e nessuno poteva telefonarle, tranne l’addetta

alla reception. – Not I.

Il che era ridicolo.

Quando il telefono cominciò a suonare di nuovo, alzò il ricevitore.

“Hello?”

“Haven’t you heard anything?” chiese la voce inconfondibile della

receptionist. Era troppo giovane per questo genere di hotel. Si sforzava

eccessivamente di parlare in modo corretto.

“Yeah. You’ve called me before.”

“”No, volevo dire Mrs. Meldorf, quella signora anziana di Amburgo. È la

sua ultima notte qui, e sta facendo un bel po’ di rumore giù nella lounge.

Dice che è un party. Però non ha avvisato prima.”

“Mi dispiace.”

“Ho chiamato la polizia.”

“Perché, ha paura?”

“No, ho già chiamato la polizia.”

“Ah”, disse Christiane mentre esaminava il forellino nella mela. “E allora

perché mi ha telefonato?”

“Volevo solo informarla, e poi sono qui da sola, lei al mio posto cosa

avrebbe fatto?” disse la voce, forzando l’accento.

“Sarei andata al party.” Prima che l’impiegata all’altro capo del telefono

potesse inalberarsi, Christiane aggiunse: “Visto che mi ha telefonato,

potrebbe svegliarmi domattina alle otto?”

Christiane era sdraiata supina. Se chiudeva gli occhi, vedeva la striscia

dorata del sole che splendeva sulla fiancata destra dell’aeroplano. Non

aveva mai smesso di splendere per tutto il viaggio. Il sole splendeva,

splendeva.

Non chiuse più gli occhi.

Si alzò, attraversò senza scarpe il tappeto, incredibilmente soffice, fino al

minibar, per controllare se il whisky era davvero tanto caro. Poi abbassò la

veneziana, fuori cominciava a imbrunire.

Come trenta ore prima. Lo stesso nastro smorto all’orizzonte, però

dall’altra parte dell’Atlantico. Trenta ore prima: si era chiusa una porta,

se n’era aperta un’altra, viavai e rumore di aeroporto, soltanto le strade,

dopo, sarebbero rimaste uguali, e le palme spinose. Sotto l’aereo che si

alzava, il paesaggio s’inclinava, l’intera costa tirata a lucido, le piscine

azzurre sulle colline di Hollywood, che dall’alto sembravano pezzi di

intonaco caduti dal cielo. Così s’inclinavano anche gli ultimi cinque anni,

più o meno zero, e un visto da giornalista, su cui era già scritta la data di

partenza.

“Venerdì!” aveva gridato qualcuno, dritto sotto il sole, come in qualche

film. “Venerdì!” aveva gridato anche Denys Finch Hatton a Karen Blixen,

detta “Tanne”, ma il suo aereo era precipitato da qualche parte nel

Serengeti, prima di venerdì.

“Venerdì!”, gridò lei, come se si trattasse di dopodomani, come se non ci

fossero in mezzo cinquemila miglia, bionda, i capelli corti, forse all’inizio

s’innamoravano di lei per la sua altezza, la sua statura ragguardevole.

Una donna alta uno e ottantadue deve essere portata al settimo cielo; che

scemenza (Christiane si sentiva cedere le gambe, doveva assolutamente

bere qualcosa).

Ormai, Venice Beach e le palme imparruccate potevano andar bene solo

per un’onda di alcol, e così anche il pontile e come lo avevano percorso

fino in fondo, tenendosi per mano, quasi andassero all’altare, ma sposarsi,

avevano appena detto al notiziario (era un’estate conservatrice), sposarsi

non potranno mai. Il bacio in punta del molo, dove c’era solo freddo e

il mare si frangeva vorticoso, e il riso di Christiane, provocato da una

lacrima che il vento le faceva rotolare nell’orecchio, e che la solleticava.

Ricordava molto bene il colore dell’acqua, sotto i piloni d’acciaio del

pontile. Era come il riflesso di un bicchiere di vino, talvolta, su un ventre

nudo a lei familiare.

I ricordi erano nitidi, non ancora falsati dall’uso ripetuto, e Christiane,

inavvertitamente, continuava a rispondere al telefono in inglese.

Tutto andava bene.

Nella lounge c’era sherry gratis.

Nella lounge, la vedova Melford sedeva con le mani guantate, unica nota

bianca sul corpo vestito di nero. Con lei c’era un ragazzo, che aveva delle

chiazze sulla fronte, dallo sforzo di essere gentile. Christiane immaginò

come sarebbe stato avere gli anni della vedova, e tornare a guardare il

pontile, la riva che dietro scendeva a picco, questo paesaggio con donna,

alla ricerca di un segno (una poiana in picchiata, un passo falso sulla riga

di asfalto tra le lastre del marciapiede). Il segnale di una svolta nella vita,

dopo la quale sarebbe venuto il niente.

Una spiaggia spazzata dalle onde. Cielo senza luce. Bikini vuoti (un verso

del libro sul comodino).

Tutto il niente che vuoi, e buonanotte, e poi, magari, un ragazzo del

servizio civile che, con le mani sudate, sorregge il cammino verso la

tomba.

Christiane sbirciò l’orologio. Invece di fantasticare, le era bastato

vedere nella lounge la coppietta male assortita. Quando erano arrivati

in hotel, giocavano agli innamorati. Le era parso squallido, come

ogni comportamento prevedibile (eppure assomigliavano in modo

inconfondibile a com’era lei, poche ore prima).

“Venerdì!” gridò Denys Finch Hatton, mentre lei sulla scala mobile si

rimpiccioliva sempre più, e si erano fatti un cenno, come se, invece

di lasciarsi, stessero per incontrarsi. Invece, l’ultimo bacio, e ancora

una volta, affettuosamente, Tanne (dapprima espressione di un’ironica

distanza, poi nome d’amore per loro due).

Sull’aereo Christiane aveva bevuto un succo di pomodoro, mentre il sole

splendeva costante sul finestrino. Non riusciva a dormire. Ma amava, e

aveva un posto vicino al finestrino.

Tutto andava bene.

A Francoforte, allo sportello, dovette rifare il check-in, per una negligenza

dell’agenzia americana. A Francoforte, allo sportello, disse: “Munich”.

L’addetta al check-in stava attaccando il cartellino al bagaglio, che

doveva ricontrollare.

Christiane disse: “Munich. I need to go to Munich.”

“But your ticket says Berlin.”

“Munich”, disse, “didn’t I make myself clear?”

Christiane non dormiva da ventiquattrore. Ma questo non significava

nulla, il sonno è un fratello vuoto, in autostrada ti mostra come sei, nel

retrovisore, più chiaro che mai, la radio accesa, viaggiando tutta notte sul

ghiaccio – (la poesia del libro sul comodino, l’autore si chiamava Gumz,

Christiane volle annotarselo).

A Francoforte, allo sportello, aveva udito la propria voce molto chiara,

senza incertezze, più corretta che mai, almeno per quanto riguarda

l’inglese.

“Okay”, disse l’impiegata. “Non perdiamo la calma. Lei ha prenotato

un volo per Berlino e adesso vuole andare a Monaco, giusto? Bene. Un

momento, per favore. Devo sentire il mio capo.”

Il capo, insinuante, domandò: “Perché una persona che ha prenotato per

Berlino, all’improvviso deve andare a Monaco?”

Quando Christiane fu seduta nel Boeing per Monaco, all’altezza delle ali

e dietro a una donna che doveva avere più o meno l’età di Tanne, pensò:

non una persona, soltanto io.

Non lo sapeva neanche lei.

Era coricata sul letto. Le lenzuola erano rigide. Impossibile immaginarvi

dentro un profumo, ricordare una fragranza leggera, che forse era solo

una crema per il viso, o l’odore mandorlato dei capelli.

Allora pensò dettagliatamente alla donna seduta davanti a lei sull’aereo

per Monaco, quasi fosse l’unica cosa sensata da fare, per il resto della

notte.

Anche perché il whisky era caro, come sempre negli hotel di quel genere.

Di fianco avevano smesso di fare l’amore.

Sotto, la festa continuava. Gli acuti della vedova Meldorf arrivavano fino in

camera. Forse anche lo sherry era già finito da un pezzo.

Ripescò le scarpe dal pavimento.

Nel corridoio non c’era nessuno.

L’austriaco della stanza accanto aveva appeso alla maniglia il cartellino

“Non disturbare”. Vi passò davanti in punta di piedi. L’austriaco era uno

di quei tipi che perfino a colazione badano a riporre la forchetta nel piatto

con l’angolazione giusta.

Se avesse ragionato come lui, Christiane sarebbe andata a Berlino, non

a Monaco. Monaco non era una città per principianti. Non aveva nessuna

ragione di essere lì. Non sarebbe scesa in un hotel che non poteva

pagare. Si sarebbe preoccupata di mettersi in contatto con l’emittente

per cui lavorava. Di fare una telefonata a L.A. Sono arrivata, tutto bene,

non preoccuparti, mi manchi (che era vero, e non stava scritto nel libro di

poesie).

Non si sarebbe accodata a una sconosciuta, prima alla dogana e

attraverso l’aeroporto, poi nella metro. Non l’avrebbe seguita in un hotel

che sembrava lo studio di un designer, e non le avrebbe rivolto la parola

in inglese, senza sapere cosa dirle. Ma seduta dietro a quella donna,

sull’aereo da Francoforte a Monaco, la decisione le era parsa ragionevole.

Monaco, pensò. E perché non Buenos Aires, il Cairo o Novosibirsk?

“Hallo, Mrs.- Sorry. I’m Ines, you remember?” Gli scalini che portavano

alla lounge, finto marmo, bianchi e sottili, la sconosciuta era sul

pianerottolo più alto, i pollici infilati nell’alta cintura. In aereo Christiane

non l’aveva più guardata, nemmeno per strada, né in hotel, dove aveva

aspettato fuori finché questa straniera disinvolta e incredibilmente

giovane (Ines, dunque, d’ora in poi) non era sparita nell’ascensore.

Ines.

Lei non era una ragione per essere lì. Portava pantaloni a vita bassa, che

marcavano impietosamente le sue ossa. Era quasi anemica, non alta, i

capelli castano cenere.

“Christiane. Possiamo anche parlare in tedesco.”

“Ah. Lei parla tedesco?” Il suo profumo era pesante, prezioso e intenso,

un profumo costoso (forse, con un po’ di pazienza, avrebbe potuto

convincersi di aver seguito questa donna per il suo profumo).

“Così pare, no?”

Certo, pensò Christiane, solo che la testa non riusciva ancora a seguirla.

Era come un bicchiere. E adesso qualcuno stava per berselo.

Ines sorrise, scaltra, per forza si è avvantaggiati, da giovani, aveva detto

Tanne, si vince in velocità.

In quel momento tutti si misero a correre, la vedova coi guanti di

plastica bianca e lo sherry a buon mercato e l’impiegata della reception

sfrecciarono davanti a Christiane a velocità supersonica.

Rimase una donna con i pantaloni a vita bassa, e con un sorriso che

faceva male. Non a tutti, pensò Christiane: a me.

“Ehi, aspetti. Non prende qualcosa da bere? Offre la vecchia signora

laggiù. Quella sì che ha i soldi. Anche se non si direbbe, dai vestiti orrendi

che porta.”

“La conosce?”

“Se la conosco?!” Ines era disinvolta, gettò il capo all’indietro, fu come

un segnale per la vedova, che agguantò il suo ragazzo e lo attirò a sé,

premendogli la guancia contro l’orecchio. “Ho trascorso gli ultimi sei anni

con quella e con suo marito. Mr. Strafico, finché non s’è ammalato.”

Christiane si lasciò guidare da Ines al tavolo d’angolo dov’era lo sherry.

C’erano anche altre bottiglie, noccioline, il secchiello del ghiaccio e dei

tovaglioli ben piegati.

Finse di decidere, poi si fece versare da Ines un whisky con ghiaccio,

perché pensò che le piacesse maneggiare le bottiglie, e comunque a

Tanne sarebbe piaciuto (ecco che i confronti cominciavano a sostituire i

ricordi).

Gli ospiti nella lounge erano quasi tutti in piedi. C’erano delle poltroncine

di cuoio bianco, ma così distanziate che o si parlava o si stava seduti

lontani.

“Vediamo se ci si sta in due”, disse Ines. “Stavo giusto dicendole che è

stata un’idea del cazzo organizzarlo qui.” Gettò una gamba sul bracciolo,

la fece dondolare finché Christiane fu seduta, poi puntò il gomito destro

sulla coscia. Appoggiò la testa contro il pugno, e sogguardò Christiane.

Quando beveva, i cubetti di ghiaccio le sbattevano sui denti.

“Dunque”, disse. “Perché parla come un’americana, se non lo è?”

“E Lei, perché vive in un hotel per vedove e uomini d’affari?”

“Quella è mia zia. Anche se non mi può vedere. Glielo faccio venire in

mente”, disse Ines, accentuando sprezzante la “e”. “Anche Lei, però, è in

questo hotel!”

“Io sono una vedova.” Christiane posò a terra il bicchiere. Poi lo riprese in

mano e fece tintinnare i ghiaccioli. Era un bel suono.

“Capisco”, disse Ines. “Lui ha preso il volo.”

“No. Io.”

“Wow! Sul serio? E quanto c’è voluto?”

“Dieci, undici ore.”

“Volevo dire, per farlo veramente.”

“Il tempo di volare da L.A. a Francoforte non-stop.”

“Allora adesso c’è qualcuno molto infelice.”

“Sì”, disse Christiane. “Io.”

Ines le diede un colpetto sulla spalla, annuì (forse la sua espressione più

filosofica): “Certo, anche mia zia è infelice. Però dà sempre delle feste,

per cercare di dimenticare lui. E io le sono d’intralcio. Ma non glielo

rimprovero. Solo che lei non lo capisce.”

Le storie a distanza non fanno per me, aveva detto Christiane, più di

trenta ore prima. Io non ho mai voluto che succedesse. Tanne fumava.

Sempre che sia ancora una storia a distanza. Dopo quanti chilometri

d’acqua entrano in vigore altre leggi? E se ci legasse un vincolo oceanico?

L’acqua conduce meglio dell’aria, no? Ma forse basta che io ti aspetti,

tanto sei più veloce tu. Poi soffiò il vento, oppure Tanne si voltò, così che

le cadde la cenere, sbadatamente.

Leggi. – Mentre lei a malapena riusciva a richiamare i lineamenti della

sua amata, si confondevano, si sviluppavano dall’accenno di una frangia

castano cenere.

Rimescolata. Messa da parte e scambiata.

Come aveva desiderato.

Ines, un po’ più in alto di lei sul bracciolo, si protese in avanti: un viso

costoso e levigato che si avvicinava, ma non diventava più bello, e

perciò non poteva avere nessuna colpa; di facce così, da principessa sul

pisello, da contessa dal nome altisonante, Christiane ne intervistava in

continuazione: e come alzavano la mano col dito teso! Come muovevano

la testa, dato che i loro concetti erano tutti giusti. Come può essere un

viso, prima di scoprire che dietro la facciata non c’è niente da vedere.

Ma guardati! (Questa è Tanne. Fin quando ha voce in capitolo, qui.)

Alla fine, il virus forse si nasconde nel tuo sistema operativo. Errore di

elaborazione dati, puro psico-casino.

“È proprio un peccato. Voglio bene a mia zia, sul serio,” disse Ines.

“Eppure lei non mi vuole qui. Allora cerco di conquistarla con le piccole

cose. Ma nessuno si accorge più delle piccole cose. Prima Lei parlava in

inglese, e adesso in tedesco: tutti l’hanno notato. Guardi, invece, cosa sta

facendo al bicchiere: nemmeno se ne accorge.”

“Non sto facendo niente.”

“Ah no?” esitò. “Lo sta mordicchiando tutt’intorno.”

Che assurdità.

L’impiegata della reception stava firmando la denuncia. Sembrava

definitivo, come lo faceva, ma non poteva essere per quello. In fondo,

niente era definitivo. Tutto si poteva revocare, in un modo o nell’altro.

Persino una firma poteva essere annullata. L’impiegata poteva ritirare la

denuncia, poteva sempre dire di essere stata costretta a firmarla.

Ridicolo. L’hotel non era a Novosibirsk, c’era un volo per Berlino ogni ora,

era l’epoca d’oro dei cellulari.

Incredibilmente ridicolo, pensò Christiane. E scoppiò a piangere, cosa

ancora più ridicola.

“Oddio, che cos’ha?”

Ines, seduta con occhi enormi, la guardava di fianco.

“Niente”, disse Christiane. “Davvero. È solo che siamo così stupidi. Come

sua zia. Non ci accorgiamo di niente. Non sappiamo neppure se abbiamo

dei conti aperti col passato. Se non fossimo tanto stupidi, lo sapremmo.”

“Il passato? Vuol dire, il tempo dei dinosauri?...” Ines ridacchiò, il corpo

tutto contratto, come se si divertisse da matti, mentre la zia continuava a

ignorarla, chissà se si erano almeno salutate.

“Magari abbiamo commesso qualcosa, un tempo, che non ricordiamo

più,” disse Christiane, “e continuiamo a ripeterla, senza tregua.”

“Oddio,” disse Ines. “Dev’essere stata contagiata da qualcosa di

esoterico. – Vuol bere ancora un po’?”

“Alle vedove!” disse Ines, di ritorno con i bicchieri pieni.

“A Monaco”, disse Christiane. Il whisky sapeva di mela.

Non era whisky, era calvados. Che importava: anche il calvados era gratis.

Ines sporse in fuori il labbro inferiore. Socchiuse gli occhi, in una specie di

ammirazione, che a Christiane sarebbe piaciuto attribuire a sé. Ma non era

possibile, e l’ammirazione rimase ingenua.

Si appoggiò allo schienale e chiuse gli occhi. Era tutto buio, lì dietro.

Niente splendeva. Non c’era mai stato niente che splendesse.

Soltanto Tanne.

Era là. Vestita di azzurro, con la camicia semiaperta (e di nuovo, affiorato

dal calvados, un richiamo al cielo, banale, però stavolta non cedette).

Mi piace vivere qui, aveva detto Tanne, le palme gettavano ombre

slanciate nel pomeriggio, capisci, non posso andarmene via così.

E lui, Denys Finch Hatton, aveva trovato una risposta anche questa volta:

me l’hai rovinato, sai, il gusto di stare da solo. Prima di non ritornare, quel

venerdì, mentre tutti dicevano che era suo l’aeroplano che era precipitato

da qualche parte, nel Serengeti.

Dopo, si fece scuro. Una lunga sera nella steppa, il tramonto, i titoli di

coda in un cinema di Hollywood, il pomeriggio, due si tenevano per mano.

“... se non conosce nessuno qui”, diceva Ines nell’oscurità. Parlava piano,

la voce della vedova riecheggiava dalla parte opposta della lounge.

“Insomma, potremmo... mi piacerebbe rivederla.” Lì vicino, da qualche

parte, c’era un corpo, un ginocchio, dentro ai pantaloni a vita bassa e,

dopo mezzora al massimo, un seno anemico premeva, sbadatamente,

forse a causa dell’alcol, o forse no. “Per favore.”

C’erano delle falle nel sistema, e crepacci, c’era (attenzione!) il rischio di

precipitare.

Un pontile in dissolvenza. Una spiaggia nuda.

“Yeah”, udì Christiane, il sonno è un fratello vuoto, in autostrada ti mostra

come sei, nel retrovisore, più chiaro che mai. “Why not.” Veniva da

lontano. “Magari venerdì.”

Chiunque potrebbe ingannarsi su se stesso, in qualunque momento.

Non chiunque, pensò Christiane. Io.

Io, però, era fatto di voce, e la voce veniva dalla testa, e la testa non era

un bicchiere, era il cubetto di ghiaccio, e si stava sciogliendo sotto i suoi

occhi.

Dopo, scivolò giù dalla poltrona, e fece appena in tempo a sentire la

vedova che centrava, ridendo, il suo acuto più alto.