Gaute Heivoll

Il dottor Gordeau


I

Quando l’aereo è praticamente fermo, lui vede un angelo. L’angelo

se ne sta seduto in fondo al piccolo convoglio portabagagli che sta

attraversando la pista d’atterraggio. Un giovane uomo. O una donna?

Capelli di media lunghezza. Gli occhi. Impauriti? Felici? Sta alzando la

mano?

Quando guarda fuori di nuovo la valigia su cui era seduto l’angelo è

caduta, ma il convoglio portabagagli prosegue oscillando la sua marcia.

La valigia è nera. Chiusa. Come se contenesse uno strumento.

L’aereo fa manovra seguendo le strisce rosse e gialle della pista di

atterraggio, poco dopo si ferma del tutto. Il cuore batte con una forza

nuova. Un attimo fa lui era in volo, a quaranta gradi sotto zero sorvolava

le spiagge a forma di sciabola della Sardegna. Era immerso nell’ascolto

di una conversazione fra due donne francesi sedute qualche fila dietro di

lui, e intanto fissava la tazza di caffè guardando il latte espandersi come

nuvole in tutto quel nero. Il Mediterraneo, che sulle carte risultava ben

delimitato, ma che nella realtà, come si presentava ora proprio sotto di lui,

appariva immenso. Immobile, gelido, silenziosamente luccicante come

cocci di vetro sparsi sul pavimento di una sala da ballo. Si addormentò.

Per un breve istante si ritrovò inginocchiato accanto al laghetto dei pesci

rossi dietro casa sua in Danimarca. Vide gli indolenti pesci rossi sotto lo

strato di ninfee e alghe verdi. Una rana galleggiava sul pelo dell’acqua.

Occhi da rana, innaturalmente grossi, rigonfi. Poi sente Vivian gridare da

casa: Dove sei? È ora di andare! Sente i passi di Vivian sulla ghiaia, sul

prato. Anche la rana la sente, si immerge e nuota con movenze quasi

umane fin sotto lo strato di torba.

Lui è ancora seduto con la cintura di sicurezza allacciata. Suda sotto

le ascelle, in mezzo alle gambe. Poco dopo la gente si alza intorno a

lui, il cuore gli batte più forte. La temperatura esterna è di trentun gradi

centigradi, informa il capitano. Fra poco anche lui si alzerà. Adesso è

arrivato. È spaventato. Una luce rossa lampeggia. Ecco, è in piedi, il

sangue gli va alla testa. La valigia in mano, la coda attraverso l’abitacolo

dell’aereo, un passo alla volta giù dalla scaletta, attraverso la pista di

atterraggio in direzione delle porte a vetri. Un piede dopo l’altro. Così.

L’ondata di caldo. Ovunque intorno a lui un confuso frastuono. È arrivato.

Sta camminando. Cerca con gli occhi la valigia che era caduta dal

convoglio portabagagli. L’angelo. Non vede più nessuno.

Il funzionario lo fissa come se stesse scrutando il contenuto di una

bottiglia. Poi il suo sguardo si abbassa sulla fotografia del passaporto. Il

flusso dei viaggiatori scivola oltre, irrequieto, lui riconosce alcuni dei volti

visti all’aeroporto di Roma. Perché è toccato a lui essere fermato e non a

loro? Ha forse un’aria sospetta? Il suo viso è davvero cambiato così tanto

da quando è stata scattata la foto sul passaporto? La bocca? Gli occhi? I

capelli. Ma certo. I capelli.

Turista?

Il funzionario lo fissa in un punto più o meno tra le guance e il mento. Lui

sente il sudore sotto le braccia, il peso della cintura portasoldi intorno alla

vita, immagina le banconote impregnate di sudore, rovinate e senza più

alcun valore. Risponde con un energico cenno di assenso che fa danzare

i suoi capelli di media lunghezza. Ma il funzionario non sembra convinto,

anziché ridargli il passaporto gli indica una porta blu.

 

Altri due funzionari, uno di loro sembra irritato, come se fosse stato

distolto da un lavoro che richiede grande precisione e silenzio. L’altro

ha le mani coperte da guanti bianchi. Si fanno mostrare il passaporto.

Fissano la fotografia sul passaporto, poi fissano lui, quasi sincronizzati,

come se uno non potesse fare nulla senza che anche l’altro facesse

esattamente lo stesso. Please open. Con il batticuore lui appoggia la

valigia sul banco di metallo. Il fischio alle orecchie quando la aprono,

la mano del funzionario coperta dal guanto che scompare sotto lo

strato più superficiale con i soliti vestiti. Camicie, pantaloni. Un piccolo

asciugamano da viaggio che Vivian aveva piegato con cura e messo in

valigia senza che lui lo sapesse. La mano che fruga qua e là, scendendo

verso il fondo della valigia. Le camicette. I cosmetici. La biancheria intima,

là sotto. All’improvviso ecco il funzionario tenere fra le dita una delle sottili

mutandine, subito dopo tira fuori un reggiseno. Per alcuni secondi lui non

sente più quello che succede nella stanza. Sente i suoni dell’aeroporto:

il flusso delle persone, la voce metallica che risuona nella sala d’attesa.

Tutte le conversazioni, il ronzio e il mormorio. Lo sguardo dei funzionari.

Lui è sul fondo del laghetto, i pesci rossi scivolano sopra di lui, come

enormi dirigibili davanti al sole. Gli occhi della rana che s’ingigantiscono

nell’oscurità davanti a lui. Poi torna in sé. Il reggiseno ciondola dalle

dita del funzionario come se fosse un rifiuto maleodorante. Il funzionario

che prima sembrava irritato esclama qualcosa in arabo. Trionfante,

sprezzante, impossibile a dirsi. Poi passano entrambi al francese. La

valigia viene richiusa con un colpo secco. Lui fa in tempo a lanciare

un’ultima occhiata a mutandine e reggiseno prima che il funzionario se li

ficchi in tasca.

 

Dottor George Gordeau, Clinique, Rue Lupebé 24. Appoggia la valigia

sul letto, la apre, guarda il caos lasciato dalla mano del funzionario. Per

qualche motivo respira a bocca aperta, come dopo un giro di corsa. Sta

scendendo la sera. Va alla finestra. La profondità di un cortile sul retro, le

antenne della televisione che si innalzano sui tetti delle case nell’ultimo

sole, tremolanti antenne di enormi insetti in attesa della morte. Un muro.

Fissa il foglio ancora una volta, poi lo ripiega accuratamente e lo infila tra

le banconote nel portafoglio. Gordeau, dice quel nome più e più volte, ma

il misterioso e l’impenetrabile non svaniscono. Mai come adesso lui si è

sentito così vicino. Da qualche parte là fuori in questa città c’è il dottor

Gordeau. Che cosa starà facendo in questo momento? Dormendo?

Mangiando? Leggendo? Che cosa sa lui in effetti di Gordeau? Studi in

Francia, medico militare. Poi chirurgo. E adesso. Già. Adesso Gordeau è

qui. In questa città. Molto probabilmente vive solo. Già. Medico militare.

Che sia stato in guerra? In più di una? A ricucire membra dilaniate. Che

cosa non deve aver visto! Un uomo come Gordeau non può che vivere

solo. Un uomo che della vita ha visto troppo per poter vivere insieme a

qualcun’altro.

Si sdraia sul letto, pensa all’angelo che ha visto all’aeroporto. La valigia

rimasta lì a terra. Il convoglio che proseguiva. I capelli dell’angelo nel

vento. Un susseguirsi di pensieri che non porta da nessuna parte. Tutto

vortica in grandi cerchi proprio sopra al suo letto. Pensa di nuovo al

dottor Gordeau, non può fare a meno di fantasticare sulla sua vita. In una

delle bianche ville in muratura che costeggiano la strada per l’aeroporto,

forse è in una di quelle che Gordeau abita? Magari insieme a un piccolo

cane bianco, una domestica, un autista. Ma comunque solo. E la sua

clinica, che sia in un’ala separata della villa? Stanze luminose, accoglienti,

quadri di buon gusto alle pareti, e con le finestre che guardano verso

l’abbagliante mare blu. Tutti gli interventi effettuati lì.

Telefona alla reception e ordina qualcosa da bere. Visto che dopo un

quarto d’ora ancora non è successo niente, esce dalla stanza e scende.

L’addetto alla reception lo guarda come se non capisse, dopo molti

tira e molla riesce finalmente a farsi dare una bottiglia e un bicchiere

in plastica sottile, fragilissima. Torna su e nel momento in cui arriva nel

corridoio vede un piccolo arabo sgusciare fuori dalla sua stanza. Una

rabbia violenta lo assale, si avvicina a passi decisi, ma l’arabo si allontana

rapidamente, si affretta verso l’ascensore con un candido, sfuggente

sorriso. Dove vai? Ehi, tu! Ma l’arabo è muto come uno spettro. La porta

dell’ascensore è bloccata da una sedia, in un batter d’occhio la sedia

viene trascinata dentro l’ascensore, le porte si richiudono e l’arabo

sprofonda un piano dopo l’altro.

 

II

C’è un terribile frastuono. Lui è all’entrata della piazza di un mercato di

forma ovale, lo spingono in avanti, il dorso di un asino lo sfiora, ronzio

di mosche, bancarelle di arance, stagnini, lustrascarpe, piccoli caffè.

Il sole accecante. Lui non ha idea di dove andare. Un lustrascarpe è

subito da lui e gli offre i suoi servigi. Un altro spunta dal nulla e gli grida

all’orecchio, trapassandolo da parte a parte: You want to see the sea! You

want to see the sea! Lui cerca di attraversare la piazza, ma una specie

di corrente sottomarina lo costringe in un’altra direzione. È una testa

più alto di tutti gli altri e gli sembra di crescere sempre di più, pollice su

pollice, un gigante bianco. Migliaia di occhi neri. Cosa credono che lui

sia? Tutt’a un tratto scorge una piccola mano sudicia armeggiare sopra

ai suoi fianchi proprio all’altezza della cintura portasoldi, tenta di colpire

quella mano, si allontana. Alla fine si accascia su una sedia al tavolino

di un caffè e ordina una birra marocchina. Si tuffa sul bicchiere e beve

avidamente. La piazza del mercato ha un aspetto meno minaccioso

vista da una certa distanza. Ordina un’altra birra. Finalmente ritrova la

tranquillità per riflettere sulla sua visita alla clinica del dottor Gordeau: il

taxi si era fermato in Rue Lupebé e lui si era incamminato con il batticuore

fino ad arrivare davanti al civico 24. Un’alta villa in muratura, quasi come

se l’era immaginata. Alla fine della strada il traffico proseguiva regolare

lungo un viale. Nella direzione opposta scintillava il blu dell’Oceano

Atlantico. Non era certo di dove esattamente si trovasse, probabilmente

da qualche parte in una zona periferica del centro. Il taxi aveva imboccato

molte strade secondarie, percorso parecchi vicoli che a lui in un primo

momento erano sembrati ciechi, ma che si erano poi aperti collegandosi

gli uni agli altri. Aveva fissato la targhetta dorata accanto al citofono.

Clinique. Aveva preso fiato e premuto il pulsante. Una porta alta. Una

sola stanza, fresca, una pianta in un angolo, una scala che saliva, sulla

sinistra una reception, una giovane donna che aveva sollevato la testa

guardandolo negli occhi. Vorrei parlare con George Gordeau. La ragazza

aveva sorriso incerta come se la sua richiesta fosse uno scherzo, poi però

il suo volto si era ricomposto in una freddezza inequivocabile e cupa e lei

lo aveva pregato di accomodarsi su una panca in pelle trapuntata proprio

accanto al bancone e aspettare. Mentre lui se ne stava seduto lì il portone

si era aperto ed era entrata una donna in avanzato stato di gravidanza

accompagnata da un uomo di una certa età, tutti e due avevano salutato

ed erano poi spariti su per le scale. Erano passati dieci minuti. Un quarto

d’ora. Mezz’ora dopo il portone si era aperto di nuovo ed era entrata una

giovane donna che teneva per mano un ragazzino. Anche loro avevano

salutato e poi erano spariti su per le scale. Lui si contorceva sulla panca,

sudava nonostante la ventola sul soffitto. La ragazza dietro al bancone

stava scrivendo qualcosa, a mano. Quando lo stridio della penna si era

interrotto, lui si era voltato ma lei aveva immediatamente abbassato lo

sguardo. Dopo quasi un’ora, come dal nulla, gli aveva detto con voce

atona: può salire. Lui non aveva sentito squillare il telefono, né l’aveva

sentita parlare con qualcuno, e si era alzato confuso. Intende dire, salire

su per le scale? Le indicò. Lei fece un cenno di assenso col capo e il suo

volto si aprì di nuovo a un sorriso malizioso.

 

III

Il dottor George Gordeau? L’uomo con la mascherina si volta, ma non

risponde immediatamente. I suoi occhi sono come velati di condensa. Fa

un gesto verso la sedia. Lei è Anders Nimb? Lui annuisce. Sì. Nonostante

la finestra aperta, fa caldo in quella stanza; tende bianche, pareti bianche,

un contenitore metallico per rifiuti medici. Io non sono George Gordeau,

dice il medico abbassandosi la mascherina sotto il mento. Si accomodi.

Sono io che la visiterò. Ma... Mi sarebbe piaciuto parlare con Gordeau in

persona, lui non ha menzionato nessuna tariffa... Stia tranquillo, arriverete

comunque a un accordo, una soluzione si trova sempre. Ne è sicuro? Non

dovrei forse firmare delle carte prima? Quali carte? Vede forse delle carte

qui? Il medico si toglie i guanti monouso e li lancia nel contenitore con

fare da moschettiere, ne prende un paio di nuovi, se li infila e punta il dito

guantato. Lui pensa alla mano del funzionario all’aeroporto. Tutt’a un tratto

due cani cominciano a fare un gran baccano da qualche parte al di là della

finestra. Si sbrighi, adesso. Ci sono altri pazienti oltre a lei. Si può spogliare

dietro a quel paravento.

Il profondo imbarazzo nel trovarsi nudo davanti a un uomo. Si accomodi

sulla sedia. Appoggi le gambe sui reggicosce. Lui allarga le gambe

e chiude gli occhi. Sente un intenso calore laggiù quando il medico

posiziona la lampada a distanza ravvicinata. Quando posso incontrare

Gordeau? Sente le mani del medico palpare con delicatezza i testicoli.

In questo momento è occupato. Ma sarà Gordeau a fare... l’intervento?

Sì, naturalmente. La mano racchiude lo scroto, solleva e tira con cautela.

Da quanto tempo si sottopone al trattamento ormonale? La porta si apre

all’improvviso ed entra un’infermiera con una cartella sotto al braccio.

Il medico allontana la potente lampada. Da quanto tempo lo desidera?

Da quanto? Non saprei... da sempre credo. Il medico annuisce. Si può

rivestire, adesso. Maria ha tutte le carte necessarie, non è vero? Maria si

volta e sorride, prima al medico, poi – in modo diverso – al paziente.

Comincia a rivestirsi rapidamente, al di là del paravento il medico e Maria

parlano in arabo. Quando ha finito il medico se n’è andato, è rimasta solo

Maria con quel suo cupo sorriso. Somiglia alla donna giù alla reception.

Forse sono sorelle. Se ne sta seduta china su un modulo. Sexchange.

Operation. Yes... Non appena nomina quella parola è come se le ginocchia

cedessero per un istante, lui barcolla in direzione della sedia. A dire il

vero non ci ha mai pensato come a una operazione, piuttosto come a un

intervento, ma d’un tratto capisce che operazione è la parola giusta. Stia

tranquillo, Gordeau è molto competente. È il migliore. Qual è la tariffa, lei lo

sa? Seimila. Dollari? Ma certo. Così tanti non ne ho. Per un istante lei alza

gli occhi dai documenti. Per favore, non potrei parlare personalmente con

Gordeau? Purtroppo non è possibile incontrare Gordeau prima di domani.

Ma dov’è? In ferie? A casa? Lo sa quanta strada ho fatto per arrivare fin

qui? Lo sa quanto ho vissuto... come...! Lui china lo sguardo su di sé e

lei lo squadra apparentemente senza trovare niente di particolare. No, sir,

non lo so. Seimila dollari non li ho... ma ho... ne ho forse... quattromila.

Gordeau sarà qui domani mattina, come le ho già detto. Torni domani

mattina. Ma l’operazione... Gordeau l’operazione può farla, ma dipende

da... Da cosa, insomma! Mi dispiace, sir, ma non ho più tempo per lei, ci

sono altri pazienti. Se lei ha i soldi, Gordeau la valuterà alla pari di tutti gli

altri. Fuori, per strada, i cani si azzuffano, guaiti quasi umani si innalzano

serpeggiando lungo la facciata, lui sente il suono penetrante della penna

di lei e solo adesso si accorge del ventilatore che ruota lentamente da una

parte all’altra facendo svolazzare i fogli su cui sta scrivendo.

 

IV

Si alza dal tavolino del caffè. C’è brezza nell’aria, i teloni sopra le

bancarelle sventolano e sbattono come le vele di un trealberi quando il

vento cambia direzione in mezzo al mare. Senza che lui se ne sia accorto,

la gente per le strade è diminuita. Un cane magro trotterellando lo supera

e scompare in un vicolo. Lui ripercorre la stessa strada in direzione

opposta, oltrepassa l’uomo che poco prima aveva allungato verso di lui

delle arance maturate al sole. Adesso l’uomo gli gira le spalle, occupato

a riporre i frutti in grandi casse. Uno a uno, delicatamente, quasi fossero

di vetro. Sbuca sul grande viale. Qui il vento soffia più forte. La camicia

gli trema sull’addome e sulla schiena si gonfia come una mongolfiera.

Si sta rabbuiando, anche se sono solo le due appena passate, una

sorta di foschia attraversa il cielo e vela il sole. Si incammina verso

l’albergo, pensa a quello che gli è successo prima di lasciare la clinica.

Si era voltato e stava per uscire dall’ufficio quando lo aveva assalito la

sensazione di essere osservato. Subito aveva lanciato un’occhiata alla

sua destra, in direzione di una tenda di bambù. Il profilo di un uomo.

Completamente nero e immobile. Un brivido gelido lo aveva attraversato.

L’uomo non si era mosso. La tenda ondeggiava tra di loro. George

Gordeau? aveva chiesto con voce impastata. Allora l’ombra era scivolata

di lato e svanita.

Costeggia le facciate delle case e pensa a Vivian: Vivian a casa a letto

con le palpebre pesanti, Vivian al volante quando lo aveva accompagnato

all’aeroporto, Vivian che attraversava il prato, fino al laghetto dove lui

sedeva inginocchiato a fissare i pesci, la rana. I passi di lei che fanno

affondare e svanire quegli occhi rigonfi. Hai paura? Non vuoi partire?

In un batter d’occhio se n’è andato il sole. Il cielo si è oscurato. Proprio

sopra di lui è quasi nero. Il cuore gli batte più forte. Un cartello con

un’enorme freccia bianca sbatte violentemente nel vento. Gli sorge il

sospetto che stia andando nella direzione sbagliata. Oltrepassa un edificio

crollato che non ricorda di avere mai visto, un ragazzo sta in piedi su quel

cumulo di rovine e lo indica con un bastoncino. Lui si gira, ripercorre la

stessa strada a ritroso, a passi più rapidi, le auto scivolano via lasciandosi

dietro lunghi veli di polvere. L’entrata della piazza del mercato, lui esita,

poi entra. L’uomo delle arance non c’è più, solo lo scheletro della

bancarella è rimasto lì a tremare nel vento, alcune donne vestite di nero

sono sull’uscio di una casa, ma si ritraggono non appena lo vedono. Un

suono basso, sibilante, come di un falò. Qualcosa nell’aria. Sabbia. Fissa

il palmo della sua mano. Piccolissimi granelli di sabbia rossastra.

È già passato di qua? Si ferma, l’incertezza lo assale. Un cartello a forma

di scarpa di Aladino dalla lunga punta ricurva. No. Si volta, torna indietro

per la stessa strada. La sabbia sibila alle sue orecchie, gli penetra nel

naso, nelle orecchie, nella bocca. Lui respira attraverso la camicia. Il

cielo è rossastro, quasi violaceo sopra ai tetti delle case, come se al

largo una petroliera fosse andata in fiamme. Comincia a impaurirsi sul

serio. Non c’è più nessuno in giro, evidentemente tutti sapevano della

tempesta di sabbia, tutti tranne lui. La notte di sabbia vorticando lo

avvolge e lo attraversa, si deposita nei polmoni come polvere sottile.

Ogni angolo di strada è esattamente identico al successivo, le facciate

delle case si confondono le une con le altre. Una porta, e pochi minuti

dopo eccone un’altra, con la stessa identica maniglia. Alla fine di una

stretta via intravede un uomo di spalle. Un turista? Che ci siano altre

persone laggiù? Gli è sembrato di sentir parlare inglese. Aumenta

l’andatura, ma l’uomo si sposta almeno altrettanto rapidamente. Al

successivo angolo di strada vede quella schiena passare davanti a una

finestra. Ehi, tu! Aspetta! L’uomo non sente, si addentra sempre più

in quel rossastro tessuto di sabbia e scompare. Granelli di sabbia gli

entrano in bocca mentre grida. Aspetta! Corre a più non posso. Dietro

l’angolo. Un portone. Uno spazio aperto. Un mercato? Si scherma gli

occhi con la mano. Nessuno. Bancarelle vuote ovunque si giri. Teloni

al vento, come abbandonati vessilli di guerra di un’armata, cacciata e

dispersa ai quattro venti. Ed eccolo lì. Leggermente a destra, un profilo

nero contro un muro incolore. A non più di cinque metri di distanza. Lui

ha il fiatone ma è costretto a coprirsi il volto con la camicia per evitare

che la sabbia gli penetri ancor di più nei polmoni. George Gordeau? È

lei? La sagoma non risponde, fa invece un passo avanti, poi un altro. La

sabbia mugghia intorno agli angoli delle case, lui immagina una sottile

polvere rossa adagiarsi sui solchi del suo cervello. Una testa. Capelli di

media lunghezza. Un uomo? Sì. Si avvicina ancora di un passo. Di che

età? Gordeau? dice di nuovo, ma questa volta più che altro a se stesso.

Un arabo? No, i capelli sembrano biondi. O è solo la sabbia che inganna?

I AM LOST! grida. DO YOU KNOW WHERE WE ARE?? Un altro passo.

La sagoma sembra tutt’a un tratto molto più alta. DO YOU KNOW... Un

gigante. Poi vede quel volto indistinto in mezzo alla sabbia.

  

V

Quando si sveglia è sdraiato su un duro pavimento. È tutto bianco e

luminoso. Come in cielo o in una sala operatoria. Sussulta. Poi un arabo

si china sopra di lui. You ok? You sleep in sand. I found you. No good. No

good. Per alcuni secondi ci vede doppio, quel volto scuro si sfalda e una

faccia identica, quasi trasparente scivola via di lato, per poi fondersi di

nuovo con la precedente. I suoni intorno a lui si fanno più nitidi, musica.

Voci da un televisore o da una radio. Il pianto di un neonato. Poi ritorna in

sé. Dove si trova. Dove sta andando. La tempesta di sabbia. L’uomo che

stava seguendo. Che si era voltato. Che lui aveva riconosciuto. Che aveva

visto all’aeroporto quand’era atterrato, seduto in fondo al piccolo convoglio

portabagagli.

Fuori si è rasserenato. La sabbia ricopre le strade come neve del colore

sbagliato, gli ultimi granelli di polvere mulinellano nel vento. Le strade si

sono ripopolate, la sabbia scricchiola sotto ai sandali della gente che gli

passa davanti. Il sole scalda. Adesso sì che capisce dove si trova. È di

nuovo nella stessa piazza del mercato, solo all’altra estremità. Ecco il caffè

dove si era seduto, le bancarelle, l’uomo delle arance e lo stretto vicolo che

sbuca sul viale.

Tornato in albergo resta per qualche secondo fermo davanti alla porta

della sua stanza, poi con un brusco movimento gira la chiave e spalanca

la porta. Nessuno. Che cosa si aspettava? I soldi li ha ancora nella cintura

intorno alla vita, insieme al passaporto e al portafoglio. Non manca niente.

Si siede sul bordo del letto, si appoggia la valigia sulle ginocchia, tira fuori

i fogli di carta da lettere che gli hanno dato alla reception e comincia a

scrivere:

 

Cara Vivian

Eccomi qui. Mi è difficile credere che fra poco accadrà. Sono stato alla

clinica e mi hanno visitato, ma George Gordeau non c’è fino a domani. Ho

paura. Mi sono perso in una violenta tempesta di sabbia e sono svenuto.

Qualcuno mi ha trovato e portato in una casa dove ho ripreso conoscenza.

A volte credo di avere le visioni. Ho fatto un errore a partire? Mi amerai

quando tornerò? Così come sono? Non so più cosa o chi io sia. La gente

mi fissa. Sarò così felice quando sarà tutto finito! Basta che io riesca a

parlare con Gordeau domani, basta che lui accetti di operarmi. Basta che

io veda Gordeau. Tutt’a un tratto è come se lui fosse l’unico di cui io possa

fidarmi. Forse adesso tutto si sistemerà? Tra noi. Con me. Ho così paura

di perderti. Non so che cosa fare. Prego Dio, tu credi che mi senta? Cara

Vivian, ti amo così tanto. Salutami i pesci e la rana del laghetto! Scrivimi o

telefonami! Indirizzo: Rue d’Azial 63, Dar el Beida, telefono 3074173057001

Tuo A

 

Buio pesto. Magari un filino più grigio là più avanti? Lui si avvicina, o

forse è il grigiore ad avvicinarsi. Piante acquatiche. Che ondeggiano

in un impercettibile vento sottomarino. Per qualche motivo lui riesce a

respirare. Scivola attraverso quel buio senza peso, oltre enormi gambi

che si allungano verso il basso e verso l’alto senza che lui ne veda la

fine, volteggia sotto le ninfee, sfiora la superficie e sprofonda verso il

nero fondo melmoso. Poi ecco la luce, e lui continua a volteggiare. Il sole

oscilla nell’acqua sopra di lui. Sotto l’oscurità della torba brillano i neri

occhi di rana. La rana è più grande di lui, ma lui non ha paura, si limita a

nuotare a una certa distanza e vede la rana salire in superficie con due

indolenti zampate. Poi ecco un volto lassù. Accanto al sole. I capelli

ondeggiano, sul punto di fluire e mescolarsi come latte nell’acqua. Lui

volteggia silenzioso all’ombra di una foglia di ninfea, gli occhi fissi verso

l’alto. Passa molto tempo. Il volto ondeggia come una bandiera al vento.

E all’improvviso lui capisce.

 

VI

La stanza è inondata di luce. Fuori, la strada brulica di suoni. La prima

cosa che pensa: George Gordeau. Si alza, entra nel misero bagno, si

spoglia, abbassa gli occhi su di sé e pensa: questa è l’ultima volta.

Riempie la vasca da bagno, l’acqua non diventa mai davvero calda, è di

color ruggine, lui ci si immerge, toccando il fondo sente di cosa si tratta:

finissima sabbia.

 

Il taxi percorre le strade, dietro a un angolo vede, per un lungo momento,

il mare, una foschia grigia fin dove lo sguardo arriva. Il cuore gli batte

forte mentre cammina costeggiando le facciate di Rue Lupebé, i capelli

hanno ancora le punte bagnate. L’edificio bianco in muratura, le finestre

completamente buie sulla parete. Lì.

Questa volta non deve aspettare. La ragazza dietro al bancone gli

indica le scale. Non sorride. Sta andando tutto così rapidamente. Su

per le scale. Che cosa ha scritto esattamente a Vivian? Si è ricordato

dell’indirizzo? Il numero di telefono, era giusto? Ma il numero di telefono

della clinica, quello non lo avevano né lui né Vivian. Lungo il corridoio.

Se lui adesso... e se lei lo avesse cercato e non fosse riuscita a trovarlo?

E se... Riconosce la porta dell’altra volta. Targhetta di ottone: Dottor

Gordeau. La porta si apre prima che lui faccia in tempo a bussare. È

Maria. Rivederla lo fa sentire felice e sollevato, dietro di lei, accanto alla

tenda c’è il medico che lo aveva visitato. La delusione come una fitta

al petto. Dov’è Gordeau? Arriverà, risponde Maria. Il medico svanisce

come uno spettro al di là della scricchiolante tenda in bambù. Perciò, lui

oggi ci sarà, no? Ma certo! D’un tratto si accorge di provare comunque

una certa riluttanza all’idea di incontrare Gordeau. Forse sarebbe meglio

rimandare l’appuntamento? Rimandare? Maria si blocca a mezz’aria

e lo guarda stupita. Ma adesso è troppo tardi. Troppo tardi, che cosa

intende? Gordeau è venuto qui. Per lei. Significa che accetta una tariffa

più bassa? Mi faccia vedere quanto ha. Lui si toglie la cintura portasoldi

e mette tutte le banconote sul tavolo. Lei le conta, mentre lui ascolta le

voci dall’altra parte della tenda. È sufficiente, dice laconica. Sufficiente?

Vuol dire che...? Sì, Gordeau è pronto. Adesso? Prego, si accomodi su

questa sedia. Il ventilatore gira da una parte all’altra facendo sventolare

le banconote come foglie appassite. Ma... non sapevo che sarebbe stato

tutto così rapido... non posso conoscerlo? Gordeau si presenta ai pazienti

solo dopo, mai prima. Dopo? Prego, si spogli. Gli fanno indossare un

camice verde. Per cominciare le daremo un tranquillante. Prima ancora

che se ne renda conto, lei gli fa un’iniezione. Come da una fontana il

dolore sgorga e si diffonde nella coscia, poi questa si intorpidisce. Ecco,

adesso entriamo. Lei lo prende per mano e scosta la tenda di lato. Una

piccola sala operatoria. Pareti bianche, un orologio rotondo sopra a un

carrello con degli strumenti. Un tavolo in metallo nel centro della stanza,

come un altare. Sbatte le palpebre diverse volte, ma il velo sugli occhi

non svanisce. Una foschia davanti alle lampade. Maria, Maria. Sente se

stesso parlare, vacilla mentre lei lo guida attraverso la stanza. Come se

avessero ballato tutta la notte e adesso fossero a mala pena in grado di

camminare. Poi si ritrova sdraiato sul tavolo. Percepisce senza vederla

una luce che lo avvolge intensa. Fra poco si addormenterà. Dottor

Gordeau, sente una voce dire, lui tenta di aprire gli occhi, ma presto

capisce che sono già aperti. È lei? È qui? È qui? Mi risponda, insomma!

Lui grida. O bisbiglia. Respira. È tutto. Poi il volto sopra di lui svanisce

come latte nell’acqua.