Gunnhild Øyehaug

A due a due


All’una meno dieci di una notte di novembre Edel va in tilt. È dalle dodici

e dieci che se ne sta a braccia conserte davanti alla finestra, spostando

lo sguardo dal vialetto d’ingresso là sotto, all’orologio che ha al polso.

Un bel po’ prima era sdraiata a letto, con un libro stretto al seno e gli

occhi serrati, e si sentiva bene, grande, completamente aperta. Poi si era

alzata per andare a spalare la neve, in modo che Alvin potesse entrare

direttamente in garage, senza doversi fermare a spalare. Voleva dare una

mano – non poté fare a meno di utilizzare questa espressione quando

pensò a cosa fosse quello che lei voleva, era un cliché, ma calzava

perfettamente, era questo quello che lei voleva: si vide davanti la sua

piccola mano che si allungava, e la mano di Alvin, la grande, buona mano

di Alvin, che l’afferrava. Le vennero le lacrime agli occhi al pensiero di

queste due mani unite e di tutto ciò che simboleggiavano. E spalare la

neve, spalare la neve simboleggiava che lei gli stava facendo posto di

nuovo, le venne in mente. Gli stava facendo posto di nuovo: dopo che lui

le aveva chiesto perdono e detto che da quel momento in poi ci sarebbe

stata solo lei, e nessun’altra, lei gli aveva permesso di far parte della

sua vita come padre di Thomas, come uno con cui condivideva la casa,

come uno che lei si rifiutava di guardare negli occhi fino al momento della

colazione, e a cui lei di tanto in tanto prendeva a calci le scarpe, quando

ci passava davanti nell’ingresso. Lei spalava e spalava, e mentre spalava

sollevò lo sguardo sul garage doppio e pensò che il garage simboleggiava

il traguardo, adesso lei gli stava preparando la strada, lei era il garage a

cui lui poteva tornare come quando si torna a casa. La sua piccola auto

si trovava già posteggiata da una parte del garage, e quando la macchina

di lui fosse stata parcheggiata dall’altra, tutto sarebbe stato come doveva

essere. La sua piccola auto accanto alla grande macchina di lui. Risalì

fino al garage attraverso la neve non spalata e accese la luce e vide la sua

piccola auto che se ne stava lì, sola, ad aspettare, e non poté fare a meno

di piangere mentre finiva di spalare la neve dal vialetto d’ingresso.

Questo accadeva quaranta minuti fa. Adesso sta nevicando

intensamente, la neve cade così fitta da dare l’impressione che i fiocchi

siano uniti uno all’altro, a due a due, a tre a tre, a quattro a quattro,

volteggiano nell’aria fino ad atterrare sulla neve, muti e repentini. Il vialetto

d’ingresso è di nuovo coperto di neve, dopo soli quaranta minuti. E lui,

per cui lei aveva spalato e a cui aveva fatto posto, non è qui, ed è un

fatto palese per Edel che le cose non sono come dovrebbero essere:

lui sarebbe dovuto arrivare quaranta minuti fa. L’ultimo traghetto è

attraccato alle undici e venti, e ci vogliono tre quarti d’ora di macchina

dall’imbarcadero a qui – anche tenendosi un po’ larghi coi tempi: in altre

parole, avrebbe dovuto trovarsi qui alle dodici e dieci, quando lei aveva

finito di spalare la neve e lo aspettava, con le gote arrossate, davanti alla

finestra, con un’espressione indulgente e quasi innamorata in volto.

I minuti che erano passati dopo le dodici e dieci avevano cancellato

quest’espressione innamorata dal suo viso, lentamente, come quando si

ritirano le reti gettate in un lago, e al trentesimo minuto dopo le dodici dal

suo viso era scomparsa ogni traccia di indulgenza, nel momento in cui lei

gli aveva telefonato sul cellulare e lo aveva sentito squillare nel portapane

in cucina. Allora aveva gridato di rabbia, lei, che non aveva alcuna rabbia

dentro un’ora prima, quando se ne stava sdraiata a letto e si sentiva

bene, grande, completamente aperta, e le era venuto in mente di alzarsi

e mettersi a spalare la neve. Allora, in quel trentesimo minuto dopo le

dodici, in questo corpo dalla braccia conserte non era rimasto nulla che

potesse ricordare la bella, luminosa grandezza che aveva sentito aprirsi

dentro di sé più di un’ora prima, quando se ne stava sdraiata a letto a

leggere Birthday Letters di Ted Hughes. Ted Hughes, poeta inglese, aveva

scritto questo libro per la sua defunta moglie Sylvia Plath, (poetessa

anche lei). Il libro raccontava dell’amore per la sua Sylvia, che si era tolta

la vita fondamentalmente perché lei sentiva che le mancava, questo

amore, sosteneva che lui non l’amava, che non le era fedele, cosa che in

effetti era, e l’11 febbraio del 1963 aveva infilato la testa in un forno a gas

e si era tolta la vita. La stampa inglese e molte altre persone per tutti gli

anni seguenti avevano ritenuto Ted Hughes responsabile dell’accaduto, e

lo avevano accusato di non averne voluto parlare mai, né per esprimere

rabbia, né per chiedere perdono, mai. Gli avevano conferito premi per le

sue poesie, ma lo avevano guardato con occhi che di certo esternavano,

con grande chiarezza, quel che pensavano del suo comportamento.

Edel era fra quelli che provavano risentimento per Ted Hughes. Amava

Sylvia Plath e provava risentimento per Ted Hughes. Le aveva dato una

sorta di sollievo il sapere che anche fra poeti famosi c’erano storie che

corrispondevano alla sua. Lei, una piccola libraia in un piccolo paese, si

era riconosciuta in una famosa poetessa, Sylvia Plath – esistono analogie

tra le persone, aveva pensato: anche i poeti affermati delle grandi città

tornano a casa e si disperano, anche i poeti affermati s’infuriano e

lanciano oggetti contro le pareti. Che potessero piangere e sentirsi piccoli

piccoli e traditi, che volessero essere come pietre che cadono fino a

toccare il fondo e là rimangono, le aveva dato sollievo. E poi quella cosa

terribile: che Sylvia sospettava di Ted, e che aveva ragione. E questo

significava che è possibile: sospettare, e avere ragione.

 

Ma poi aveva letto Birthday Letters. Con il massimo del risentimento

aveva tirato fuori dallo scatolone dei libri ordinati il volume con i papaveri

rossi in copertina, e con il massimo del disappunto aveva aperto quel

volume e letto la prima poesia. Non sapeva com’era accaduto, ma dopo

un po’ che leggeva era rimasta colpita da questo: che nonostante lui

l’avesse tradita, doveva averla amata, l’aveva vista, aveva visto tutte le

piccole e grandi cose che lei faceva e provava, e se invece lei lo avesse

saputo, se lo avesse saputo, Sylvia, quando faceva tutte queste cose che

lei non sapeva che venivano viste! Quando era arrivata all’ultima poesia

aveva capito che i papaveri rossi in copertina facevano riferimento a

quest’ultima, sui papaveri rossi che Sylvia aveva amato e che considerava

come il simbolo stesso dell’esistenza: e questa sera, mentre lei, Edel, era

sdraiata a letto e leggeva l’ultima poesia, si era sentita come colui che

vedeva per lei, in un fluire di calore e tenebra di questa voce che vedeva

e diceva, che vorticava e vorticava scendendo sempre più in basso,

finché alla fine le era quasi mancato il respiro, per una sorta di opprimente

felicità o tristezza: Questa È Vita, Qualcuno viene Amato e Qualcuno

viene Tradito, Così Stanno le Cose, Io devo Accettarlo, Io lo Accetto: la

Vita è Bella, Brutta, e Terribile! Pensò: questo significa accettazione! Il

concetto di “accettazione” risplendette nel suo intimo più o meno nello

stesso modo in cui la luce del sole penetra all’improvviso attraverso

una coltre di nubi, si apre uno spiraglio e scende sul fiordo inondandolo

come un luminoso velo da sposa. Questo è Dio, aveva pensato Edel, e

si era sentita sul punto di esplodere, teneva il libro stretto al seno e gli

occhi chiusi e si sentiva completamente aperta. Si era sentita sopraffare

anche da qualcos’altro, e non aveva potuto fare a meno di annotarsi

un’espressione chiave su un foglio: “la forza della letteratura”.

Il motivo per cui Edel ha dimenticato la bella, grande sensazione legata al

concetto di “accettazione” finendo invece per perdere la testa, è che lei

non è in grado di vedere, ma di presumere sì, una scena che si è svolta

in una casa vicina a un imbarcadero più o meno contemporaneamente a

quando lei spalava la neve dal vialetto d’ingresso, a 45 minuti di macchina

dal garage doppio a cui porta il vialetto d’ingresso. La scena che quando

è andata in tilt ha presunto, anche se non era in grado di vederla, era

questa: suo marito, Alvin, in piedi dietro a Susanne, che abita nella

solitaria casa vicino all’imbarcadero, a 45 minuti di macchina dal garage

doppio. Erano nudi entrambi, Susanna era china in avanti e si teneva al

davanzale della finestra. Alvin era in piedi e la teneva per i fianchi. Alvin

pensava che non era nelle sue intenzioni che questo accadesse, non era

nelle sue intenzioni, avrebbe dovuto tornarsene dritto a casa, non avrebbe

dovuto fare una capatina da Susanne, solo per salutarla, e sentire se ci

era rimasta molto male per il fatto che lui aveva smesso di andare da

lei, sentire se era andato tutto bene negli ultimi sei mesi, e dirle che era

difficile, quasi insopportabile, passare semplicemente davanti a casa sua

e niente di più quando tornava dal lavoro, dirle che lui stava nella cabina

del traghetto e cercava di vedere dentro casa sua, ogni sera quando lei

aveva la luce accesa e tutto il resto intorno era buio e casa sua sembrava

quasi farglisi incontro, come una piccola stella nel cielo, ma che, come

già detto, non era più possibile, lui aveva una famiglia a cui pensare, Edel

aveva minacciato di lasciarlo e di portare Thomas via con sé, e questo lui

non voleva che accadesse, doveva sacrificare il suo amore per Thomas,

era così, semplicemente, erano queste le cose che avrebbe dovuto dirle,

doveva assumersi la responsabilità della propria famiglia, era quello che

aveva scelto, dopo un lungo e doloroso periodo di intense riflessioni e

grandi dubbi, non avrebbe dovuto seguirla dentro casa e trovarsi nella

situazione in cui adesso si trovava, a tenerla per i fianchi con il membro

stretto fra le gambe di lei.

 

Thomas – per il quale Alvin avrebbe dovuto sacrificare il suo amore, e

per il quale non avrebbe dovuto trovarsi nella situazione in cui adesso si

trova – sta dormendo. È stato in giro tutto il pomeriggio a vendere biglietti

della lotteria sotto la neve che cadeva, e per tutto il tempo non ha fatto

altro che pensare all’arca di Noè, di cui ha sentito parlare a scuola. Ha

pensato a giraffe e leopardi. Ha pensato ai rinoceronti e ha sognato di

poterli toccare, e potersi sedere in groppa a loro, toccare i loro corni.

Ha pensato che quella nave doveva essere davvero enorme, visto che il

maestro ha risposto di sì quando lui gli ha chiesto se era più grande di un

albergo. Si è domandato se c’erano anche due formiche. E due pidocchi!

Adesso se ne sta rannicchiato in posizione fetale e sogna dei coccodrilli.

C’erano anche dei coccodrilli, infatti, lui l’aveva chiesto. Sta sognando

un enorme coccodrillo che ha deposto uova di coccodrillo in un nido,

mentre Edel attraversa furiosa il soggiorno e sale di corsa le scale fino alla

camera da letto. Si infila un paio di pantaloni e un maglione, si mette le

scarpe, lancia con tutte le sue forze Birthday Letters contro il muro. Alvin

viene, sul sedere di Susanne. In un nido di coccodrillo il primo piccolo di

coccodrillo fa breccia attraverso il duro guscio dell’uovo. Un rinoceronte

resta fermo a lungo a guardare in direzione di un altro rinoceronte, se

n’è andato così, all’improvviso, è uscito dalla grande porta dell’arca, e il

rinoceronte rimasto non ne sa il perché. Thomas grida a Noè: Aspetta!

Aspetta l’altro rinoceronte! Strattona la tunica a Noè. Poi scatta verso la

porta, per andare a riprenderlo. Il rinoceronte rimasto si accascia a terra

con un gran colpo.

 

Thomas è sulla porta con i capelli scarmigliati. – C’è stato un colpo,

mamma, dice. – Era un libro che ho lanciato contro il muro, risponde

Edel. – Perché l’hai lanciato contro il muro? domanda Thomas. – Ero

arrabbiata, dice Edel. Era un brutto libro. Un libro pietoso, davvero

pietoso. Vestiti, Thomas, dobbiamo andare a prendere papà. – Perché?

domanda Thomas. – Gli si è rotta la macchina e non è tornato a casa.

Sbrigati, gli dice, ma Thomas risponde che non vuole, lui deve dormire!

Se adesso non si rimette a dormire, probabilmente il rinoceronte resterà

via per sempre. – Puoi sognare in macchina, gli dice Edel. – Ma allora non

potrò essere sicuro di continuare lo stesso sogno! ribatte Thomas. – Ma

sì, vedrai, ti aiuto io a vestirti, dice lei, e gli afferra il braccio con forza,

sta tremando in tutto il corpo. – Voglio continuare il mio sogno! frigna

Thomas.

 

Susanne trema. Batte i denti. – Alvin, dice, e si volta verso di lui e vuole

che lui la abbracci. – Ti amo, gli bisbiglia nel collo, – sapevo che saresti

tornato. Lui la stringe forte senza dire niente. – Io non posso dirtelo, dice

lui alla fine. – Lo sai che ti ho detto che non posso. Sarebbe un errore. Ti

faresti delle illusioni, lo sai, a me piacerebbe, ma Thomas... Lei annuisce

e lo guarda, lui vede che lei non è del tutto felice. Ma lei dice a se stessa

che è in grado di sopportare qualunque cosa, e che lui lo vedrà, sul suo

volto, quanto lei sia indulgente. Forse questo gli farà sentire, nel profondo

di sé, che lui la ama, e che è impossibile, impossibile lasciarla. Lei lo

guarda con un’espressione indulgente sul viso.

 

– Merda! Devo spalare di nuovo! strilla Edel. – Porca merda, merda merda!

 

Guida sotto la neve attraverso il paese, i tergicristalli si muovono rabbiosi

avanti e indietro, la neve si accumula a triangolo sotto a uno dei due,

fra poco le toccherà scendere dall’auto e spazzarla via. Un triangolo!

Ovviamente non poteva che accumularsi a formare un simbolico triangolo

proprio davanti ai suoi occhi! Sbuffa, Ted Hughes, sbuffa, come ha potuto

essere così stupida. Oh, la Vita, eh sì, come dire, Oh, Terribile, Oh, Bella,

Oh, Brutta, non è niente di tutto questo, sono solo idiozie, e merda. E

oltre a ciò esistono solo corpi, scheletri con della carne attaccata sopra

che fanno questo e quello, e niente ha un senso. Ecco cosa pensa Edel,

e ride una risata triste ad alta voce, tra sé e sé, lo dirò al seminario lunedì.

– Mammaaa, si lamenta Thomas, lo ha svegliato, è sdraiato sul sedile

posteriore sotto al piumino, ha avuto il permesso di non allacciarsi la

cintura di sicurezza. – Dormi, adesso, gli dice. Ha fatto qualche esame

di letteratura inglese nel paese vicino e fino a questo momento teneva in

grande considerazione il seminario “Il simbolo nella letteratura”. È vero,

pensava, che non si dovrebbe disprezzare il simbolo sostenendo che sia

un antiquato pensiero romantico, che le cose possono essere collegate,

l’espressione e il contenuto, che qualcosa può stare per qualcos’altro:

una rosa per l’amore, il mare per la vita, una croce per la morte, ma

adesso questo la irrita, perché adesso si accorge che delle due corsie

della strada che costeggia il fiordo in direzione dell’imbarcadero, è solo

la sua a essere stata spazzata, pensa subito è così che stanno le cose, è

questo che sta a significare, la strada di lui è bloccata, lui non è tornato a

casa, è solo lei che può raggiungere lui, mentre lui non può raggiungere

lei, la sua corsia è piena di neve, è così che stanno le cose? Si perde

d’animo, è questo che sta a significare? No, lei si rifiuta di leggere questa

strada! È solamente una strada, pensa, una stupida strada, senza alcun

significato metaforico. Merda e idiozie, e oltre a ciò: asfalto. Avrebbe

desiderato avere un dado da gioco appeso allo specchietto retrovisore, o

un alberello deodorante, la cosa più insensata che potesse immaginarsi,

quando tornerà al paese si fermerà alla stazione di servizio e comprerà

un alberello deodorante, e questo le farà ricordare tutto, diventerà il

marchio di questa notte in cui lei ha detto addio al pensiero simbolico

e a – a cos’altro, a cos’altro sta dicendo addio? Al suo matrimonio?

Ma se è uscita per andare a riprendersi lui, perché lo sta facendo, poi,

e se tornasse indietro e chiudesse la porta a chiave, lui potrà dormire

in garage, se smettesse di guidare, se si fermasse e basta, perché ha

reagito in questo modo, dev’essere la cosa più irrazionale che abbia mai

fatto, lo ha fatto e basta, e che cosa dovrebbe fare adesso, dovrebbe

proseguire? Rallenta nell’avvicinarsi a una grande curva, vede una

luce lampeggiante arancione fra gli alberi dall’altro lato della strada,

dev’essere lo spazzaneve, lei ha paura degli spazzaneve, perciò si

ferma quasi e lascia che lo spazzaneve le passi davanti dall’altro lato

della strada, la neve viene spruzzata oltre il parapetto dall’altro lato della

strada e colpisce gli alberi, e a lei vengono le lacrime agli occhi, del tutto

involontariamente, perché adesso anche la corsia di lui viene spazzata

dalla neve.

 

Alvin guarda il volto di Susanne, ha un’aria così implorante da farlo

vergognare, la bacia sulla guancia e va a cercare le sue mutande.

– Allora, che cosa hai fatto ultimamente? le dice, e Susanne raccoglie il

reggiseno dal pavimento cercando di tenere in dentro la pancia. – Niente

di speciale, le solite cose... cioè... Le viene in mente qualcosa. – Aspetta

un attimo, dice, con uno sguardo allegro, si infila le mutande e quasi con

un balzo raggiunge il lettore cd. Tutt’a un tratto Alvin pensa che ci sia

un non so che di disperato in questo corpo in mutande e reggiseno che

si china per mettere della musica, si sente come se non riuscisse più a

respirare, si stringe la cinghia dei calzoni e si infila il giaccone. – È ora che

vada, adesso, Edel andrà in tilt se fra poco non sarò tornato a casa, mi

dispiace, Susanne, le dice. Ma Susanne non lo sta a sentire, ha messo

un cd di salsa e comincia a ballare davanti a lui. Non deve andarsene.

Lei deve riuscire a farlo restare. Deve riuscire a farsi dire qualcosa di

bello da lui prima che se ne vada. – Sto facendo un corso di salsa! dice

e ballando gli si avvicina sempre più, con uno sguardo provocante,

ma un po’ timido. Gli prende le mani, lui dice nooo... allora lo lascia

andare, e si gira in modo da dargli le spalle, e intanto dimena i fianchi. È

leggermente nervosa, perciò i movimenti non sono del tutto fluidi. Alvin

si sente talmente imbarazzato che si avvicina a quella schiena che balla

e appoggia le mani sui fianchi di lei, e dice che adesso deve andare, ma

che lei è davvero brava a ballare, che deve continuare. – Sono un idiota,

Susanne, le dice. – No, non lo sei, ribatte lei. – Sei la cosa più bella che

io conosca. Lui la bacia sulla fronte. – Probabilmente, fra poco partirò per

Cuba, dice lei, anche se non è vero. – Allora fa’ buon viaggio, risponde lui.

Edel scuote la testa, non vuole più continuare a pensare in questo

modo, non vuole più dare delle cose una lettura simbolica. Abbiamo

abbandonato la natura, questo abbiamo fatto, pensa Edel, proseguendo

lentamente lungo la strada ormai completamente pulita dalla neve e in

effetti la nevicata si sta placando a poco a poco, già, la natura è stata

abbandonata, e la colpa è nostra, noi siamo entrati nel linguaggio e

diventati complessi. Dobbiamo tornare alla natura, dobbiamo finirla di

leggere libri, dobbiamo finirla di interpretare, dobbiamo finirla di pensare

in senso metaforico, dobbiamo vivere come animali, dobbiamo cibarci e

dormire. Dobbiamo rinunciare al simbolo. Dobbiamo, in linea di massima,

finirla di pensare. Dobbiamo vivere in una dimensione semplice. Ah!

È soddisfatta. Si sente folle. Anzi, non sa se in realtà è stata folle fino

a questo istante ed è solo adesso che ha recuperato il senno. Una

sensazione ripugnante, cristallina le attanaglia la testa. Come se la sua

testa fosse un paio d’occhi sbarrati dentro a cui soffia un vento gelido.

La scuote. Tuo marito questa sera si è scopato un’altra donna. Sente che

le scappa da ridere. E poi dobbiamo rinunciare al simbolo! Ah-ha. Gesù!

Bofonchia. E ride di nuovo. Che razza di cose da bofonchiare. Alla fine

non può fare a meno di piangere. È costretta ad accostare e parcheggiare

alla fermata dell’autobus e si mette a piangere. E se, pensa mentre piange

accasciata sul volante, e se le cose non stessero così come credo io,

se invece lui fosse andato fuori strada. Si volta a guardare Thomas, si è

addormentato, è sdraiato con il viso girato verso lo schienale e lei vede

solo i suoi capelli che sbucano da sotto il piumino, come un piccolo

ventaglio sul cuscino, e pensa che allora lui si ritroverebbe orfano di

padre, allora lei si ritroverebbe una madre sola, si accascia di nuovo sul

volante.

 

Alvin non capisce esattamente che cosa sia successo. Guida verso casa

costeggiando il fiordo, ha smesso di nevicare, sui fianchi delle montagne

gli abeti sono appesantiti dalla neve, il manto stradale è bianco, nessuno

è passato di qui dopo lo spazzaneve, sembrerebbe, non ci sono tracce

di copertoni sulla neve. I lampioni si susseguono silenziosi e a capo

chino in una lunga fila avanti a lui, immagina che si produca un suono

ogni volta che la luce di un lampione colpisce il tetto della sua macchina

quando ci passa sotto, bzzzzzzzzzt, immagina che siano dei raggi x che

penetrano attraverso il tetto e gli fanno una radiografia, cosicché se uno

lo guardasse da fuori vedrebbe uno scheletro seduto con un volante in

mano guidare lungo la strada. Lontano dai lampioni: un uomo. Sotto i

lampioni: uno scheletro. Acceso, spento, acceso, spento. In una sorta di

torbida luce grigia adesso si può vedere la mano destra con tutte le sue

ossa bianche muoversi come una medusa e afferrare la leva del cambio, e

cambiare marcia. E poi lui riveste lo scheletro con muscoli rosso-blu, vene

e tendini, come li ricorda in quell’immagine del libro di anatomia del liceo

che gli era rimasta indelebilmente impressa: un uomo senza pelle, di soli

muscoli, vene e tendini. Denti senza labbra, fori oculari senza palpebre.

Di tanto in tanto questa immagine gli tornava alla mente, per esempio

quando Edel strillava e si infuriava e diceva che era finita, lui non riusciva

quasi a sentire quel che lei gli diceva, restava immobile a fissarla, se la

immaginava come un volto senza pelle, ma con muscoli rosso-blu tesi

sulle guance, sopra le labbra e i denti. Si accorge di essere accaldato, ha

le guance arrossate dal calore, un calore che lo tradirebbe, che non se ne

andrà prima che lui sia arrivato a casa, lo sa, perché gli è già successo,

in effetti dovrebbe fare una lunga deviazione una volta entrato in paese,

ma non può, ci metterebbe ancora più tempo a tornare a casa e Edel

capirebbe tutto quanto, forse la troverebbe con la valigia con le rotelle già

pronta, come aveva fatto l’ultima volta, la bella valigia rossa con le rotelle,

e poi ricordandosi che era un regalo di lui si fermerebbe proprio davanti

alla porta di casa, aprirebbe la valigia, ne tirerebbe fuori tutti i vestiti,

calcerebbe la valigia con le rotelle sul pavimento così che andrebbe a

sbattere contro il comò e rimarrebbe là, spalancata, come una piccola

bocca, come aveva fatto l’ultima volta, e poi si precipiterebbe di nuovo in

soffitta e si metterebbe a cercare e cercare finché non troverebbe quella

vecchia valigia che era stata la prima valigia in cui lei aveva messo i suoi

vestiti quando si era trasferita da lui, come aveva fatto l’ultima volta,

solo per sottolineare simbolicamente a se stessa che adesso era tornata

padrona della propria vita, e poi sveglierebbe Thomas e se ne andrebbero

giù all’albergo, forse il profumo che lui si era messo si sente ancora, per

fortuna, pensa, l’ha presa da dietro, con la minima quantità possibile di

pelle a contatto dalla vita in su. In fondo era solamente la parte inferiore

dell’addome a essere stata a contatto con i fianchi di lei. Si vede davanti

i fianchi di Susanne che si dimenano a ritmo di salsa e gli viene la

nausea. Ferma la macchina, in mezzo alla strada, scende dalla macchina,

lasciando la portiera semiaperta, e si avvicina al ciglio della strada, si gira

di spalle, solleva le braccia orizzontalmente, si lascia cadere all’indietro

nella neve. È soffice. Se resterà sdraiato qui per un po’, si raffredderà.

Vuole restare sdraiato qui e lentamente ma inesorabilmente cancellare

Susanne dalla sua testa. Perché adesso, lui lo sa bene, è finita.

Susanne si è messa la tuta e ha aperto una bottiglia di vino, è seduta

sul divano e si sforza di pensare al fatto che ha ricevuto la visita di un

amante, e che lei è una donna adulta con una vita piena. È riuscita a

farlo venire. Lui è incapace di liberarsi dal pensiero di lei. Lui è incapace

di liberarsi di lei: tanto grande è il potere di cui ha la fortuna di essere

dotata. Ma lei lo sa che non serve a niente. Si sforza di non pensare alla

disperazione di aver ballato la salsa per lui. Si sforza di non pensare

all’espressione vergognosa sul viso di lui quando lei voleva che ballasse.

Beve il bicchiere di vino in un unico lungo sorso, deglutendo solo

poche volte. Sa di alcool. Susanne stringe le labbra e si avvicina al

telefono, cerca un’agenzia di viaggio sull’elenco telefonico. Non capisce,

pensa, come Alvin, che è la cosa più bella che lei conosca, che è così

sensibile e così attento, che le ha raccontato le cose più strane di tutto

ciò che pensa, possa arrivare così e scoparsela e poi andarsene con

un’espressione imbarazzata e dura in volto. E lei lo sa bene, che lui

non tornerà. È finita. Spera che lui vada fuori strada. Spera che lui vada

fuori strada e finisca nel fiordo. Digita il numero di telefono dell’agenzia

di viaggio. È probabile che vada fuori strada, con tutta questa neve.

L’agenzia di viaggio è chiusa, riaprirà alle otto del giorno dopo, e lei

si getta sul pavimento. Si domanda se sia il caso di strisciare fino al

divano, se ne sta là sul pavimento e riesce quasi a vedersi strisciare

spossata e smarrita come un soldato in un fangoso campo di battaglia

fino a raggiungere il divano, ma lo sa che non è vero, la verità è che lei

è sdraiata di schiena sul pavimento, fissa il soffitto, le brucia la gola e le

lacrime le colano dagli occhi, giù fino alle orecchie.

 

Jau, dice Thomas. Il rinoceronte mancante non è tornato e a Thomas

non è consentito uscire dall’arca. Noè è talmente grosso che arriva quasi

fino al soffitto, e gli dice severo che uscire non è possibile, ha iniziato

a piovere, fra poco le porte dovranno essere chiuse. Thomas cerca

comunque di raggiungere la porta, ma il pavimento brulica di piccoli

di coccodrillo, così lui scivola e ruzzola e non riesce ad avanzare. Ora

si accorge che accanto alla grande porta c’è un ascensore, come uno

di quelli che si trovano negli alberghi, vede che sta scendendo, perché

sopra le porte dell’ascensore appaiono luminosi i numeri dei piani, pensa

che forse è il rinoceronte, 2, 1, pling: sono due lucertoloni. I lucertoloni

avanzano ondeggianti sui piccoli di coccodrillo. Edel solleva la testa dal

volante. Riavvia la macchina e si immette di nuovo sulla strada. Porca

merda, bofonchia.

Porca merda, merda, merda.

 

Alvin ha fatto un angelo nella neve, cosa che dopo un po’ finisce per

sembrargli come un gran paradosso dal punto di vista simbolico. Questo

lo fa pensare a Edel, gli fa venir voglia di piangere, ma non ci riesce, si

rialza, solleva le ginocchia e siede rannicchiato nel suo stesso angelo.

Una posizione patetica e ostentata, pensa Edel quando guidando gli

passa accanto e lui non ha ancora alzato gli occhi. Lui alza gli occhi. Non

sembra sorpreso di vederla lì. Lei ferma la macchina, scende, si mette di

fronte a lui. – Che cosa è successo? chiede. Lui allarga le braccia. Tira

su col naso. – Questo, risponde. – Ho fatto un angelo nella neve. – Brutto

stronzo, dice lei, e le viene quasi da ridere, non reagisce come credeva

che avrebbe fatto, questa scena se l’era immaginata, e non era così che

si svolgeva, lei avrebbe gridato e strillato e lui si sarebbe accasciato al

suolo, ma adesso è quasi come se lei non fosse qui, e il tutto le sembra

comico. – È finita, dice lei, senza provare niente, e va a sedersi in

macchina, ha la testa cristallina e fredda, leggera quasi. Anche le gambe

sono leggere. – Mi si è rotta la macchina! grida lui, andandole dietro.

– Cazzo, Edel! Sono fermo qui da quasi un’ora! E non potevo telefonare,

perché non trovo più il cellulare! E me ne sono rimasto qui ad aspettare

che qualcuno mi aiutasse, ma non è passato nessuno. La cristallina,

leggera Edel sorride. – Mi sarebbe piaciuto vederlo, dice. Alvin non

ribatte, si siede in macchina, gli tremano le mani quando gira la chiave,

perché adesso è finita.

 

Ma la macchina non parte.

 

La macchina sussulta, diverse volte, ma non parte. – Come vedi, dice

Alvin. Edel non ribatte. Il sangue ha ripreso a scorrerle nelle gambe,

e nella testa. Lo guarda, si schiarisce la gola. Niente di ciò che sta

accadendo adesso è come lei se lo era immaginato. Non sa se sia

vero. – Spostati, gli dice, e si siede nella macchina di lui al posto di

guida, è freddo, perciò non è possibile che lui si sia appena fermato,

dev’essere qui da un pezzo. È freddo in macchina. Gira la chiave, il

motore reagisce appena. È vero. Gli si è rotta la macchina. Non sa bene

come comportarsi. Ha guidato lungo il fiordo per andare a riprenderselo,

per insultarlo e lasciarlo, o riprenderselo, o lasciarlo, e la sua strada è

stata spazzata per prima, e poi hanno spazzato anche la strada di lui,

le viene in mente, in effetti è andata proprio così. È andata proprio così.

Lei va al bagagliaio, prende una fune da traino e gliela porge. Alvin si

ferma a guardare Thomas che dorme sul sedile posteriore, e si sforza

di essere uno a cui si è rotta la macchina e che è rimasto seduto nella

neve per un’ora. – Che cosa ha fatto oggi? domanda, con noncuranza,

e si schiarisce la gola. – Ha imparato dell’arca di Noè e ha venduto

biglietti della lotteria, risponde Edel. – Vieni qui a guardarlo, le dice Alvin.

Edel gli si mette accanto e guarda Thomas. Se ne sta sdraiato con le

braccia allungate sopra la testa, verso lo schienale, e dorme. Più o meno

nella stessa posizione Susanne giace sul pavimento, senza intuire che

quel brutto peso che le opprime il petto è lo stesso peso che in questo

momento hanno nella cassa toracica Edel e Alvin, là dove sono, uno

accanto all’altro.

 

Edel guida la sua piccola auto e traina a rimorchio quella grande, guidata

da Alvin. Lei si rifiuta, pensa, di leggerlo simbolicamente. È così e basta.

Guidano lungo il fiordo. È notte. Sono in tre. Che ci sia una fune tra le

due macchine, non significa nient’altro se non un fatto fisico: quando

una macchina si rompe, la si deve trainare. Non ci capisco niente, pensa

Alvin. Si sente osservato da uno sguardo più grande, come se qualcuno

ridesse di lui: ha detto che gli si era rotta la macchina, ecco che si avvera.

Si avvera, cavolo. Si allunga verso il parabrezza per vedere se il cielo è

stellato, ma resta abbagliato dalla luce dei lampioni che si susseguono

silenziosi in una lunga fila avanti a lui e a capo chino passano ai raggi x

le macchine. Così, a sprazzi regolari, lungo la strada è possibile vedere

prima uno scheletro, di adulto, seduto, poi uno scheletro di bambino

sdraiato per lungo, e infine un altro scheletro adulto, seduto più o meno

in linea con il primo. Gli scheletri adulti hanno le braccia protese in avanti,

afferrate al volante, lo scheletro bambino non è afferrato a niente, però ha

le braccia allungate sopra la testa. È possibile vedere anche un altro, più

grande scheletro, su quattro zampe, e con un grosso corno, è accanto

allo scheletro bambino. Ed ecco arrivare da sinistra un altro scheletro del

genere, per lo stupore del primo scheletro di rinoceronte, che solleva il

capo e guarda trepidante lo scheletro del rinoceronte che sta arrivando.

Per un istante rimangono fermi a guardarsi, poi si strusciano l’uno contro

l’altro. Arrivano anche una coppia di scheletri di antilope, e scheletri di

tigre, e scheletri di leone, e più in là ecco arrivare i piccoli scheletri di

una coppia di gatti, e di cani, e si vede una marea di piccole mascelle

di coccodrillo, che mordono lo scheletro bambino sulle gambe, e allora

questo inizia a ridere e a scuotersi. Se i raggi x fossero in grado di

mostrare i contorni anche di cose diverse dalle masse solide, che non si

lasciano attraversare, si vedrebbero perfino i contorni di una enorme nave

in legno, con scheletri accoppiati a due a due su ogni piano, due per ogni

specie animale. Un grande scheletro umano alza il braccio, e poi tutti

sentono quello su cui si trovano sollevarsi da terra e iniziare a fluire.