Cristiano Cavina

Il Casablanca


I nostri nonni avevano fatto la guerra, e ne andavano fieri.

Ne parlavano tutto il giorno, seduti sotto la magnolia di fronte alla

lavanderia Ferrini, e sottolineavano le azioni più ardite mulinando in aria i

bastoni da passeggio, come per scacciare delle mosche fastidiose.

Siccome non a tutti era toccata la fortuna di un Duce che ti spediva a

spezzare le reni a destra e a sinistra, noi ci arrangiavamo come potevamo,

azzuffandoci sulla pista da ballo del Casablanca di Borgo Nero, dove

andavamo in massa ogni sabato sera, per sniffare il popper, fare colpo

sulle ragazze e passare il tempo.

Allora mi sembrava divertente.

 

Il Casablanca era una discoteca doubleface, come certi giubbotti invernali

confezionati in Polonia che mio zio Palota vendeva di contrabbando in

Italia.

Il martedì e il venerdì era una normale balera, dove i più prestigiosi

complessi della Romagna occidentale suonavano liscio; dall’ensemble di

Renzo il Rosso all’orchestra Castellina-Pasi, a cui facevano eseguire fino

allo sfinimento la sigla di Lupin, hit del maestro Castellina composto nel

1981.

A volte i musicisti piombavano dal palco svenuti sopra una foresta di

braccia alzate da cui venivano accompagnati fuori come eroi morti in

battaglia.

Spesso il martedì o il venerdì in cartellone c’era Bruno La Roccia con

la sua Band. Suonava un sax tenore con i tasti magici che non si

impigliavano mai nella sua barba nera lunga fino all’ombelico.

Il giovedì, invece, al Casablanca si svolgevano le selezioni per ‘Il Pavone

d’Oro’, concorso canoro sponsorizzato dalla Banca Popolare di Ravenna

che veniva poi vinto puntualmente dal figlio di qualche industriale di

Faenza.

I vincitori del ‘Pavone d’Oro’ erano sfuggenti.

Li vedevi sul palco giusto il tempo di una canzone, e poi ne risentivi

parlare la settimana dopo quando, per celebrare la vittoria, organizzavano

una festa nella villa di famiglia con amici e parenti.

Per quanto noi venissimo bocciati, o cambiassimo istituto, non ci riusciva

mai di finire in classe con uno di loro.

Studiavano tutti al liceo classico dell’Oratorio Salesiani.

Era un edificio vecchio come il cucco - che valeva più di tutto il nostro

comune messo insieme - circondato da un muro di cinta largo un metro e

alto tre, eretto da Giovanni dalle Bande Nere per resistere all’assedio dei

Malatesta alla fine del Cinquecento.

I paioli con l’olio bollente erano stati sostituiti dalle telecamere a circuito

chiuso e i monitor erano sorvegliati da certi novizi incarogniti all’ultimo

anno di seminario.

Noi riuscivamo ad entrarci solo quando giocavamo contro l’OR.SA,

la loro correttissima squadra di calcio, allenata dal direttore del coro

della basilica di Faenza, pio trainer che prima della partita strofinava e

sbaciucchiava un santino di San Vicinio vescovo di Sarsina.

Tutti quegli sbaciucchiamenti non dovevano suscitare particolari

attenzioni in San Vicinio, perché all’OR.SA rifilavamo sempre una sporta

di gol.

L’ultima partita era finita 4 a 0 per noi. Il nostro massaggiatore fu mio

zio Palota, che si trovava in Italia per concludere uno dei suoi affari.

Negli spogliatoi ci spalmò nelle narici un unguento miracoloso importato

dalla Cina che custodiva in una vecchia ventiquattr’ore chiusa con un

lucchetto.

Giocammo tutta la gara con i muscoli della mascella tirati e una curiosa

foschia rosso sangue davanti agli occhi.

Dagli angoli della bocca ci scendeva la bava e i preti dell’oratorio a bordo

campo non fecero che segnarsi a ripetizione per tutta la partita.

Non ricordo niente dei gol, perché mi ripresi solo dopo la doccia.

 

Il sabato sera il Casablanca veniva rigirato come un guanto e si

trasformava in discoteca.

Gli ambienti del locale erano tappezzati di vecchie locandine del film

con Humphrey Bogart e Ingrid Bergman che tutti i clienti guardavano

sogghignando e scuotendo la testa.

Un sacco di gente frequentava il Casablanca, tutti con l’aria di quelli che

sarebbero andati volentieri in un altro posto, se solo ci fosse stato.

La serata incominciava con un vocalist, quasi sempre cugino del dj,

che sulle note di Libera nos a malo di Ligabue urlava “Benvenuti al

Casablanca!”. Poi se ne restava zitto per il resto della notte, impegnato a

scroccare più bevute omaggio possibile.

Di fianco alla consolle vigilava immobile Tariq Hamad, il proprietario

del locale, con indosso il suo spolverino grigio e il borsalino calato di

sghimbescio su un occhio.

Nessuno sapeva come un marocchino fosse riuscito a diventare

proprietario di quel locale.

Lo chiamavano Bogart, e fissava tutti di traverso, un po’ perché non si

fidava di nessuno, un po’ per evitare che il fumo della sigaretta all’angolo

della bocca gli entrasse negli occhi.

Ma nonostante il suo sguardo indagatore, riuscivamo sempre a

nasconderci nei bagni per sniffare il popper.

 

Il popper lo andavo a comprare con una mia amica al sexy shop Malizia,

in un quartiere alla periferia sud di Ravenna.

Simona Neri, si chiamava.

Ero pieno di amiche, in quel periodo.

Amiche e basta, intendo.

Ogni venerdì facevo buco a scuola, e con la migliore aria da spacciatore

di cui ero capace mi infilavo sul treno.

Da quello che ricordo, l’anno della terza superiore, di venerdì non sono

mai andato a scuola.

Il prof di Meccanica, che aveva due ore proprio quel giorno, mi vide per la

prima volta al colloquio dei genitori a fine semestre.

Mamma mi stava trascinando per la manica del giubbotto, e lui ci venne

incontro allungandomi la mano.

“Casaccia, suppongo”, disse stringendo con un sorriso la mia:

“finalmente ci incontriamo”.

Era un uomo pieno di buone intenzioni, ma le perse tutte durante

quell’anno.

Un po’ ci sentimmo in colpa, quando in quarta ci dissero che aveva

lasciato l’insegnamento per andare a scavare pozzi d’acqua in Cambogia.

Ritornando a casa mamma mi scaricò dalla macchina fuori dal paese, e

mi obbligò a fare gli ultimi sei chilometri a piedi.

Il padrone del Malizia era un uomo pieno di risorse. Ti lanciava dei sorrisi

che sembravano tagli di coltello sulla faccia, e capivi benissimo che lui,

per esempio, non avrebbe mai mollato tutto per andare a cercare acqua

potabile in Cambogia.

Aveva una scorta di popper impressionante.

La custodiva nel retrobottega in un frigorifero tappezzato di vecchi adesivi

del Camel Trophy, incastrato tra uno scaffale di metallo pieno di vecchie

videocassette rotte e un armadio in cui erano stipate centinaia di scatole

di vibratori.

C’erano vari tipi di popper classico, tanti flaconcini allineati come soldatini

di piombo, simili a bottigliette della coca cola in miniatura.

Il colore delle etichette decresceva dal rosso acceso al rosa pallido,

passando attraverso il viola pugno nell’occhio e l’arancione alba livida.

Il rosso acceso aveva qualità miracolose, e il padrone del Malizia

assicurava che avrebbe rianimato un gatto schiacciato da un tir.

Il rosa pallido era per i timidi, e andava lasciato a decantare a lungo prima

di poterne apprezzare qualche effetto.

Consigliava l’arancione per un dopo cena con gli amici e il viola per le

serate un po’ più piccanti e intime.

“Magari per voi due, eh?” mi diceva ogni volta ghignando, pungolandomi

con il gomito.

Io guardavo Simona Neri, le sue gambe lunghe da adolescente che avrei

percorso volentieri per tutta la vita, i seni che continuavano a crescerle

dalla quinta elementare e sapevo con precisione matematica che non

sarebbe mai venuta con uno come me.

Alzavo le spalle fingendo di divertirmi e facevo di no con la testa.

Alla fine prendevo sempre il rosso.

Quel sabato, però, ci mostrò un nuovo arrivo.

Una specialità importata dal Brasile, sbarcata fresca fresca da un

cargo che aveva attraccato il giorno prima nel porto di Ravenna, dove

aveva scaricato una montagna di zucchero grezzo davanti alle raffinerie

dell’Eridania.

Era un tubetto plastificato grande come la bomboletta spray della lacca

per capelli di mia mamma.

Sull’etichetta c’era un culturista completamente nudo, con gli addominali

che si sarebbero potuti apprezzare meglio se non avesse avuto

un’erezione che lo copriva parzialmente fino ai pettorali.

Il gestore mi diede un’altra pungolata con il gomito, schioccandomi

perfino una strizzatina d’occhio, come se per lui non fosse evidente che a

quelle vette non sarei mai potuto arrivare.

Ce ne offrì un assaggio, svitando con cura il tappo, e sventolando l’aria

sull’imboccatura con la mano destra, lentamente, come faceva la prof

di chimica quando in laboratorio dovevamo analizzare una soluzione

potenzialmente tossica.

Il flacone si chiamava ‘Macho’ ed era il mezzo litro di popper più potente

su cui avessi messo le mani.

 

Incominciammo a sniffare il ‘Macho’ prima di partire, mentre aspettavamo

i ritardatari al bar.

Continuammo in macchina, e ce lo passammo con gli altri nei bagni dei

locali disseminati sulla via Emilia prima di Borgo Nero.

Facevamo delle tappe, proprio come la Via Crucis.

Quando arrivammo, avevamo le vene del collo grosse e tirate come le

cime di un bastimento.

Non facemmo in tempo a sentire il cugino del dj urlare “Benvenuti al

Casablanca!” sulla schitarrata iniziale di Libera nos a malo che già

facevamo a botte in mezzo alla pista.

Nessuno dei presenti sapeva perché.

 

Era il sabato che mi avrebbe cambiato la vita.

 

Tariq Hamad detto Bogart mi beccò un’ora dopo, mentre passavo

ciondolando davanti alla consolle del dj e mi disse che così non andava.

Mi arpionò per il colletto della camicia.

Avevo una macchia di sangue sopra il taschino e le vene del collo stavano

tornando grosse come le cime del bastimento.

“Così non va” disse.

Il fumo della sigaretta gli si arrampicava sul viso, e gli occhi erano due

pietre che scintillavano nell’ombra del borsalino.

Mi prese per un braccio e mi scortò verso il suo ufficio.

Era la prima volta che lo vedevo muoversi dalla sua postazione, e

mi sembrò che facesse il rumore di un monumento che comincia a

camminare.

“Non sei poi così furbo” borbottò facendomi strada.

Mi aveva tenuto d’occhio, Bogart.

Nascosto sotto l’ombra del cappello, aveva seguito il mio via vai nei bagni

e aveva annotato con scrupolo ogni singola rissa.

L’ufficio era uno sgabuzzino che consisteva in una scrivania, due sedie,

uno schedario, una grossa calcolatrice e due secchi del Mocio Vileda.

La musica della pista arrivava attutita, come il tam tam dei cannibali nella

foresta.

Mi preparai alla solita predica.

A scuola avevo imparato ad ascoltarle con l’aria contrita e il capo

abbassato, così mi misi in posizione.

“Sono partito dal Marocco che avevo dodici anni” esordì.

Alzai la testa.

Era la prima volta che sentivo una predica prendere il via da

un’informazione così personale.

Bogart era in piedi di fronte a me, oltre la scrivania, con le mani ficcate

nelle tasche dello spolverino.

Riuscì a sorprendermi.

Mi sembrava impossibile che Bogart potesse venire da qualche parte.

Credevo l’avessero seminato di fianco alla consolle.

“Abitavo in campagna, e di notte salivo su una collina per vedere le luci

del porto di Casablanca”.

Non so perché, ma non riuscivo a tenere la testa bassa, e nemmeno a

guardarlo negli occhi.

Non so, ma era come se mi vergognassi di qualcosa.

“Sono venuto in Italia a fare il muratore. E poi il capo cantiere. E poi ho

messo su una piccola cooperativa di muratori marocchini e poi...”

Mentre spegneva la sigaretta su un vecchio posacenere Martini & Rossi,

lanciò un’occhiata alle pareti dello sgabuzzino, e con lo sguardo le

attraversò abbracciando tutto il locale che le circondava, lontano, fino ai

margini del parcheggio.

A occhio e croce, alla mia età, non stava chiuso in bagno a sniffare

popper, ma volava da una impalcatura all’altra di un qualche cantiere.

“Non ho mai visto Casablanca” mi confidò, accendendosi con estrema

cura un’altra sigaretta.

“Non parlo del film” disse “quello lo so a memoria. La Casablanca vera,

quella che luccicava dalla collina”.

Questa volta riuscii a chinare il capo.

“Mai vista” disse.

Pensai a tutte le foto e alle locandine che tappezzavano il locale.

Provai l’impulso di confidargli che facevano ridere quasi tutti i clienti.

Ma sapevo che a lui non importava.

Non so perché, ma mi venne in mente quando da ragazzini andavamo

a giocare a calcio in quel gioiello che era l’Oratorio Salesiani, contro i

rampolli delle famiglie bene di Faenza.

Tutti ci prendevano in giro perché venivamo da un piccolo paese di

montagna.

I nostri vestiti erano vecchi di anni e le divise della nostra squadra

cadevano a brandelli.

Noi non ci facevamo nemmeno caso.

Gli rifilavamo quattro gol e tornavamo a casa come se avessimo appena

sbancato un casinò.

Non provavo una sensazione del genere da quei tempi.

“Chissà dov’è finita” mi chiesi.

 

L’anno del Casablanca fu un anno particolare per me.

L’estate precedente avevo chiesto a Simona Neri di mettersi con me, e

lei senza fare una piega, senza nemmeno far finta di pensarci su, aveva

risposto che mi preferiva come amico.

Io mi ero sentito come una patata, come in: “Mi piacciono quelle fritte,

ma le preferisco di contorno”.

Avevo pianto in segreto quattro giorni, poi quando capii che se

continuavo così sarei morto disidratato ci misi una pietra sopra, e mi

trasformai in una specie di pagliaccio.

Se stavo fermo mi veniva da piangere, ma se sparavo cavolate a ritmo

continuo non ci pensavo e amen.

Dopo un po’ avevo chiesto a un’altra Simona se voleva stare con me, ed

era saltato fuori che lei non mi preferiva come amico.

E nemmeno come moroso, a essere sinceri: le facevo un tantino schifo,

e le veniva da ridere solo a pensarci.

“Tu con me?” aveva risposto.

Ah ah.

Che risate.

In effetti, anche se da un po’ di tempo non controllavo la situazione allo

specchio, sapevo di ritrovarmi attaccati alla faccia un sacco di aggeggi

che non funzionavano per niente.

E non erano solo quei ciuffi di baffi agli angoli della bocca, da

adolescente turco.

Non sapevo cosa fare.

Stavo tutto il santo giorno a letto, a fissare il soffitto.

Mi era cresciuta la pancia, e non assomigliavo per niente al

centrocampista magrolino che ero a dodici anni.

Sembrava impossibile che lui si fosse trasformato in me.

Provai a darmi una ridimensionata, pensando che la chiave era sparare

più in basso.

A una festa in piscina beccai Giulia Sartoni, che non vedevo dalla recita

di terza media dove lei aveva fatto la strega e io un frate gobbo, e tanto

per tirarmi su il morale le proposi di mettersi con me.

Lei scoppiò a ridere.

Mi allungò due pacche affettuose sulla spalla e disse che era la più bella

battuta che avesse mai sentito in tutta la sua vita.

Quindici anni.

Che schifo.

Neanche da record regionale.

“Sono serio” risposi, vergognandomi perfino di sentirmi offeso.

“Anche io”, disse lei, e la cosa finì lì.

In un quarto di estate avevo bruciato tre dei miei possibili futuri con

altrettante ragazze.

Fra me e me, meditavo vendetta.

“Un giorno gliela farò vedere io” pensavo.

Non mi passava nemmeno per la testa di chiedermi come mai nessuna

volesse mettersi con me.

Così continuavo a fare il pagliaccio e a piangere, di tanto in tanto, mentre

fissavo il soffitto della mia camera.

Chissà cosa credevo che ci fosse scritto.

 

Il popper mi offriva una mano generosa.

Siccome durante la settimana nessuno voleva tenerselo in casa, ne ero

diventato il custode ufficiale.

Lo nascondevo in un angolo del frigo coperto di muffa, in basso, dietro

a certi barattoli di marmellata andati a male che luccicavano in modo

sinistro.

Di solito controllavo per bene di aver chiuso il tappo, ma capitavano delle

notti in cui rincasavo troppo ubriaco e a stento riuscivo a infilarlo nel suo

nascondiglio, prima di correre fuori con la mano davanti alla bocca.

Capivo di essermene dimenticato solo il giorno dopo, quando il nonno

accusava strani malesseri al cuore dopo aver annusato il formaggio.

Al Casablanca ero io a distribuire il popper, e quando qualche ragazzina

più giovane mi supplicava di dare un tiro, io mi facevo ripagare a suon di

baci. Con la lingua, ovviamente.

Così, non riuscivo a mettermi con nessuna, ma limonavo con puntualità

svizzera ogni fine settimana, e con un sacco di ragazze diverse.

Bastava a farmi sentire uno sciupafemmine, almeno un po’.

Una volta limonai anche con una donna sposata, che aveva il doppio dei

miei anni e due figli.

Mentre il giorno dopo lo raccontavo ai miei amici, per un attimo mi vidi

Me ne stavo dritto e impettito, gonfio come un tacchino, neanche avessi

girato un film porno.

Ma erano pose che non duravano più di un giorno.

 

Quando ne parlo con gli amici di allora, quegli anni ci sembrano divertenti,

e li vediamo come una specie di periodo dell’oro.

Ma i ricordi sono una truffa.

Saltano interi pezzi di vita e riescono a restituire solo il luccichio dei

momenti migliori.

Spesso, chiuso nei bagni del Casablanca, guardavo le fotografie

incorniciate e i poster che Tariq Hamad detto Bogart aveva appeso alle

pareti.

Alcuni erano strappati o scarabocchiati: c’era una foto della Bergman

fuori asse, che guardava con aria intensa lo spigolo del lavandino, di

norma intasato dalla carta per asciugarsi le mani.

Mi faceva venire malinconia.

Di questo non riesco a parlarne mai, quando ricordiamo quel periodo.

Avevo visto il film, e non mi ricordavo molto bene di cosa parlasse.

Ma questo non importava; tutti quei volti in bianco e nero, quei visi di

morti, sembravano le stramberie di un immigrato marocchino patito del

film.

Mentre sniffavo il mio bel popper, come tutti i sabati, mi veniva in mente

Tariq Hamad, immobile di fianco alla consolle, che vegliava sul suo sogno,

il disco dancing Casablanca, e mi sentivo inutile.

Posso raccontarlo ai miei amici?

Loro non c’erano in quello sgabuzzino, quel sabato sera.

Non capirebbero.

Alzerebbero le spalle, e questo mi farebbe male, perché quel giorno

ricevetti una lezione importante, che avrei capito solo anni dopo.

Un tipo di lezione in cui un uomo sbatte contro, prima o poi, nella sua vita.

A me, la impartì Tariq Hamad detto Bogart, con il suo spolverino

impeccabile, il cappello calato su un occhio e la sigaretta appesa

all’angolo della bocca.

Non l’ho mai dimenticata.

Ogni uomo ha bisogno della sua Casablanca.

 

Piangevo di nascosto perché le ragazze non mi volevano, e sognavo una

vendetta che non si realizzava mai.

Ma non era colpa delle ragazze.

Le due Simone e Giulia Sartoni avevano visto bene.

Non c’era niente in me.

Niente che potessi dargli.

Sniffavo il popper ogni sabato sera, e ogni volta che mi chinavo sulla

bottiglietta dimenticavo che quello splendido pulsare del cuore, potente

come il motore di un sottomarino nucleare, sarebbe durato pochi minuti.

Un attimo, rispetto a tutte le ore passate a fissare il soffitto.

Durante le risse sulla pista da ballo, Bogart ci guardava impassibile.

Eravamo indistinguibili uno dall’altro.

Non avevamo stile.     

Impiegai del tempo a capirlo, ma quando accadde, fu un’illuminazione.

Tutto si mise a posto.

Mio zio Palota era un delinquente fatto e finito, vagava per l’Europa come

un bandito, ma non avrebbe mai cambiato di una virgola la sua vita.

Era la sua vocazione, e la coltivava con la pazienza di un monaco

benedettino.

Forse, mi venne da pensare tre giorni dopo la sera dallo sgabuzzino, i

nostri nonni non erano dei vecchi rimbambiti che non riuscivano ad alzarsi

dalla panchina sotto la magnolia di fronte alla lavanderia Ferrini.

Rimasi ad ascoltarli con attenzione, tutto d’un tratto, e scoprii che

parlavano del tempo di guerra come se lo vedessero luccicare in

lontananza.

Magari dall’alto di una collina, pensavo.

Ogni uomo ha bisogno della sua Casablanca, giusto?

Come il mio prof di meccanica, che lasciò tutto per andare in cerca di

acqua in Cambogia.

 

Smisi di andare al Casablanca quando compii diciassette anni.

Da quel momento diedi un taglio anche al popper.

Non vidi più le locandine alle pareti né le fotografie degli attori appese nei

bagni.

Quando mi capita di parlare con gli altri della fine che avrà fatto Tariq

Hamad detto Bogart, mi limito a sorridere, rievocando lo spolverino e il

cappello calato sugli occhi.

Che tipo strano, diciamo.

Faccio finta di niente, ma sorrido e penso a quegli occhi quando guardava

la sua discoteca, immobile di fianco alla consolle del dj.

Gli occhi di un uomo ispirato.