Rachel Trezise

Incastri


Era il 1977 e su Rhondda pulsava il sole. Mia madre girava per il mercato

spingendo il mio passeggino, con il parasole di percalle che andava a sbattere

contro i paletti delle bancarelle e le altre carrozzine. A quel tempo si poteva ancora

lasciare solo un bambino per qualche minuto. La sentivo ridere in lontananza: una

risata chioccia e maligna, di una persona che ama divertirsi. Io intanto, assicurata al

passeggino con le cinghie di sicurezza, fissavo le merci: un paio di pantaloni rossi

scozzesi con la vita alta e le gambe ampie fissato a una tela cerata, una gigantesca

melagrana liscia che, con quel tempo, tendeva al giallo. Poi mi portava da mia

cugina, nel bar dove il vapore della macchina per il caffè faceva apparire tremolanti

i bicchieri appoggiati sulla mensola dietro il bancone. “Ecco l’altro mio bambino”

diceva la signora Carpanini, “Ecco l’altro mio bambino, Heidi Anne.”* La sua voce

richiamava dal retrobottega il resto della sua grande famiglia, che si precipitava nel

negozio per venirmi a fare grandi sorrisi e gorgheggi. Avevano tutti la pelle

olivastra e i capelli neri come l’ebano. “Svelta, svelta”* diceva la signora Carpanini

battendo le mani per richiamare Julie, mia cugina. “Vai a prendere qualcosa da bere

per Heidi.” Ricordo gli odori: il tabacco delle sigarette forti dei vecchi seduti ai

tavolini e il burro di cacao della lozione che mi spalmavano sulla pelle. Il gusto

asprigno del succo di lime o di ciliegia, un senso di effervescenza in fondo alla

gola. Mi mettevano a sedere su una panca di pelle verde accanto alla finestra, e io

guardavo fuori attraverso le veneziane di vinile multicolore, dondolando le gambe,

mentre Paolo, l’ultimo dei Carpanini, mi teneva la mano, la pelle aranciata tutta

sudata. Le nostre madri, sedute di fronte, parlavano di noi: la mia infilandosi in

bocca una forchettata di pasticcio di carne tra una frase e l’altra, la signora

Carpanini intenta a giocherellare con la pelle cascante sotto il mento. In sottofondo

si sentiva costantemente l’acciottolio di terraglia, Julie che metteva a posto le tazze

e i piattini usati quella mattina, il grembiule legato in vita, una biro in equilibrio

dietro l’orecchio, con la punta infilata tra i riccioli color sabbia.

“Mi raccomando, non dirlo alla mamma, eh?” mi diceva imboccandomi, mentre il

cucchiaio di plastica colmo di Nutella andava a urtare i miei dentini da latte. Mia

madre era andata al lavoro lasciandomi a dormire nel retrobottega del bar, fresco e

immerso nell’ombra. Io però mi mettevo a piangere perché volevo i dolci: la stanza

accanto ne era piena. Vasi di vetro con il tappo di metallo colmi di gelatine e

caramelle di zucchero. “Dalle la Nutella”, diceva la signora Carpanini. “Con questo

caldo non possiamo vendere cioccolato. Lei adora la Nutella.” Paolo dormiva di

fronte a me su un divano con la struttura di legno, con dei cuscini tutt’intorno, in

modo che non rotolasse per terra. Quando si svegliava mi veniva vicino e mi

appoggiava piano la mano sulla fronte. Sapeva parlare meglio di me. “Io ti amo”*

mi diceva guardandomi con due enormi occhi azzurri, ” Io ti amo”*, diceva. Non

sapevo cosa significasse, ma cominciai a dirlo anch’io, sia all’asilo che a casa.

“Credo sia ora di andare a letto, Heidi”, mi diceva magari mio padre.

E io rispondevo: “Io ti amo”*.

“Cosa sta dicendo?” chiedeva lui a mia madre. “Sta parlando in italiano! Gesù,

ancora non parla gallese!”

Verso sera, Julie mi accompagnava a casa. Una volta attraversò la strada e mi portò

a vedere il Circo di Mosca. Non l’ho mai dimenticato. A un certo punto un uomo

faceva un incontro di pugilato contro un canguro, e quando lo dicevo non mi

credeva mai nessuno. Un anno fa, più o meno, l’ho detto a Marc, e lui mi ha

risposto che la memoria m’ingannava. Nessuno avrebbe mai potuto combattere

contro un animale, doveva essersi trattato di un canguro gonfiabile. Ma erano gli

anni Settanta. Ricordo il colore del pelo. Non era lanuginoso come quello di un

coniglio, ma più ispido, come quello di un gatto, e argenteo. Mi ricordo i guanti da

boxe rossi che portava. E ancora oggi posso giurare che era un canguro vero!

Comunque, crebbi e raggiunsi l’età di dodici o tredici anni, e ormai i canguri non

m’interessavano più. Non mi interessava quasi niente, a dire il vero. La banda

musicale Wham!, forse, e un paio di scarpe a strisce che non riuscivo a portare. Un

ragazzo, di tanto in tanto. Paolo era diventato alto e magro, con una grossa testa

rotonda ricoperta da una chioma color cioccolato. Alle scuole medie era più bravo

di me. In scienze, matematica e lingue straniere lo mandarono a frequentare le

lezioni di livello A. Dentro, era ancora come quando scorrazzava per il bar in

pannolino: buono e tranquillo. Continuò a mandarmi cartoline d’auguri, per Natale,

per molti anni, dopo che io ebbi smesso di farlo. Aveva sempre la cravatta della

divisa scolastica perfettamente annodata. Probabilmente, a quell’epoca mi faceva

compassione. I ragazzi di tredici anni erano degli esseri raccapriccianti con le

tasche piene di sassi e la bocca traboccante di parolacce. Il fatto che lui fosse così

tenero lo faceva sembrare fuori posto. Il giorno in cui mi toccò era un venerdì

mattina, e la pioggia scrosciava sul tetto dell’ala secondaria della scuola. Avevo

appoggiato la mano sulla maniglia per controllare se la porta dell’aula era chiusa a

chiave, dato che l’insegnante era in ritardo di cinque minuti. Fu allora che lui mise

la sua mano sulla mia, soltanto per un istante. Però feci in tempo a notare la

differenza di colore della mia pelle e della sua. Durante l’ora successiva ci

sfidammo in un gioco da tavolo, Blockbusters, sorvegliati da un’insegnante, e vinse

Paolo. Per tutta la giornata avvertii una strana sensazione alla pelle, come un

formicolio. Mi chiedevo se l’aveva fatto per sbaglio o per calcolo, in modo che

pensassi a lui per tutto il week-end.

Una settimana più tardi, mi stavo preparando ad andare alla festa di compleanno

della signora Carpanini. Mi aveva invitato per mezzo di Paolo. “Il nostro bambino

sta diventando grande, Dominic!”* avrebbe detto a suo marito. Già me lo

immaginavo. Poi mio padre mi chiamò dai piedi della scala.

“Non ci vai” disse. “Non voglio che tu vada in quel bar. Non sono come noi,

tesoro”, continuò. “Sono italiani. Sono cattolici. Sono diversi da te.”

“Ma papà!” esclamai, scioccata. Volevo dire qualcos’altro, ma non trovavo le

parole.

“Cosa?” chiese. “Cosa vuoi, Heidi? Vuoi diventare una disegnatrice grafica o

andare a lavorare in un bar facendo un figlio italiano dietro l’altro? Dimenticatelo.

Non ci vai e basta.”

Nel 1995 sposai Marc, il figlio del miglior amico di mio padre, un uomo alto e

nerboruto che di mestiere costruiva case. I nostri padri vollero che scegliessimo

“Cwm Rhondda” tra gli inni da cantare, che il ricevimento si tenesse al club del

rugby e la cerimonia nel tempio nonconformista. Organizzarono al nostro posto

tutto questo, e altro. Alla fine pareva che io e Marc fossimo lì solo a far numero:

una coppia di diciottenni ancora incerti sul da farsi, guidati per mano attraverso le

fasi più delicate della loro vita da genitori saggi e virtuosi. Marc non aveva

opinioni riguardo a niente, ed era questa la sua caratteristica più attraente. Così,

mio padre comprò un lotto nel paese vicino, un terreno irregolare che andava a

finire in mezzo alle montagne, e disse a Marc di costruirci sopra una casa. Una

solida villetta bianca di legno, a un piano solo, a due miglia di distanza dal

mercato, dal bar e da mia madre, che non aveva mai preso la patente. Passai il mio

primo anno di matrimonio con un Media Guardian in mano, scegliendo le

inserzioni in cui si cercavano disegnatori grafici e segnandole con un cerchio rosso.

A volte arrivavo persino a piegare un foglio con la domanda d’assunzione e

metterlo in una busta. Penso di non averne mai imbucata una. L’ufficio postale era

troppo lontano. Dipinsi tutte le pareti interne della casa di un bianco tendente al

rosa, usando un pennello trovato sul ciglio della strada. Marc non aveva ancora

deciso che colore usare, e io mi ero stancata del semplice intonaco. Mi alzavo alle

cinque del mattino per friggere il bacon per i panini. A settembre, ero ormai

diventata un’esperta in merito: il bacon era spesso e rosa al centro, scuro e

croccante lungo i bordi.

Il giorno del mio primo anniversario il cielo era grigio. Il vento scuoteva le

margherite sulla collina, e il loro capo recepiva annuendo l’avvertimento inviato

loro dall’atmosfera. Marc era a Pembroke per costruire degli appartamenti di lusso

per coppie di professionisti. Andai a piedi fino in città a trovare mia madre, con il

freddo che mi mordeva le caviglie e la natura che mi risucchiava sangue e

rivestimento dall’utero. Non lontano dal bar di Dominic, avvertii una stilettata

all’altezza delle costole. Forse era una fitta di fame, o un dolore mestruale, non lo

so. Comunque, rallentai il passo davanti alla vetrina e mi misi a guardare i cubetti

di gelatina ricoperti di zucchero nei loro vasi di vetro, in fondo ai quali si era

raccolto uno strato di zucchero spesso un dito. Adesso era il bar “da Dominic”,

semplice e informale. Anzi, il bar, senza connotazioni.

Se io avessi detto: ‘il bar’, Marc avrebbe chiesto: ‘Quale bar?’

‘Il bar italiano.’

‘Ci sono cinque maledetti bar italiani, laggiù.’

Julie non era più lì. Non si era sposata ma aveva avuto dei bambini e li aveva

portati in città. Stava servendo Paolo, e la cosa mi rilassò. Niente “Oh, il mio

bambino!” Ormai ero una donna. Lo osservai pesare le gelatine di frutta e gli

ovetti, e poi allungarsi verso i dolcetti ripieni di Nutella in fondo a un vaso di vetro.

Ed eccola lì davanti a me, la montagna di dolciumi colorati sul bancone. “La mia

golosità si è risvegliata”, dissi all’improvviso, come per giustificarmi. Paolo mi

guardò, con quegli occhi ancora grandi e freddi, simili a un oceano in inverno, ma

la sua risata era calda. “Io ti amo”* disse piano, in modo che i vecchi ai tavolini

non sentissero. “Io ti amo”*. Distolsi rapidamente lo sguardo spostandolo

sull’ingombrante e antiquato registratore di cassa, e osservai i numeri che

comparivano mentre lui preparava lo scontrino. Fuori faceva di nuovo freddo e io

mi resi conto che da molto tempo mi mancava il suono dell’acciottolio di piattini.

Esasperata, decisi di avviare un’attività in proprio, niente di grandioso né di

originale. Soltanto un Apple Mac nella stanza degli ospiti per stampare

partecipazioni di nozze o di battesimo. Mio padre mi rise dietro. “Non sei più una

scolaretta” disse. “Sei una donna sposata. Vai a fare shopping a Cardiff, o fai un

figlio.” Ma non era destino. Il giorno del mio appuntamento in banca avevo gli

occhi pesti. Era saltato fuori che Marc aveva delle opinioni, eccome se ne aveva.

Non gli piaceva trovarmi a letto con una bottiglia dell’acqua calda in equilibrio sul

diaframma. Voleva la cena in tavola. Per essere un uomo di successo, aveva

parecchio da dimostrare.

Quell’anno il bar era buio. Quando ci passavo davanti, mi dava una sensazione di

tristezza e oppressione. Un cartellone a forma di gelato attaccato alla vetrina si

staccò e finì, tutto sgualcito, sul davanzale. Nessuno lo raccolse né tentò di fissarlo

nuovamente al vetro. Paolo non c’era. Pensai che forse era andato all’università, o

a viaggiare in Europa. A Pasqua l’ultima figlia, ancora neonata, della signora

Carpanini morì di morte in culla, o di qualcos’altro altrettanto incomprensibile. Le

fu dedicato il funerale più pomposo mai visto in città, e il bar chiuse per tre

settimane. Quando poi ricominciai a entrarci per comprare le sigarette, nessuno

faceva caso a me. La famiglia era in lutto per la carne della sua carne. Poi, morì

mio padre. Una vita di contratti d’affari e di bevute di whisky si concluse. Era

giovane, per morire, ma non provai dispiacere. Ormai lo disprezzavo per il suo

modo di manipolare la gente e per le sue contraddizioni. Lo sopportavo perché era

mio padre, ma mi ero resa conto di quanto fosse acido ed egoista. Perennemente

insoddisfatto, tranne quando aveva qualcosa di cui lamentarsi, qualcosa contro cui

combattere, qualche pretesto per tormentare la sua famiglia. Persino mia madre

ammise di sentirsi sollevata. Si era ucciso da solo, con le sue seccature

immaginarie. Sulla sua tomba, Marc e suo padre piansero più di noi due. Una

settimana più tardi, chiesi il divorzio. Era una cosa brutta da farsi, ma necessaria,

come uno striscio vaginale o un lungo viaggio in aereo. Avevamo entrambi gettato

al vento due anni della nostra giovane vita e ci sentivamo vecchi, usati, deprezzati.

Marc non voleva tenersi una casa che aveva costruito per sua moglie, così i suoi

avvocati l’assegnarono a me. Tanto, la terra era comunque di mia madre, a questo

punto. Lavai via Marc da quella casa, dipingendo le pareti color terracotta, giallo

sole, lillà e blu mare. Gettai la padella del bacon nell’immondizia. Lasciai l’anello

di fidanzamento e la fede nuziale nel vaso sulla tomba di mio padre. Poi tirai un

lungo e profondo sospiro.

Il Natale successivo feci traslocare in casa mia il mio ragazzo, Kelis. Era uno

studente di architettura, di quattro anni più giovane di me. Un ragazzo con la pelle

bianco latte, un torso scultoreo e una mezza dozzina di nei disposti a forma di

triangolo sulla pancia. Un viso indifferente, con degli occhi neri e crudeli. Dei

capelli che tornavano nella stessa posizione diritta un attimo dopo che ci avevi fatto

passare in mezzo le dita. Novantotto pence in banca. Entusiasmo a palate.

All’inizio era incantevole, come tutte le cose nuove. Non si smette di trastullarsi

con i giocattoli solo perché si cresce: crescono anche i giocattoli. La casa straripava

di vino, marijuana e di profumi costosi. Cominciai a ordinare da mangiare in

rosticceria, pizze cotte nel forno a legna, con prosciutto di Parma e rucola, e smisi

di lavare i piatti. Lasciavo i miei vestiti e le mie cose dove mi capitava, in modo da

trovare un po’ di eccitazione, i lunedì mattina più uggiosi, in una scarpa con il

tacco alto incastonata di fondi di bottiglia lasciata in equilibrio su un gradino o in

un paio di manette comprate in un negozio di scherzi di carnevale e appese alla

testiera del letto.

Il sesso era tutto. Era la ragione per cui stavamo insieme, la ragione per cui lui era

lì. Era la conclusione di qualsiasi cosa facessimo: un atto finale quotidiano. Mi

vestivo per il sesso, mettendomi reggicalze di pizzo sotto la divisa. Avevo trovato

un lavoro come bibliotecaria. E pensavo al sesso. Apparentemente ero tutta presa a

catalogare, nella sezione bibliografica, il censimento locale, ma nella realtà mi

trovavo in mezzo alle macchine della mia lavanderia, con le gambe in aria in una

posizione improbabile. Bevevamo per far sesso. Ridicole percentuali alcoliche

stampate in corsivo in fondo all’etichetta delle bottiglie, tutto per sciogliere le

nostre inibizioni, aiutarci a sussurrarci a vicenda parole sconce nel condotto

auricolare. Uscivamo e andavamo nei locali in cui si suonava musica rock ad

ascoltare uomini che suonavano la chitarra per scuoterci di dosso il lavoro della

giornata e avvertire nell’aria l’odore di sudore, per poi tornare a casa a far sesso, a

scopare. La pelle non aveva mai avuto un sapore così buono. Mi chiedevo se anche

Marc l’avesse scoperto, quell’istinto animale che ti prende quando desideri

qualcuno, non per la vita ma solo per una notte, o per una settimana, o per un

mese: insomma, finché l’energia non si è esaurita. Probabilmente no. Lui voleva

possedere tutto. Naturalmente, dopo il sesso non restava molto. Un po’ di

compagnia in una notte fredda e una collezione di dischi traboccanti di accordi di

chitarra, aggressivi e pompanti adrenalina. Mi graffiavo le gambe contro la grande

cartella portadisegni che Kelis si portava in giro e arrivando lasciava accanto alla

porta. Prima, la guardavo con amore e la trovavo carina; ingenua, ma grandiosa

nella sua ingenuità. Adesso le lanciavo improperi o la prendevo a calci, oppure la

nascondevo nell’armadio dell’ingresso con le ante a gelosia. Gli permettevo di

restare anche se in lui non trovavo più nulla: nessun legame, solo ancora un po’ di

sperma. Però, quando potevo, gli cavavo qualche soldo per il vitto e l’alloggio,

fingevo di avere cinque anni di meno quando sua madre telefonava, e tiravamo

avanti come una quasi-coppia, dormendo nello stesso letto, baciandoci ogni tanto,

ma sempre in attesa di qualcosa di meglio.

Stava piovendo di nuovo il giorno in cui mi resi conto che in una vita cambia

davvero poco. Acqua sporca che si riversava scrosciando sul terreno, goccioline

fredde simili a pallottole che pungevano e trafiggevano la pelle rosa. Vento che

rovesciava gli ombrelli per poi riportarli alla forma originale. Kelis venne a

cercarmi in biblioteca, tenendo la cartella portadisegni con le nocche bianche, i

suoi occhietti neri che gettavano lampi di paura per sé e di indifferenza per me.

Disse che sarebbe andato a sentir suonare un gruppo di suoi amici, a Pontypridd, e

che era in ritardo. Capii che aveva un appuntamento con una donna, ma non provai

alcuna gelosia. Di solito andavamo a piedi fino alla villetta, ridendo. D’estate lui si

sfilava la felpa e se la legava intorno alla vita sottile. In autunno camminavamo

dando calci alle foglie secche. Invece quel giorno andammo ad aspettare l’autobus,

in piedi al freddo fuori dal bar “da Dominic”. Kelis fissava ansioso la piazza in

attesa di veder spuntare la corriera verde e io me ne stavo girata verso la vetrina

guardando le veneziane, una volta colorate e ora sbiadite dal sole fino a essere tutte

di un beige uniforme, in cui il rosso e il verde di un tempo si distinguevano appena.

Vedevo il fornello a gas acceso, dentro, ma non era quello a far rilucere la facciata

del bar, non so cosa fosse esattamente. Il legno era marcito, diventando di un

bianco opaco. Venticinque anni di intemperie avevano cambiato un po’ di colori.

Cento stagioni gallesi imprevedibili o fuori tempo per far apparire vecchio quel

posto e la tappezzeria datata. Ma sono quasi certa che avesse lo stesso aspetto

quando avevo tre anni. Forse dipendeva dalla luce. La striscia fluorescente di giallo

chiaro che si stagliava contro la notte color indaco.

“Entriamo” dissi.

“Cosa?”

“Entriamo” ripetei aprendo la porta e spingendo verso l’interno la maniglia

d’ottone.

“Heidi”, disse Kelis, “l’autobus sarà qui a minuti.”

“L’autobus è sempre in ritardo”, risposi, e lui non insistette. Non voleva protestare

troppo. Fu lì, mentre mescolavo il mio cappuccino e godevo del tintinnio del

cucchiaino contro la porcellana, che mi resi conto che era sempre la stessa cosa,

dappertutto: ragazzo conosce ragazza, ragazzo conosce altra ragazza, ragazza

conosce ragazzo, ragazza conosce altro ragazzo. È un gioco a incastri, e a volte i

pezzi non combaciano. E allora, cosa si fa? Si prova con un pezzo diverso. Si

continua a provare finché non si è finito, oppure il gioco a incastri comincia a fare

schifo. Le tazze erano quelle di sempre, bianche con una fascetta bordeaux sul

bordo. E guardando con attenzione i bicchieri sulle mensole mi accorsi che

tremolavano ancora dietro al vapore della macchina del caffè.

“Finisci il tuo caffè” disse Kelis, ma io stavo cercando di non dargli ascolto. Paolo

era entrato dal retrobottega e mi guardava da dietro il bancone, con le fettucce di

plastica della tenda scacciamosche ancora drappeggiate sulle spalle.

A volte il pezzo dell’incastro era quello giusto al primo colpo, erano altre le cose

che dovevano finire al loro posto.

“Finisci il caffè” ripeté Kelis. “È arrivato l’autobus.”

“Allora vai” gli risposi. “Vai a prenderlo.”

Ventisei anni, ed ero ancora una bambina in un negozio di dolciumi.

 

 

 

*in italiano nel testo (n.d.t.).