Ingo Niermann

Scambio


Alex dorme ancora. Lascio andare molto lentamente il meccanismo di chiusura

della porta perché non sbatta. In bagno faccio lo stesso. Filtra della luce dalla

finestra, ma fuori vedo solo un muro. Non ho idea di che ore siano.

La finestra sopra il lavandino si apre a malapena di uno spiraglio. Mi lavo i denti

con uno spazzolino appoggiato sul davanzale. Il bagno ha un aspetto pulito, solo

l’impianto di aerazione sul soffitto è coperto di muffa. Sotto il lavandino c’è una

trappola per topi o per ratti. L’animale va a finire dentro una scatola.

La sala comune è illuminata artificialmente, le finestre che danno sulla strada sono

sigillate e hanno le tende chiuse. Sopra la pedana sono rimasti tre yogurt di una

confezione famiglia. Ne prendo uno, lo agito e lo bevo in un sorso solo. Lecco i

residui inerti.

Dovrei gettare il vasetto nella cassetta per i recipienti vuoti del distributore

automatico? Lo rimetto accanto a quelli pieni.

Dalla scala scende una ragazza, più giovane di Alex. I capelli lisci sono raccolti

sulla nuca in un codino mozzo. La maglia le ricade sui seni in due strisce separate,

si sovrappongono soltanto poco sopra l’ombelico. Sono cucite insieme in un’ampia

cintura di tessuto robusto.

Senza salutare mi scruta con occhi spalancati e dice:

«Il mio spazzolino da denti è umido».

«Nel bagno di fronte alla cinque? Mi dispiace, pensavo che fosse quello di Alex. Te

ne compro uno nuovo».

«Lo sanno tutti di chi è una cosa o di chi è l’altra».

«Io sono qui in visita».

Continua a fissarmi. Non riesce a comprendere il mio comportamento leggero. Per

di più l’ho derubata in modo disgustoso.

«Era quello rosso, vero?».

Adesso è raggiante perché ricordo con esattezza il suo spazzolino, e aggiunge:

«Costava pochissimo. Un’offerta al supermercato». La cosa non depone a mio

favore. Lo spazzolino era un vero affare e quindi particolarmente prezioso per lei.

Per sostituirlo dovrei andare nello stesso supermercato, e può darsi che l’offerta

non sia più valida.

«Te lo ricompro nuovo», le assicuro ancora una volta, con tono marcatamente

pacato.

Da sotto la pedana prende un grosso sacchetto di patatine aperto, ne tira fuori una

alla volta, rapidamente, mastica con energia.

«Anche tu ti sei appena alzata?» chiedo.

«È tardi».

«Che ore sono?».

«Le dieci».

«Di solito a che ora ti alzi?».

«Alle sei, alle cinque. Vado a fare sport».

«Dove? In palestra?».

«No, costa troppo».

«Allora che fai? Jogging?».

«Corro».

«Anche tu fai sport?».

«No, solo l’indispensabile per spostarmi».

Sorride. Visto il modo in cui ho iniziato a parlare dell’argomento, maggiori

ambizioni da parte mia l’avrebbero sorpresa. Ha già riarrotolato da un pezzo il

sacchetto di patatine e l’ha sistemato sotto la pedana.

Mi guarda scettica. Mi ha mostrato il nascondiglio del sacchetto. Chinandosi ha

proteso il corpo, due volte. Il sedere resta comunque piccolo, il seno non cade in

avanti, e tutta la mia attenzione si concentra sulle spalle e sulle braccia robuste.

Mentre nelle gambe lo sviluppo della muscolatura e la riduzione del grasso si

bilanciano, nelle braccia l’allenamento ha il solo effetto di sviluppare la massa. Mi

immagino se Alex, per compensare le sue alte sopracciglia, passasse tutto il tempo

a rimuginare.

Adesso la ragazza si dirige dall’altra parte, verso il distributore automatico, preme

un tasto e tira fuori una bottiglia.

«Se vuoi qualcos’altro, posso prenderlo per te. Questo è il mio scomparto». Indica

il nome Sascha.

Capisco Sascha. È semplice. Sascha insiste su regole semplici e affidabili, che le

lasciano spazio e non la isolano. Vorrebbe essere nel giusto e ridere con gli altri.

Ama l’umorismo di facile comprensione. È la regola vivente.

Alcuni stati di cose e modi di comportarsi farebbero bene a chiunque. Sarebbe bene

se tutti si comportassero come lei. Non parla mai di sé. Certe cose devono essere

scontate, perché conformi alla natura umana.

Sascha è felice quando qualcuno, nonostante la diversità di provenienza, colore

della pelle, religione e aspetto, dà buona prova di sé nella comunità. Orgogliosa di

veder confermata la propria fiducia in quello che è fondamentalmente umano. Ma

se il nuovo componente non osserva le regole? Se ruba o frequenta la persona

sbagliata? Sascha non riuscirebbe a criticare il nuovo componente, le dispiacerebbe.

Potrebbe criticare solo un componente affermato. In quel caso saprebbe distinguere

tra le colpe della comunità e quelle del singolo. Nel caso del nuovo componente

non è in grado di decidere. Da entrambe le parti grava la particolare responsabilità

di dimostrare le proprie ragioni. Il nuovo componente è prima di tutto un ospite.

Sascha chiede: «Quanto tempo rimani?».

«Non lo so».

«Da dove vieni, non ci devi tornare?».

Rimango zitto. Non lascio capire se sto ancora riflettendo.

«Cosa fai qui, lavori?».

Chris scende le scale e dice: «Mi hanno rubato dei soldi dalla camera».

«Quanti?» chiede Sascha.

«Non tutti, un cinquantino».

Adesso Sascha non può più domandarmi se lavoro. Evita di guardarmi. Rivolge lo

sguardo a Chris e chiede: «Sei sicura?».

«Li ho contati ieri sera».

«Dopo che ci hai detto “Buona notte”?» chiedo io.

«Sì», dice Chris, strascicando la “i”. È un po’ seccata.

«Prima di contare sapevi già a quanto ammontava la cifra? Volevi solo

ricontrollare?».

«Ho contato due volte».

«Dove tenevi i soldi?».

Adesso possiamo chiederglielo, visto che dovrà cercarsi un altro posto più sicuro.

«Erano vicino al letto».

«Da fuori si poteva guardare all’interno?».

«Le tende alla finestra erano chiuse».

«Ma avevi la luce accesa. Potevano vedere la tua ombra attraverso la finestra».

«Da dove? Lì fuori c’è solo un muro tagliafuoco».

«La porta era aperta».

«Sì».

«Deve trattarsi di qualcuno», dico io, «a cui preme che tu non ti accorga del furto».

Probabilmente qualcuno della casa, ma non necessariamente. Come se avessi un

sospetto che non oso esprimere. Sospetto che non ho. Altrimenti farei certamente

qualche allusione.

Chris mi guarda e dice: «Non è ancora sicuro che sia stato un furto».

«Possiamo perquisire tutte le stanze e le borse», dico, «non proverebbe niente».

Chris chiede: «Voi sareste disposti a farlo, se provasse qualcosa? O la cifra è troppo

bassa? A quanto dovrebbe ammontare?».

«Solo in caso di atti violenti», dice Sascha. «O se la cosa dovesse ripetersi».

«Tu ti opporresti se altri lasciassero spontaneamente perquisire le proprie stanze?».

«Non proverebbe niente», ripete Sascha. «In caso di atti violenti ci sarebbero

almeno delle tracce. Dovremmo far intervenire la polizia. Altrimenti finiremmo per

cancellare le tracce».

«E se non ci fidiamo della polizia?» chiede Chris. «Se non la vogliamo qui?».

«Allora dobbiamo stare più attenti alle nostre cose». Sascha lo dice molto in

generale.

Di sopra c’è una porta che sbatte. Sta arrivando Alex, forse per via delle nostre

voci.

«A Chris hanno rubato un cinquantino», dico frettolosamente. «Questa notte, dalla

sua stanza».

«Avete qualche sospetto?».

«Di questo», dico, «non abbiamo ancora parlato».

«A quanto pare non ne abbiamo nessuno», conclude Sascha. Lei manifesterebbe

apertamente qualunque sospetto.

«Per me è già tutto dimenticato», afferma Chris.

«Un giorno», dice Alex, «Dan viene nella mia stanza. Mi chiede dove sono le sue

forbicine per le unghie. Se per caso le ho usate io. Non ne ho idea, anche le mie

sono sparite. Il giorno dopo torna nella mia stanza, stiamo parlando, e lui scopre

un paio di forbicine sul tavolo. Gli assicuro che il giorno prima non c’erano.

Ribatte che ce le ha messe lui, le prende e se ne va».

Qualcuno saprà che Alex non ha un tavolo? Anche se non lo sapesse nessuno, la

storia non è un motivo sufficiente per andare a cercare Dan. Ma possiamo parlare

del tavolo.

«Non ti serviva più?» chiedo.

«Dan?», Alex ride.

«Il tavolo».

Smette di ridere, senza severità: «È successo in un’altra stanza».

Non sembra disturbarla che io abbia accennato davanti agli altri di essere stato

nella sua stanza. Comunque lo sanno tutti. Ma così mi sono esposto.

Nessuno dice niente, non vogliamo fare congetture. Quale sarebbe il risultato? Al

massimo uno schiaffo, delle grida. Forse un abbraccio di riconciliazione.

Aspettiamo qualcosa. Non qui. Succederà nelle immediate vicinanze. Se ci

dirigiamo là, sarà già altrove quando arriveremo. Ma adesso è in agguato. Restiamo

uniti per distrarci, e ci lasciamo quasi sfuggire l’attimo.

«Siate pronti a tutto», ci chiede Chris. Non è possibile. Chris pensa che dovremmo

comunque tentare. E in definitiva non fare proprio niente.

L’innocenza di sapere che non si arriverà a niente. Basta volerlo. Chris è agitata,

non si muove. Ha lo sguardo fisso e i capelli di un biondo così spento che sembra

che il sole non li abbia mai raggiunti.

Quando Chris sta male fugge da tutto quello che conosce. Anche quando sta bene

bisogna continuamente ricatturarla, almeno con lo sguardo. Non le piace stare sola.

Sascha considera Chris un’irresponsabile. Non solo Chris ha un’altra mentalità, ma

anche dei problemi. Appartiene alla categoria degli ospiti – forse fin dall’infanzia.

Sascha non può aiutarla. Fare comunque un tentativo è lodevole, ma forse è questo

il maggior pericolo che Chris possa rappresentare.

«E poi, quando accadrà davvero?» dice Alex. «Io sarò pronta: ad arrendermi o a

impormi?».

Alex è creatrice e sognatrice al tempo stesso. Cerca la completezza. I singoli

rapporti e il suo benessere individuale le stanno a cuore quanto quello di ogni

persona e della vita in genere. Non è lei ad avere maggiore bisogno di aiuto,

nell’aiutare se stessa non è nemmeno particolarmente affidabile, ma di questo non

deve rendere conto a nessun altro. Posso gridarle contro e lei può gridare a sua

volta, ma io non soffro. Altrimenti non si sarebbe messa con me.

Tende ad assumersi troppe responsabilità. È una cosa da cui cerca di difendersi.

Non servirebbe a nessuno, finirebbe per vergognarsi.

«Se comincio una cosa», dice Chris, «riesco a portarla a termine solo quando ormai

le motivazioni iniziali non contano più niente per me. Quello che desidero accade

con una lentezza esasperante. Le mie idee cambiano a una velocità frenetica».

«Quando succederà, rimarrò tranquilla», profetizza Sascha. «Forse mi lascerò

sfuggire il primo segnale, oppure arriverà come un fulmine».

Riassumo: «Non avrete il tempo di reagire».

Alex sentenzia: «È il momento della verità».

«Non più di qualunque altro», ribatte Chris.

«Direi piuttosto una concatenazione di momenti», dico io.

Sascha guarda verso la pedana, e Chris conferma: «Ti siedi vicino a me».

Dan entra. Ha con sé un sacchetto di carta bianco, che appoggia accanto agli

yogurt.

«Per voi».

Chris apre il sacchetto e lo mostra a tutti. Dolci di pasta sfoglia. «Gli piace fare

questo genere di cose». Si mette accanto a Dan e gli appoggia un braccio sulle

spalle. «Fare dei regali agli altri». Lo dice con affetto e non senza una punta di

scherno. Ha dato il suo contributo.