Davide Longo

Il diavolo fa il nido


Cesare posò a terra la sacca e mise una mano in tasca, restando fermo sulla porta.

Lei sedeva appena discosta dal tavolo.

Passava l’ago a marcare di filo bianco l’orlo di un paio di pantaloni. Indosso aveva

un abito dai colori spenti, anche il giallo. Ai piedi zoccoli di legno e cuoio.

Cesare fece scorrere lo sguardo sulle pareti screpolate, le sedie e il basso dei mobili

segnati dalle unghie dei gatti, l’acquaio dai bordi sbeccati.

Dall’unica finestra la luce si allargava nella cucina, calda e piena di tagli. Sul

tavolo era stesa una cerata verde.

«Ti sei dimagrito tanto».

Cesare la trovò che lo fissava.

Fece cenno di sì, poi con due passi le fu vicino e le appoggiò un breve bacio sulla

fronte.

«Ti sta bene», disse lei sfiorandogli la manica della giacca, «è freddo quest’anno».

Cesare andò alla finestra, l’aprì e abbassò gli occhi sul carruggio infilato dal sole di

ottobre. Qualcuno sui davanzali aveva ancora un basilico, un geranio, un vaso

d’alloro. Capì che la madre non sapeva le stagioni lontano dal mare.

Una delle vicine, una donna grassa dai capelli radi, si sporse a vedere chi fosse

arrivato. Alla sua ringhiera era steso un lenzuolo bianco con in mezzo una toppa

color tabacco.

«Marco?», chiese Cesare senza voltarsi.

Un gatto rosso saltò sulla ringhiera.

«S’è imbarcato».

Cesare si voltò: la donna aveva portato alle labbra un nuovo filo.

«È andato a Marsiglia. Dopo una settimana ha telefonato che aveva trovato. Son

quattro mesi ch’è via».

Cesare scostò una sedia e sedette. Lei gli diede uno sguardo veloce.

«Ha già mandato soldi due volte. Dice che lo pagano bene».

Cesare sfilò la giacca e la lasciò scivolare sullo schienale. Riempì i polmoni e le

spalle larghe e magre tesero la lana grigia del maglione. Dalla finestra erano

penetrati odori di strada. Ora la cucina era più fredda e presente.

«Fai un caffè?»

Senza guardarlo la donna s’alzò, andò all’acquaio e prese a riempire la moka.

Cesare pensò che gli anni non le avevano cambiato quel gesto e per un momento la

immaginò ragazza: gli occhi neri e imprendibili, i piedi veloci, la pelle scura e

lucida della gente araba da cui discendeva.

Quegli occhi e quella pelle dovevano essere stati un amo forte per suo padre.

Dovevano avergli scavato nella pancia fino a deciderlo a lasciare gli ulivi, andare a

gettare le reti, smarrire il senso della terra che era l’unico bene della sua razza.

Pensò che non avrebbe mai fatto lo stesso.

Il crocchio del fiammifero divise in due il silenzio, poi l’odore buono di legno

bruciato e zolfo si allargò nella stanza. Lei appoggiò la caffettiera sul blu della

fiamma e rimase di spalle come leggendo qualcosa scritto sulla parete.

Un gatto sporse il muso affilato dallo stipite della porta.

Cesare lo guardò: aveva un occhio verde, l’altro paglierino.

Lasciò scivolare una mano verso terra e il gatto s’avvicinò molle e prese a leccarla.

La donna riempì la tazza facendo cadere un dado di zucchero nel nero del caffè.

«Adesso devi pensare a farti una vita anche tu», disse.

Cesare abbassò gli occhi sul gatto.

La sua lingua ruvida s’era fermata sul dito che mancava, come sapesse le dita che

un uomo deve avere.

 

Dormì l’intero pomeriggio e sognò cose che si svolgevano di notte, ma chiare a

vedersi per via della luna.

Vide suo fratello Marco con la faccia di un gatto guardarlo da oltre uno specchio

d’acqua, e un uomo grasso nascondere una mano dietro la schiena e lui sapere, per

via della luna, che in quella mano c’era qualcosa per far male.

Vide Adele con le gambe sporche di sangue camminare su un filo teso sopra il

fiume e non riuscire a lasciarsi cadere. E tutto quello che vide lo vide dall’alto e nel

silenzio assoluto, tranne per il pulsare di un cuore che non era il suo né quello di un

altro.

Alle cinque uscì e scese verso la cattedrale.

La città era sventrata e le condotte di metallo scintillavano dagli scavi. Nella via si

mescolavano odori di rosa selvatica, escrementi, geranio e acqua di mare ormai

morta. La biancheria stesa ai balconi muoveva come l’amuleto sulla porta di una

casa dove c’è la malattia.

Arrivato in piazza, sedette sui gradini della chiesa.

Davanti al bar nell’angolo andavano e venivano pochi ragazzi in giubbotti lucidi e

pesanti. Le ragazze avevano capelli schiacciati sulla fronte, come bagnati d’olio.

Sulla serranda grigia dietro di loro qualcuno aveva lasciato una croce celtica, la

scritta ebrei, juve, un serpente che si rizzava a mangiare un chiodo.

Guardò l’ora al campanile, mise in bocca da fumare e prese la strada verso la

Società Operaia.

Ermanno sedeva sotto il pergolato: quando lo vide versò un po’ di rosso in un

bicchiere.

Bevvero e da sopra il bicchiere Cesare riconobbe che s’era ingiallito e aveva perso

luce e colore negli occhi.

«Le mimose?» chiese.

Ermanno si voltò verso il mare. Dal terrazzo dell’osteria si scorgeva solo una pezza

d’acqua azzurra.

«L’annata è buona».

Anche Cesare guardò: un bastimento viaggiava in lontananza. Due vele salivano a

piombo dalla costa sfruttando il vento di terra.

«Si passa?» domandò.

Ermanno prese una sigaretta nel taschino e accese.

«Dopo quello che è successo a te, nessuno s’è più azzardato. Passa solo chi sta con

Ferrinda. Un viaggio dei loro rende cento volte i nostri disgraziati e i gendarmi han

la loro parte».

Un topo piccolo e argentato sgusciò tra le cassette della frutta accatastate

nell’angolo della terrazza. Cesare lo seguì finché trovò il foro di un tombino e ci si

lasciò cadere.

«Prenderò i sentieri alti, sopra Col del Lup».

Ermanno lo guardò fermo.

Il sole cominciava a piegare. Lo si vedeva dal giallo che avvolgeva le cose.

«E se fossi stato io a venderti quella notte?»

Cesare inspirò lento il fumo e lasciò che scendesse nella pancia mescolandosi al

vino. Fissò la sua mano ferma sulla formica del tavolo, come uno strumento cui

manca una corda.

Dal vecchio fico il vento portò un odore molle e tiepido.

Cesare vuotò in gola il rosso che gli restava e si mise in piedi.

«Metti in giro la voce», disse, «io aspetto».

 

Alle sei scese alla spiaggia e sedette sui ciottoli.

Il mare era fermo e senza spessore.

Appena oltre lo zafferano di un albero di mimose, vedeva il porto di Menton, nella

foschia i palazzi di Montecarlo e la curva scura di Cape d’Antibes.

Accese una sigaretta e nel fumarla si spogliò.

Camminò fino alla riva calpestando alghe secche gonfie di pulci di mare ed entrò.

Restò per qualche minuto con l’acqua alla vita, i piedi nella sabbia, a seguire le

scie degli aerei che si spampanavano piano mentre il sole calante le accendeva

come braci.

Pensò i due tunisini di quella notte.

La testa di uno era saltata di netto alla prima fucilata, l’altro invece s’era accasciato

piano, come passato da una lama.

Quando aveva sentito ricaricare il fucile, aveva pensato fosse per lui: s’era fermato

e aveva aspettato, senza nessuna pena per sé.

Invece gli s’erano fatti intorno e, prima che gli occhi gli si gonfiassero, aveva visto

le mostrine sulle loro divise brillare come diamanti nel sole che nasceva.

Alla fine gli avevano portato via il dito, su un sasso, con un coltello piccolo e un

colpo netto del tacco sulla lama.

Al commissariato l’ispettore gli aveva parlato calmo: una volta uscito avrebbe

dovuto scordarsi di quei due tunisini e cambiare mestiere. Poi aveva fatto portare

un paio di pantaloni perché cambiasse i suoi bagnati d’orina.

Il sole sparì dietro la collina di Menton e la spiaggia cadde in ombra. Cesare

guardò in alto: una fila mozza di quattro gabbiani e un quinto poco distante seguiva

la costa come una pista.

Si tuffò e ritrovò tutti i muscoli. Come pezzi di una pistola nascosta per tanto

tempo in uno straccio che scatta con un clang clamoroso e magnifico quando la

rimonti.

 

Per l’intera settimana fece lo stesso.

La mattina s’alzava tardi, perché in cella aveva preso l’abitudine a dormire solo

quando faceva giorno. Poi mangiava in cucina, mentre la madre gli diceva del

tempo o dei gerani o di qualcosa comprato con i soldi mandati dal fratello.

Finito il pranzo usciva. Fumava risalendo il carruggio e andava alle mura dove si

sedeva a guardare i gabbiani. Oppure scendeva al fiume a tirare il pane alle oche.

Le oche erano eleganti e veloci, i cigni goffi, i gabbiani cattivi come anime che

hanno qualcosa da scontare.

Lui preferiva che i bocconi finissero alle oche.

Alle cinque risaliva alla città vecchia, scambiava qualche parola al bar. Nessuno gli

chiedeva del tempo prima, lui non diceva nulla del dopo.

Verso sera scendeva al mare, alla spiaggia di Malachia e si bagnava. Era un ottobre

freddo, ma senza nubi. Poi si asciugava nel maglione e cambiava il costume dietro

una barca.

Per cena mangiava minestra e pane, beveva del cognac che un parente in visita

aveva lasciato. La madre intanto, con altre donne, parlava seduta intorno alla

fontana.

Parlavano di uomini che non c’erano, di morti, di mariti e figli imbarcati lontani,

oppure scesi alla spiaggia a mettersi in mare per la pesca.

Tardi tornava a salire alle mura, guardava le luci che prendevano il mare largo,

calcolava le curve per sapere la lunghezza delle reti e cosa avrebbero preso.

Da lassù la costa era un serpente di lampioni fino in Francia e le macchine la

correvano silenziose come dita sulla stoffa.

 

La domenica il telefono squillò e la madre disse che era per lui. S’alzò dal letto e

prese la cornetta. La donna abbassò il capo e andò via.

«Sì».

«Sono Ermanno».

«Sì».

«C’è un lavoro».

«Quanti?»

«Due».

Cercò da fumare nel taschino, ma non ne trovò.

«Di dove?»

«Est».

Calcolò la luna e si disse che l’indomani sarebbe entrata nel primo quarto.

Ermanno dall’altra parte aspettava.

«Stasera»

«Va bene», chiuse Ermanno.

Tornando in camera incrociò gli occhi della madre, in piedi, al centro della cucina.

Capì il male di venir vecchi e cos’era quell’odore che han le case vuote.

Le fece un sorriso faticoso, poi chinò gli occhi e andò alle sigarette che aveva

lasciato sul comodino.

 

Erano le dieci passate quando entrò al bar e il bar era già vuoto.

Adele di spalle puliva la macchina del caffè. Oltre la grande vetrata, il mare si

muoveva nel nero.

«Un pastis, s’il vous plaît».

Adele prese la bottiglia di 51, poi si voltò, gettò due cubetti nel bicchiere e versò,

ma il gesto diminuì fino a spegnersi.

Con una mano si scostò dalla fronte i capelli poco biondi. Cesare passò la sua tra i

suoi corti e scuri.

Lei sorrise.

«Ti stanno male corti».

«Lo so».

Gli servì il pastis.

«Versati qualcosa anche tu».

Adele mise del cognac in un bicchiere basso e prese a farlo girare senza alzare gli

occhi.

Due ragazzi al flipper di tanto in tanto lanciavano un’occhiata.

«Chi sono?» fece Cesare indicandoli con il mento.

«Slavi».

Bevvero.

«Che c’è?»

«Non sei cambiata».

«Sì che sono cambiata».

Entrò un cliente. Ordinò un caffè corretto. Cesare continuò a bere il pastis.

L’uomo disse qualcosa sul fatto di essere l’ultimo turista della stagione. Lei sorrise

troppo largo. Uno degli slavi venne a cambiare dei gettoni. Poi restarono soli di

nuovo.

«Non so cosa dirti», fece lei guardando nel bicchiere vuoto.

«Non importa. Non sono venuto a chiedere niente».

Lei socchiuse le labbra, senza sorridere, mostrando i denti imprecisi.

Le spalle le si erano smagrite, come certi animali che la fatica rende più lucidi e

pronti. Cesare accese una sigaretta. Sulla passeggiata camminavano poche coppie

desolate di anziani.

«Ne vuoi un altro?»

Si girò a prendere il 51 e Cesare le intuì i seni piccoli e duri sotto la camicia tesa, il

ventre piatto e i fianchi ossuti nel nero della gonna corta. Tutto quel corpo che

sapeva.

Alla radio ora c’era una canzone francese che sembravano due canzoni diverse.

Bevvero, si passarono una mano sulla bocca, respirarono, poi Adele spense la

radio.

«Se fossi venuta a trovarti laggiù adesso sarebbe più facile».

«Sarebbe lo stesso».

I ragazzi slavi guardarono verso il banco, si dissero qualcosa e uscirono dal locale

lasciando dietro di loro odore di tabacco e pelle conciata.

 

Cesare percorse gli ultimi tornanti della stradina tirando le marce alla vespa.

La notte era densa. Le luci di Camporosso vibravano sotto di loro. In alto la mole

calcarea della montagna sembrava un dio fluorescente che dorme da secoli.

«È qui», disse Adele, «la via piccola dopo gli alberi».

Cesare infilò la sterrata e fermò davanti al cancello che chiudeva la strada.

Salirono le scale.

Sulla porta Cesare entrò per secondo e la sfiorò o l’odore di lei fu così forte da

dargliene il senso.

Accese la luce: era una stanza piccola e lunga. Un divano rosso. Fotografie alle

pareti.

Lei versò da bere, poi tolse la camicia, sfilò il maglione blu di Cesare e si avvicinò

fino a che il basso del suo ventre aderì a quello di Cesare.

Rimasero in piedi, i bicchieri in mano, le pelli separate come metalli caldi e diversi

che non possono mescolarsi.

Cesare percorse una riga che la luce le disegnava sulla pancia magra fin dove si

alzavano i fianchi.

«Non puoi restare fino a domattina», disse Adele passandogli una mano sul viso.

Cesare le prese un dito tra le labbra e sentì sulla lingua il freddo della fede.

«Sarò via molto prima», disse.

 

Alle due fu alla macina vecchia.

Lasciò la vespa in una macchia di ulivi e salì al pilone. Le foglie mandavano nel

buio un rumore inspiegabile. Non c’era vento.

Ermanno lo aspettava con la schiena al muretto. Quando lo vide fece due passi e gli

strinse la mano.

«Ti aspettano per le sei a Castel».

Cesare annuì e chiuse la giacca.

Ermanno diede un fischio appena percettibile e le foglie dietro di loro si mossero.

Due figure ne uscirono: una minima e magra, l’altra più sottile ancora, ma

altissima.

«Per i soldi passa domani», disse Ermanno, ma Cesare era già partito e i due

uomini dietro di lui, come tirati da un filo.

 

Marciarono in silenzio, come bestie cieche guidate dagli odori, e quando furono in

vista delle colline sopra Menton si fermarono.

Cesare fece cenno ai due uomini di sedere, tirò fuori dalla giacca del cognac e lo

passò. Per un istante l’ansimare dei due si interruppe, poi riprese cadenzato.

Oltre la collina, le luci della costa premevano sul cielo per sfondarlo. Tra mezz’ora

avrebbero visto il mare.

In quel momento sentì qualcosa muoversi sopra di loro.

S’appiattì e i clandestini fecero lo stesso. Capì che dovevano essere soldati perché

non avevano esitato.

Restarono immobili.

Solo il grido di un uccello molto lontano, forse nell’altro vallone.

Pensò di essersi sbagliato, ma poi li vide.

Erano in due e scendevano di mezzacosta portando qualcosa in spalla.

La collina qualche anno prima era bruciata e le loro sagome si stagliavano nette tra

la sommità nuda e il cielo che aveva un diverso grado di nero.

Cesare valutò le traiettorie e capì che gli sarebbero finiti in bocca.

Sentì il sangue salirgli alle tempie e premere per uscire.

Pensò svelto come un cane: afferrò i due, li mise in piedi e si lanciò oltre una linea

di arbusti bassi.

Sentì il tonfo del proprio corpo e poi altri due tonfi: capì che i clandestini avevano

saltato. Si rialzò e corse puntando dritto a valle finché la prima pallottola non alzò

uno sbuffo di terra davanti a lui. Allora cominciò a scartare di lato.

Ci furono altri tre colpi, poi il suo respiro divenne così forte che non poté più

sentire. Intuì davanti a sé un fosso, fece per saltare, ma i sassi gli franarono sotto i

piedi e cadde sul fianco.

Una pietra gli si piantò nel costato. Strinse gli occhi per il dolore e riaprendoli vide

la sagoma di quello alto passare sopra di lui e sparire nel buio.

Udì dei passi avvicinarsi.

Si appiattì sul fondo del fosso. Cercò il coltello nella tasca e con le dita ne

accompagnò la lama perché non facesse rumore nello scatto.

Dal fianco non versava sangue, ma il dolore gli chiudeva il respiro.

Guardò il cielo ancora nero e si pentì di aver scelto quella notte senza luna.

Vide un braccio teso sopra di lui impugnare una pistola.

L’afferrò e rovesciò l’uomo in avanti cercando di colpirlo.

Sentì il coltello passare il tessuto e fermarsi contro qualcosa di solido, poi la carne

sbattere sul terreno e l’eco di metallo della pistola su un sasso lontano, e dopo

cadere in quel punto del mondo un silenzio fragoroso.

L’uomo era a terra, confuso nel buio.

Cesare fece un passo, il coltello stretto nel palmo. Si mise chino.

Poi fu un fascio di luce e la sua guancia si aprì come se la lingua l’avesse lacerata

da dentro cercando la fuga.

Cadde all’indietro e quando si rimise in piedi vide che l’uomo s’era alzato e stava

davanti a lui come in uno specchio. Doveva essere ferito profondo a un fianco

perché la sua sagoma piegava di lato.

Si portò una mano alla guancia e percorse la slabbratura del taglio fino all’orecchio.

Ciò che ne usciva al tatto non pareva sangue, ma l’acqua collosa e maleodorante

che rimane nella pancia dei pesci grandi tirati a riva.

L’altro affondò.

Cesare sentì il ferro della lama sprofondare nel braccio fino all’osso, poi una scossa

elettrica attraversargli il midollo e un fiume correre la pelle.

Fece un paio di passi indietro come per allontanarsi dal dolore.

Avvertiva in quell’uomo la volontà di uccidere come si intuisce un oggetto

familiare in una stanza buia. Una volontà purissima, in tutto simile alla sua.

Deglutì forte e diede un affondo. L’uomo si scansò, ma cadde a terra.

Cesare perse il coltello, trovò uno scatto, gli fu sopra. Lo colpì cercando il volto e

sentì il naso frangersi sotto le nocche.

L’uomo ebbe un sussulto, tentò di rovesciarlo, ma Cesare aveva portato tutto il

peso nelle mani e gliele chiudeva intorno al collo.

In quel momento riconobbe l’odore del sangue e le sue mani si svuotarono.

Fece due passi all’indietro e guardò quel corpo che aveva di fronte.

La luce adesso era più che un bagliore e i contorni delle cose uscivano dal buio.

Scivolò seduto. Le creste degli ulivi a est argentavano. Pescò nella giacca una

sigaretta rotta e la infilò in bocca.

Marco lo guardava, la mano premuta sul fianco. Portava i capelli corti come i suoi

e s’era fatto crescere i baffi come loro padre.

Due tordi s’alzarono da un rovo e sibilarono nell’aria.

Sotto di loro il mare era viola e distante.

Le barche piccole rientravano puntando i porti. Le loro luci non servivano più

adesso che faceva mattina, ma erano belle, pensò Cesare.