Flavio Soriga

Libera i cani


A Donatella, Antoine, Federica, Carlotta,

ai matti da palcoscenico,

ai loro passi leggeri.

 

Cammina per la città lottando muto col freddo di marzo, è alto e magro,

ha zigomi larghi e occhi profondi, la gente si ferma a guardarlo, è bello

e lo sa, si chiama Elias ed è scappato da un’isola del sud quand’aveva

diciott’anni e suo padre, oggi, lo ha chiamato dopo molto tempo, dopo un

secolo di silenzio tra loro, e odio del ragazzo per quell’uomo che una sera

di settembre lo ha ferito per sempre, è scappato da una terra di sole e

adesso lotta tra sette milioni d’anime di una metropoli-mondo.

 

Ha visto un film messicano nel piccolo cinema di Angel, una storia

di cani e scommesse e vita che graffia e fa sanguinare, una storia di

disperati com’era lui quand’è arrivato qui, in una città sporca e cattiva

come non ne aveva mai visto, mai immaginato — Non mi prendi — dice

al padre nei suoi pensieri — Non sono più tuo, non sono di nessuno

— ha ventitré anni e gli sembrano tanti, ha un lavoro per i fine-settimana

e un monolocale al confine tra il quartiere bohemien e la periferia di

casermoni pulsanti di famiglie turche e indiane e pakistane — Vengo a

trovarti, arrivo domani — gli ha detto il padre al telefono, Elias stringe

il cappotto sollevando il bavero a coprire le orecchie, gli piacciono i

ristoranti di questa strada e le bandiere dell’Arsenal davanti ai vecchi pub

che resistono sempre uguali a sé stessi, ha imparato a essere solo come

si può esserlo quando casa tua è dall’altra parte del continente e tuo

cugino ti ha prestato i soldi per fuggire e tuo padre ti ha dato per morto,

ha imparato a morire in palestra di esercizi e attrezzi e corse e flessioni

e ha studiato il doppio degli altri e preso voti migliori di tutti e lavorato

notte e giorno e vissuto in camere da cinque, ha imparato a non pensare

alle persone lasciate e a dimenticare la sua città di sole davanti all’Africa,

le mattinate d’estate nelle spiagge vergini della sua terra, cammina nel

gelo di marzo e non sente nemmeno la pioggia che all’inizio lo faceva

impazzire, gridare, morire, il grigio del cielo e la mancanza di stelle, gli

piace l’odore di cento cucine di cento paesi di quest’incrocio di caffè e

di ristoranti e la festa di lingue della sua scuola, gli piace salutare con

un gesto della testa i controllori imbottiti di vecchi maglioni slabbrati,

ha imparato il loro inglese d’immigrati freschissimi e le maledizioni mute

contro i britannici e i loro soldi fottuti, cammina per Upper Street e sa che

questo posto è tutto, è il mondo intero, divertimento e sudore, sfruttati e

milionari, come migliaia d’altre strade di questa città, di tutto il Regno.

 

– Io sono il capitano del mio dolore – le parole di una canzone sentita

mille volte e come scritta per lui – Io sono il capitano dei miei ricordi

– pensa al padre, alle loro voci al telefono, invecchiate, spezzate, al

suo confondersi, come sempre, nel momento d’iniziare discorsi difficili

– Vorrei vederti, Elias, davvero, vorrei vederti e parlarti – e lui che non è

stato capace di dire niente, la sua forza come fuggita, un capitano senza

controllo, i ricordi lì a spingere per venir fuori – Vengo domani, parliamo

un po’, va bene? – e lui non ha detto nulla, e adesso è sera ed è solo,

siede a un tavolino d’angolo di un caffè francese arredato di legno caldo,

sfoglia una rivista per salutisti innamorati di Mediterraneo e olio d’oliva,

un caffè accogliente dove si rifugia, ogni tanto, dalla furia di compere dei

frequentatori del quartiere, per calmare i pensieri o fuggire dal freddo delle

strade, è sera ed è solo e ordina succo di frutta e croissant, la proprietaria

viene a servirlo, è una bionda divorziata con occhi grandi e una bella voce

e voglia di parlare, si sono guardati e parlati qualche altra volta, sempre

di sera, prima della chiusura, quando il locale è quasi vuoto e lei ha

tempo per sedersi con lui, come fa adesso, è simpatica e ha belle gambe,

prende da bere anche lei, vino frizzante, discutono di povertà e classi da

reinventare, dell’arte da portare nei sobborghi, di Bejart e Almodovar, la

donna sorride, si sistema di continuo i capelli, gli propone di passare da

lei, alla chiusura, vedranno un film, magari, lui accetta – Non dovevi venire

– dice a suo padre nella notte fredda, cammina veloce per il viale, in cerca

di tabacco e cartine.

 

Spesso brucia le sere in giri senza meta, un’ora di biliardo con i turchi

di Stoke Newington, qualche mano di carte con i napoletani del Circolo

Vesuvio, sradicati come lui che non hanno imparato a cancellare la vita

vecchia, a dimenticare le voci e i visi – Io sono il capitano del mio dolore

– Elias porta il peso della lontananza senza lamenti, gli basta il pensiero

del futuro, sapere che un giorno sarà un grande ballerino, il futuro che

riscatterà tutto, pensa all’indomani e al treno per l’aeroporto, a ciò che

potranno dirsi, lui e quell’estraneo che gli ha dato nome e cognome,

pensa all’indomani e ai loro occhi e alle loro mani, a un abbraccio

che potrebbe cancellare tutto, che magari non cambierà nulla – Non

dovevi venire – pensa – Dovevi dimenticarmi, come ho fatto io – lui ha

dimenticato, cancellato, vinto i ricordi che graffiavano dentro facendo

male malissimo, ogni giorno, ogni sera, ogni ora, ha superato il confine,

gli sembra di averlo fatto, almeno, l’altra vita lontana, come non l’avesse

mai vissuta.

 

L’ultimo aprile di quella vita, un secolo prima, fa caldo nell’isola, i ragazzi

saltano le lezioni per correre nei parchi, nella spiaggia lunga e ancora

deserta, Elias ha diciotto anni e tra poco avrà gli esami, poi le vacanze,

l’estate vera, la fine della scuola, del liceo, del treno da prendere ogni

mattina, è aprile e sono sdraiati sulla sabbia, sono soli in quel tratto

di spiaggia e suo cugino lo abbraccia baciandogli il collo – Cosa farai,

adesso? – lui non sa rispondere, non vuol pensare a cosa l’aspetta,

all’università, alle scelte da prendere, vorrebbe godere il sole e questi baci

nascosti e timidi – Non lo so, vado a Roma a fare un provino, una scuola

importante, a Londra – il cugino lo guarda e non dice niente, sa che

Elias non ha soldi, che il padre non sarà mai d’accordo, non dice niente,

continua a baciarlo, gli accarezza le braccia, gli parla all’orecchio – Ti

voglio bene – dice.

 

– Ho cancellato tutto – pensa Elias – Ci ho messo degli anni e adesso

lui arriva e fa diventare di nuovo tutto vero, di nuovo doloroso e vicino

– Sono su un tappeto che il ragazzo direbbe indiano, caro quanto il suo

affitto di un paio di mesi, sono senza vestiti e questa bionda gli sorride e

accarezza i capelli – Come sei bello – gli dice, e lo ripete e sospira, hanno

fatto l’amore e Camden Town è una fiera di rumori e facce, oltre le vetrate

del grande soggiorno in penombra, lei lo guarda e sorride, gli chiede di

parlargli della sua terra, del suo mare, di com’è stato l’inizio in questa città

– Deve essere stato duro – dice – Ma anche bello, immagino, tirare avanti

così, come una scommessa, senza soldi, senza nessuno, solo per la

danza e l’arte, in qualche modo sei fortunato – Elias non risponde, perso

nei quadri e nelle maschere d’Africa appese ai muri, ceramiche d’Oriente

e arazzi messicani, vorrebbe parlarle della sua scuola, della compagnia

nella quale un giorno sarà preso, più bravo di tutti, più bello di tutti,

vorrebbe parlarle dei suoi compagni e delle gelosie che distruggono ogni

accenno d’amicizia, dei coreografi che t’invitano a cena e non puoi dire di

no, dei primi ballerini che tirano avanti con la coca e l’alcol, anoressici con

le mucose rotte e il nervoso sempre a mille, non riesce a parlare di tutto

questo, di questi anni e di quel che sono costati – No, non è stata troppo

dura, dopotutto – pensa a suo padre e a quel che si diranno, a come sarà.

 

Quand’è arrivato in città a salvarlo è stato un walkman, la voce buia di

Nick Cave, i film in italiano del cinema al pomeriggio dietro Leicester

Square, quand’è arrivato in città ha trovato una camera da quattro nella

periferia perduta, due linee di metro da prendere ogni mattina, giornate

intere a cercare lavoro, ore e mattinate e pomeriggi a camminare per i

sobborghi più grigi, chilometri di villette tutte uguali, i giardini a schiera

sulla strada, musica reggae sparata al massimo e visi arabi e africani cotti

da soli lontani, quand’è arrivato in città ha conosciuto dei conterranei,

sulla Jubilee Line, di ritorno dai soliti giri di colloqui e curriculum per

caffetterie e pub, cinque ragazzi della sua isola che l’hanno invitato a

casa loro, pizzaioli e baristi e aiuto-cuoco con una casa enorme a Kilburn,

le sere libere bruciate davanti ai giochi elettronici, alle videocassette

noleggiate, le sere libere perse a ubriacarsi di liquore di mirto seduti sul

tappeto, chiacchiere di nostalgia per l’isola e progetti di ritorni clamorosi,

fuoristrada e vestiti firmati per stupire parenti e amici, lui non ha nessuno

da cui tornare, nessuno da stupire, ha cancellato tutto, non c’è stato

niente, per lui, prima di questa città, prima di oggi.

 

La madre gli accarezza i capelli cantandogli una canzone che conosce

lei sola – Bambino mio, bambino mio – gli dice all’orecchio, lui non è un

bambino, ha sedici anni e gambe lunghe e forti, piange nascondendo

la testa nel cuscino, la madre ha capelli lunghi e biondi e il viso triste di

chi sa che suo figlio cresce e non è più suo, ma del mondo e della vita

e di amori nuovi dolorosi, se il padre li vedesse, lui che piange e lei che

consola, si arrabbierebbe e parlerebbe di coglioni da tirar fuori, di quel

che dev’essere un uomo e di quel che non può fare, suo padre è buono

ma non piange mai, suo padre gli dice che non sembra un uomo con

quelle gambe secche, il petto rasato e quel passo troppo leggero, come

indeciso, come danzante, il padre urla quando Elias non vuol mangiare la

carne – Non si è mai sentito, che una bistecca faccia impressione, che il

sangue faccia schifo, e cosa abbiamo, dentro le vene, se non il sangue,

e cosa abbiamo sempre mangiato, se non la carne? – urla quando sente

parlare di teatro e poesia, suo padre lavora duro ed esce al bar tutte le

sere, morirebbe per sua moglie e la famiglia, lo dice sempre, col figlio non

parla, dice che non ci riesce, che non lo capisce, che sono troppo diversi,

la madre ascolta i segreti, le sue storie intricate di amori e tradimenti

acerbi di ragazzo e gli accarezza i capelli e lo chiama bambino, bambino

mio.

 

Quand’è arrivato in città ha imparato a non farsi domande, a muoversi

svelto dormendo il meno possibile, a parlare poco e cancellare suo

padre e quella sera di settembre e cercare una donna che lo amasse

senza chiedere niente, ne ha trovato e perse di donne così, una al mese,

una al giorno, ha trovato uomini di paesi più a sud del suo, orientali

carichi di soldi e caraibici dalle gambe infinite, nelle ore perse con i suoi

compaesani ha studiato il loro amore per le nottate nere della periferia

estrema, li ha visti uscire di casa truccati leggeri, girare ridenti per garage

clandestini fino al mattino pieno, una pastiglia e un sorso di rum, una

bustina che passa di mano, aspira e passa, aspira e passa, bustine

comprate all’ingrosso con i risparmi di un mese, ha cambiato camera

e casa un migliaio di volte, dopo litigi furiosi per motivi che a ricordarli

adesso fanno ridere, e forse era sempre solo il grumo che si è portato

dall’Isola, il non riuscire a parlare con nessuno, non trovare nulla di cui

parlare, solo danza e sterline, nient’altro.

 

È stato solo per settimane e mesi, la musica del walkman e le lezioni e la

pioggia fitta, un cielo senza stelle e delle strofe buie a fargli compagnia

– Dio mio – si è detto mille volte davanti allo specchio – Non voglio altro

che esistere e ballare, muovere le braccia seguendo la musica e inventare

figure sul palco facendo mio il pubblico – e lo specchio gli ha dato ogni

volta l’immagine di un ragazzo più magro e bello, più veloce e vivo e solo,

lontano dalle spiagge e dai tramonti sul porto, di un uomo senza madre

né padre, senza donne che lo sappiano amare per più di una notte, sogni

e rabbia, ogni sera il cuore più duro, il confine alle spalle, lontano.

 

– Resta a dormire – dice la donna, lo tiene stretto per le spalle, la bocca

sul suo collo, lui si libera piano, non la bacia e non la guarda – Resta a

dormire, dai, resta qui – non risponde e non la bacia, scrive il suo cellulare

su un foglio, lo lascia lì, sul tappeto, sotto gli slip di lei, va in bagno, si

lava, pensa a un aereo dall’Isola e all’estraneo che porterà, torna nel

salone, la guarda, sembra stia dormendo – Sei triste, amore mio, sei

troppo triste per la tua età – parla a lui ma come dal sonno, come persa

nei suoi pensieri – Resta con me, stanotte, sei troppo triste, non ce la puoi

fare, da solo, così giovane, quanti anni hai? – Elias non dice niente, esce

in strada respirando forte, piove, solleva il cappotto per coprirsi la testa

ma si bagna ugualmente – Non sono triste – risponde a se stesso – Sono

solo e sto bene così, non sono triste –

 

La madre sa i suoi segreti e i suoi amori ma non ha forze per difenderlo

combattendo il padre, le ire di lui a sentire certe voci sul figlio, certe

risate che gli arrivano all’orecchio, nei bar del paese, la madre gli sembra

invecchiata d’improvviso, non gli parla più accarezzandogli i capelli, gli

chiede cosa vuol fare dopo gli studi e perché va in città ogni sera, lui non

le parla delle lezioni e del cugino, sente che non capirebbe, che le sue

scelte danno un dolore che non può dividere, che deve tenere per sé,

proteggendo la madre e questo padre che non capisce, la madre gli giura

il suo amore ma non vuole perderlo – Cosa vuoi studiare, Elias? – lui non

risponde, non gli sembra importante.

 

Non è stato duro solo l’inizio, lo è stato sempre in ogni momento, per i

soldi e per il tempo, la scuola che ti fa schiavo, sei sette otto ore di lezioni

e prove, tutti i giorni lunedì-venerdì, anche il sabato, qualche volta, la

domenica muori su una poltrona davanti alla tv, sdraiato per terra a fissare

il muro e prendere forze, è stato duro sempre, una sera Elias è nella

scuola, non c’è più nessuno, è rimasto lui solo, due ore in più degli altri a

fare flessioni esercizi, provare i passi di un pezzo che ha in testa, Libera

i cani, lo vorrebbe chiamare, come un brano del suo cantante notturno –

Libera i cani contro di me – dice la canzone – E sciogliti i capelli, tu sei un

piccolo mistero per me, ogni volta che mi cerchi – il ragazzo immagina la

musica e disegna amore e gelosia davanti allo specchio, lavora duro felice

di stancarsi, fa una doccia e si cambia, mangia un panino con Max, la

guardia notturna, due metri di muscoli e tatuaggi – Ma tu – dice al ragazzo

– Tu che sei straniero, cosa fai, alla sera? – e gli parla delle sue notti

d’adolescente per discoteche e locali, di un amore che sta nascendo,

della poca voglia d’uscire che ha adesso, di una casa economica in zona

Nord e di mutui e banche, progetti per dieci e vent’anni, Elias finisce il

panino senza dir nulla, saluta il suo amico di una sera – Abbiamo la stessa

età, io e te – dice Max con un sorriso, lui fa di sì con la testa.

 

È l’ultimo settembre nella sua terra, l’ultimo giorno di quella vita, la sera

sta arrivando, l’appartamento del cugino è piccolo e spoglio, nel cielo

passano grandi nuvole come di pioggia, hanno cenato e fumato, sono

in boxer e maglietta, nel salone fa caldo, musica indiana dallo stereo,

guardano fuori dalla finestra, il golfo e la laguna, il mare è già scuro, il

faro soltanto buca quel nero, sono stretti in un abbraccio che non sanno

controllare, forse non vogliono, il cugino si chiama Fabio e ha un lavoro

e dieci anni più di lui, a Elias piacciono il suo viso e le sue mani ma tutto

questo ha come un sapore amaro, non capisce perché ma lo sente, nella

bocca e dentro di sé, Fabio gli bacia le orecchie e il collo, graffia la sua

pelle stringendolo sempre più forte, è dolce, però, questa forza – Ti amo

– gli dice piano, Elias non sa cosa dire, si lascia baciare.

 

Risponde al telefono, la donna gli chiede cosa sta facendo, se ha voglia

di vederla, lui risponde di sì, le propone di guidare fino all’aeroporto,

se ha tempo e voglia di accompagnarlo a un aereo che arriva da oltre

confine, con un pezzo del suo passato a bordo – Magari ti spiegherò

dopo, se sarò capace di spiegare qualcosa – lei non capisce ma accetta,

si incontrano a Camden, in un caffè vicino a casa di lei – Mangiamo

qualcosa da me, facciamo in tempo? – Elias muove la testa a dire sì,

ordina del vino, la guarda: è bella, e sorride sempre senza sembrare

mai scema – Perché mi hai chiamato? – le chiede baciandola, la donna

gli stringe le mani nelle sue, lo guarda negli occhi, scuri come di pianto

tenuto a fatica, gli dice che sembra così giovane, che è solo un ragazzo,

lui sta zitto, segue i ricordi.

 

La notte è tiepida e piove, Fabio tiene il cugino in un abbraccio muto

– Non piangere – gli dice – Ti prego, non piangere — Elias ha labbra

spaccate, sanguinanti, una gamba mezzo rotta, ossa doloranti e occhi

gonfi e scuri di lividi, piange e stringe i pugni di rabbia e paura, sente

Fabio che gli ripete di calmarsi, di non piangere, di non aver più paura,

sente il suo abbraccio leggero e i baci sugli occhi chiusi, leggeri per non

far male, carezze sugli zigomi e le guance – È finita – dice Fabio cercando

un sorriso, sfiora i lividi col ghiaccio, cotone e alcol disinfettano le ferite,

piano, pianissimo – È finita, è tutto passato, non pensare, non piangere,

dimentica, subito, ora, come non fosse successo, dimentica e scappa

– Elias ha singhiozzi di pianto che non sa fermare, sente dolori ovunque,

dentro, in fondo, gli occhi pesti e la testa che pulsa, non può muoversi

senza fitte e nausea – Ci penso io – dice Fabio al suo orecchio, come un

sussurro – Devi andartene, cancellare questa sera, quel che è successo,

ti do i soldi per il viaggio, ti do quello che vuoi, parti e ricomincia, vai

lontano e dimentica tuo padre e anche me – e lo bacia e accarezza, gli

tiene le mani e gli giura amore, lo benedice e perdona, lo chiama piccolo

mio, cuore mio, mio grande amore, mio impossibile amore.

 

Non è bravo a lasciarsi andare, a spiegare e ricordare, per anni ha ucciso

i ricordi e adesso all’improvviso gli sembra importante tornare indietro,

fare i conti e capire davvero – Non doveva venire, mio padre – non sa

dire altro, non sa parlare della madre e delle telefonate di lei, averla

sentita invecchiare e soffrire ogni volta di più, anno dopo anno, Natale

dopo Natale – Quando hai superato un confine non dovresti mai tornare

indietro – ha pensieri come questi ma non sa spiegare, sono di nuovo nel

salone di lei, di nuovo si perde tra gli arazzi del Messico, guarda questa

donna che quasi non conosce ed è contento di averla vicino, vorrebbe

raccontare tutto, liberarsi, fare i conti aiutato da lei – Mia madre lo ha

lasciato, se n’è andata, è fuggita da mio padre, lo ha lasciato solo e

perso, non credevo fosse possibile, è così – sta raccontando, alla fine,

l’abbraccia, si fa abbracciare – È diventato un altro, sera dopo sera, al

bar fino a tardi o davanti alla tv, come lei non ci fosse, e so che è per me

che è successo, in qualche modo, per quella sera in cui mi ha seguito

e trovato lì, in una stanza buia con un ragazzo che mi era parente, nudi

e soli, so che non era mio padre a picchiarmi, ferirmi per sempre, era

l’uomo che deve fare certe cose, che non può permettere tutto, era

l’uomo che ha delle regole, so che quella sera è finita, per me con loro

e per lui con lei, so che non le ha perdonato di avermi dato dei soldi, di

aver continuato a chiamarmi e a volermi bene, so che l’ho odiato fino

alla morte, non per le ferite, per quello che ha spezzato, per l’umiliazione

senza speranza, non so cosa succede adesso, cosa può succedere, non

so se riusciremo ad abbracciarci, ad essere qualcosa di meglio che due

sconfitti che si odiano, non so perché ha deciso di venire, di farmi passare

di nuovo il confine, riportarmi indietro – sta zitto, si fa baciare, le parla

all’orecchio – Non mi lasciare, chiunque tu sia, mentre mi accompagnami

da lui, tienimi stretto, dammi la mano –.

 

Camminano in silenzio e piove, la pioggia grigia di tutti i pomeriggi, nella

sua terra in questi giorni di marzo le belle ragazze fanno vedere le gambe

nei tavolini del centro, turisti tedeschi arrancano per le salite strette del

quartiere medievale, sbucano nella piazza del Bastione accecati dalla

luce e dalla bellezza, il mare luccica come d’estate e il sole se ne fotte

del calendario, forte e arrogante come un ragazzo povero, nella sua terra

la pioggia si fa aspettare per mesi, poi picchia duro allagando i campi e

pitturando il cielo di nero carbone, acqua scura e possente e crepitante,

mitraglia di nuvole che non da pausa, che fa sentire vivi e pulsanti, la

pioggia di questa città è come sporca e morta, aspettano il treno per

l’aeroporto, il ragazzo cammina avanti e indietro, nervoso, emozionato,

la paura che il confine lo catturi di nuovo – Come stai? – gli chiede la

donna, lui la guarda, è bella, magra e vestita di nero, si danno la mano

guardandosi negli occhi – Va tutto bene – risponde Elias, gli trema un po’

la voce.