Angharad Price

Tra Môn e Arfon


Per coloro che, come noi, vivono sulle rive del fiume Menai, i flussi e

riflussi dell’Atlantico fanno parte della vita quotidiana, poiché il mare

colma e vuota due volte al giorno la fenditura che costituisce il confine tra

Môn e Arfon. Noi di Arfon siamo definiti da questo fiume, specialmente

con l’alta marea. Con la bassa marea, con l’impallidirsi del suo inchiostro

blu, il Menai minaccia di negare la nostra stessa esistenza.

Dico “fiume”, ma il Menai non è un vero fiume, perché le sue acque

sono salate. È piuttosto un canale: una striscia di mare larga circa un

miglio e lunga venti che collega la Baia di Caernarfon a ovest con la

Baia di Conway a est. Il suo alveo è instabile, in continua trasformazione

a seconda degli spostamenti delle sabbie spinte da potenti correnti e

correnti contrarie. Un luogo insidioso sia per le navi che per gli uomini.

Penso di rappresentare tipicamente la gente di Caernarfon

nell’ambivalenza che provo nei confronti di questo fiume che ogni

giorno ci ricorda fino a dove possiamo arrivare. Lo ringraziamo perché

si interpone tra noi e gli agricoltori della pianura di Môn. Lo ringraziamo

perché porta il mondo nella nostra antica cittadina; per averci permesso

di essere più in confidenza con Amburgo, Bordeaux, Sydney e Valparaiso

che con i montagnosi villaggi di Snowdonia; e per aver portato fino ai

nostri avidi palati olio e vini e tabacco da tutti i giorni.

Ma soltanto pochi Covies, come noi stessi ci chiamiamo, hanno mai

viaggiato lungo il Menai. E soltanto pochi vorrebbero farlo, considerando i

terribili naufragi del passato.

 

I timonieri del fiume Menai erano una razza a parte rispetto ai Covies

ordinari, e solo uno di loro sopravvisse fino alla mia epoca. Si chiamava

Abram Janeiro Jones.

Suo padre era stato ufficiale in seconda sulla New World II, e il figlio

era nato – robusto e con le guance rosee – sui moli di Rio. La madre si

era ammalata durante il viaggio di ritorno in Galles dal Brasile ed era

morta sull’Oceano Atlantico. Suo padre aveva imparato la lezione. Aveva

smesso di navigare per mare ed era diventato timoniere sul Menai, come

suo padre e suo nonno prima di lui. Il figlio era stato tirato su fin dalla

culla per essere un timoniere.

Quello stesso figlio, Abram Janeiro Jones, era l’ultimo della celebrata

stirpe di timonieri del Menai. Per quanto una nave potesse aver

attraversato i mari più burrascosi del mondo, e fosse finalmente in vista

del bacino di Liverpool, il timoniere del Menai era sempre indispensabile

per guidarla attraverso quell’insidioso stretto finale tra Môn e Arfon.

Al giorno d’oggi, capita di rado che le navi da carico passino da questa

parte. Ormai il traffico del Menai è costituito da imbarcazioni da diporto.

Janeiro era inattivo da anni, non volendo abbassarsi a fare da guida agli

yacht. Non aveva generato, a quanto si sa, dei figli, e aveva insegnato

parzialmente il proprio mestiere al figlio di un vicino, in modo che almeno

ci fosse qualcuno a occuparsi delle piccole imbarcazioni bianche e

scintillanti.

Aveva trascorso un paio d’anni a pescare passere di mare nella Baia di

Caernarfon, ma si era stancato della monotonia del banchi di pesci e

aveva gettato le reti in fondo al mare nello stretto di Abermenai.

Alla fine aveva trovato lavoro come custode del ponte sull’estuario di

Caernarfon, nel punto in cui il fiume Saint porta le montagne al mare.

Quando una nave segnala il proprio arrivo, i passanti vengono fermati e il

ponte si divide in due aprendosi, per far uscire, o entrare, l’imbarcazione

dal porto della cittadina.

Janeiro abitava nel cottage riservato al custode del ponte nella penombra

di Alun Woods. Ogni giorno stava seduto sulla porta di casa sua, con

gli alberi delle barche attraccate al molo simili a una foresta e la Torre

dell’Aquila del castello a dividerlo dalla piazza della cittadina. Ogni volta

che un’imbarcazione emetteva il segnale, si alzava dalla sua sedia ed

entrava in casa per premere il pulsante rosso che azionava il ponte.

Appena passata, premeva quello verde e il ponte tornava al suo posto per

consentire ai pedoni di attraversare l’estuario.

Molto raramente accadeva che fosse Janeiro ad attraversare il ponte

dell’estuario per andare alla taverna o in città. In effetti nessuno riusciva a

capire come riuscisse a campare. Alcuni dicevano di averlo visto vagare

sulla spiaggia di Foryd alla mattina presto accompagnato dai lamenti

delle beccacce di mare, e che si nutriva di cardi, littorine e chele di

granchio. Dicevano che fumava alghe nella pipa e beveva acqua di mare.

Naturalmente nessuno osava avvicinarglisi. Era un uomo che amava stare

in compagnia di se stesso.

E tuttavia, così come un ragazzo le cui radici affondano nella terraferma

a volte avverte un inconsueto impulso ad andare per mare, io avevo

desiderato – fin dalla prima volta che l’avevo visto – di cavalcare l’onda di

quell’uomo oceanico. Ero un ragazzino di dieci anni e stavo attraversando

il ponte dell’estuario per raggiungere il campo giochi sulla riva opposta,

quand’ecco che vidi i bottoni argentati della sua giacca scintillare nella

penombra di Alun Woods. Ne fui attratto come da un faro.

Non mi vide arrivare. I suoi occhi erano posati sul mare e avevano uno

sguardo distante. Erano azzurri? O era forse il Menai che vi vedevo

riflesso?

Solo all’ultimo momento si voltò e mi vide sopraggiungere, smilzo e

risoluto, tra lui e il castello. Si mise in agitazione. Non dimenticherò mai il

suo ruggito, né la stilettata del nodo della corda che mi frustava le gambe

nude mentre me la squagliavo verso il ponte.

Per molti anni, dopo quella volta, non mi avventurai oltre l’estuario: né

il baracchino dei gelati di Mr Whippy né la fiera estiva di Foryd né la

promessa di baci di ragazze in Alun Woods riuscivano a tentarmi ad

attraversare il ponte ed entrare nel raggio visivo di Janeiro. Ma sapevo

sempre che era lì, sulla soglia della sua casa di fronte al castello, ad

aspettarmi con uno sguardo distante negli occhi.

Solo dopo aver cambiato voce, e dopo che sul mento mi fu spuntata la

barba, quando ormai avevamo cominciato a bere alla taverna Anglesey,

trovai il coraggio di andargli di nuovo vicino. Era il mio ultimo anno a

Caernarfon. Durante le lezioni di geografia alla Sir Hugh School brillavo, e

avevo tutte le intenzioni di andare all’Università di Liverpool per laurearmi

in quella materia.

Per le vacanze di Pasqua mi era stata assegnata una ricerca sul fiume

Menai. Trovai parecchio materiale nella biblioteca cittadina e negli archivi

al Victoria Dock. Arrivai a capire i confini del Menai; la struttura delle sue

mutevoli rive; gli spostamenti dell’acqua durante l’alta e la bassa marea;

la posizione delle zone più infestate dagli scogli, i vortici, i punti in cui

si trovavano i canali profondi e le acque basse, e anche la particolare

distribuzione di boe rosse e verdi in un fiume che ha due imboccature.

Imparai da coloro che avevano vissuto del Menai: pescatori, marinai,

contrabbandieri, proprietari di cave, e gli uomini del traghetto a fondo

piatto di Abermenai, Tal y Foel e Moel y Don. Vidi la vita che conteneva:

sgombri e aringhe e passere di mare e granchi e aragoste e cardi e cozze,

e una miriade di creature e piante che ancora non avevamo imparato a

sfruttare…

Il mio lavoro faceva costanti progressi. Ma in qualche modo sentivo che

mancava qualcosa, un tocco personale… Però, non fu allora che pensai

di rivolgermi a Janeiro.

Era il venerdì santo quando lasciai la piazza cittadina e feci il giro del

castello per raggiungere il molo. Là, tra il ponte sull’estuario e l’Anglesey,

si riunivano i vecchi marinai a rendere omaggio al Menai. Li intervistai

meticolosamente, e loro erano più che disponibili a parlare del “Fiume

Caernarfon”, soprattutto in cambio di una pinta di birra.

In effetti, si animarono parecchio parlando del Menai, metà ricordi, metà

sentito dire: dei pirati irlandesi provenienti da Carrickfergus; di una nave

di contrabbandieri che, nel tentativo di sfuggire alla guardia di finanza,

si era insabbiata a Caernarfon Bar; del vecchio cantastorie ubriaco che

bazzicava dalle parti di Slate Quay; dell’importazione di scarti di sapone

dai negozi di Dublino per usarli come concimante nei giardini di Arfon;

di bambini che tiravano le funi per trainare le golette lungo il molo; della

regata annuale d’agosto, e dei bei tempi del “vaporetto” che collegava

la cittadina all’isola di Môn. Parlavano del naufragio della Speranza, della

Mon Amour e dell’HMS Conway, e di quella volta che la Queen of the Sea

si era incagliata dalle parti di Melynog Beach, facendo annegare venti

passeggeri, ottanta maiali, due mucche e una tonnellata di burro.

E mentre parlavano, alle orecchie di un ragazzo di città i nomi dei luoghi

del Menai suonavano come nomi di posti lontani: Mussel Bank, Belan,

Limehouse, Melynog Beach e Wild Beach, Frydan Rock e Cribiniau,

l’isola di Gored Goch, Pwll Fanogl, lo scoglio di Craig y Pwll, e Pwll Ceris

stesso…

“Pwll Ceris!” li interruppi.

Ma a quel punto tacquero tutti. Little Îf e Sven si misero a sorseggiare le

loro birre, e Deio cominciò ad accendere cerini sui suoi pantaloni. Occhi e

voci abbassati.

“Non arriverai in fondo a quella storia, figliolo…”

“Il nostro vero e proprio Triangolo delle Bermuda.”

“Dicono che sul fondo ci sia una fortezza.”

Ker Is”, disse Little Îf, che era nato in Bretagna.

“Noi usiamo il nome inglese, Swellies, “mulinelli”, per qualsiasi

evenienza.”

“Si dice”, intervenne Paddy, “che un solo uomo sia stato sul fondo dei

Swellies.”

Nel mormorio che seguì li sentii nominare Abram Janeiro Jones. E fu

allora che tutti insieme alzarono gli occhi e guardarono il cottage del

custode del ponte.

“Nessuno ha il coraggio di andargli vicino.”

“E se lo facessi io?” dissi, vedendo che a Sven andava di traverso la birra.

“Vagli vicino, amico, e sei spacciato!”

“Saresti più al sicuro in fondo ai Swellies che con lui.”

Si misero tutti a ridacchiare nervosamente e si tracannarono un whisky

ciascuno.

Fu dopo che i ragazzi erano andati a casa a cenare che mi avventurai

oltre il ponte.

Osservai Janeiro che mi guardava avvicinarmi dalla porta di casa sua.

Chiusi gli occhi e continuai a camminare. Quando la corda mi frustò le

gambe tirai dritto. Quando sentii il cappio afferrarmi la gamba e il nodo

stringersi intorno alla mia caviglia tirai dritto. E quando sentii lo strattone

improvviso, ero pronto a cadere a terra e battere la testa sul sentiero del

timoniere.

Mi svegliai al suono di una lavata di capo.

“Hai bevuto, vero, stronzetto?”

Il timoniere mi stava trascinando per la collottola, non verso il ponte

sull’estuario, come mi aspettavo, ma sul molo a destra, dov’era appeso il

cartello di Pericolo e da cui i ragazzi della cittadina si sfidavano a tuffarsi.

“Torna quando sarai sobrio…” disse Janeiro, e prima di rendermene

conto ero stato gettato di sotto. Sentii il mio corpo cadere come la catena

di un’ancora fendendo l’aria, e le acque inquinate del Menai avvicinarsi

sempre di più.

Tornato in superficie, percorso a nuoto il tratto fino ai gradini di fianco

al Ristorante galleggiante, staccate le alghe arrotolate intorno alla mia

caviglia, attraversata la Piazza come un topo annegato, e dopo che mia

madre mi ebbe portato al Gwynedd Hospital per farmi fare un’iniezione ed

ebbi fatto asciugare il taccuino su cui le parole dei marinai si erano fuse

tutte in una, riconsiderai le parole di Jaineiro.

“Torna quando sarai sobrio…”

Il sabato prima di Pasqua, dunque, attraversai nuovamente il ponte e misi

piede sul sentiero del timoniere.

“Per un gallese, non c’è il due senza il tre!” esclamò asciutto dalla porta di

casa sua.

“Tre?”

“Sei venuto qui anni fa, non è vero?”

Arrossii.

“Voglio sapere dei Swellies.”

“Perché?”

“Una ricerca per la scuola.”

“Capisco.”

Pausa.

“Io veramente li chiamo con il loro nome gallese”, disse il timoniere. “Pwll

Ceris.”

Arrossii di nuovo.

“Ho sentito dire che lei…”

“Torna domani”, m’interruppe Janeiro. “Se ne hai il fegato.”

Attraversando il ponte sull’estuario, ero tutto contento. Ma a metà, i

cancelli del ponte si chiusero all’improvviso, sbarrandomi il passo.

La terra si mosse sotto i miei piedi, e un attimo dopo vidi che il ponte si

stava aprendo in due, e che io mi stavo muovendo con esso. O meglio,

mi stavo muovendo con una metà, e la mia visuale si aprì in un panorama

che spaziava dalla Torre dell’Aquila del castello, all’Anglesey, prima di

soffermarsi sul Menai e, al di là di esso, sui due alberi di Môn tra i quali

tramonta il sole se, in una sera di mezz’estate, lo si guarda dal Golden

Gate.

Ma non si vedevano arrivare né imbarcazioni né pennoni! Mi voltai verso

il cottage del custode e là, sulla soglia, c’era Janeiro che rideva fino alle

lacrime.

“Bel panorama!” gridò, scomparendo in casa.

Rimasi lì quindici minuti, sospeso tra due rive con i cigni che nuotavano

sotto di me. E forse sarei lì ancora adesso, se non fosse stato per l’arrivo

di una comitiva di turisti intenzionati a fare una passeggiata che costrinse

Janeiro a premere il pulsante verde e rendermi di nuovo un uomo libero.

Mentre mia madre era in chiesa, la domenica di Pasqua attraversai il

ponte sull’estuario per la terza volta in quella settimana. Avvicinandomi

vidi Janeiro accendersi la pipa, e prima che lo avessi raggiunto l’odore di

fumo di alghe saturò l’aria tutt’intorno e il timoniere cominciò a parlare.

“Pwll Ceris”, disse, “ha una pessima reputazione tra tutti coloro che

affermano di conoscerlo…”

Mi sfilò la biro dalla mano e la lanciò nel bosco.

“Pwll Ceris ha una pessima reputazione”, ricominciò. “E così è da

sempre. È stato la tomba di celti, romani e vichinghi, tutti quanti! Se

avessimo potuto evitare di passarci, l’avremmo fatto secoli fa. Ma il

canale principale del Menai taglia dritto attraverso quel luogo maledetto.

“Pwll Ceris è pieno di isole e scogli. Molti visibili a occhio nudo, molti

altri nascosti. Ci sono zone di acque basse e rocciose, e subito a fianco

tonfani profondi, ed è questo a dare origine ai vortici.

“L’altra cosa importante di Pwll Ceris è la strettezza. Da un lato ti trovi le

coste rocciose di Arfon. Dall’altro gli scogli di Cribiniau e Craig y Pwll che

affiorano come lame di rasoi. C’è solo uno stretto passaggio in mezzo, e

l’acqua, in quel punto, accelera di brutto. E come se non bastasse ti può

capitare un’improvvisa folata di vento che passa attraverso gli alberi dal

lato di Arfon e ti fa deviare bruscamente la nave.

“Ne capisci qualcosa delle maree del Menai, figliolo? Che la marea viene

dallo stretto di Abermenai su un lato? E oltrepassa Puffin Island dall’altro

e che collidono nel Menai, non lontano da Bangor?

“Bravo ragazzo! Anche queste maree complicano la faccenda. Perché

si può passare attraverso Pwll Ceris solo durante la fase di stanca dopo

l’alta marea, quando nel canale c’è acqua a sufficienza per evitare gli

scogli, ma prima che la corrente ti si rivolti contro. E anche allora, c’è

poco tempo da sprecare: hai a disposizione solo qualche minuto, prima

che la marea cambi. Mi stai ascoltando?

“Ecco perché siamo tanto importanti noi timonieri”, proseguì.

“Conosciamo Pwll Ceris da generazioni! Siamo stati tirati su per sapere

dove andare e dove non farlo, quando andare e quando non farlo, e che

pescaggio dovrebbe avere una nave in rapporto alle diverse maree…”

Lo osservai usare il pollice della mano destra per comprimere il tabacco

nel fornello della pipa. E quando la infilò in tasca per prendere l’accendino

vidi la macchia nera sul pollice. Accendendo la pipa si mise a tirare con

forza, con le guance che s’incavavano e si gonfiavano mentre aspirava il

fumo in bocca.

“Già, a quell’epoca il mondo intero dipendeva da noi! Per il Menai

passavano le navi più grandi del mondo, sai! Quei bastardi non avrebbero

cavato un centesimo dai loro preziosi carichi se non fosse stato per

noi…”

“Eravate molto rispettati.”

“Eravamo?” contrariato.

Abbassai lo sguardo e mi concentrai sul buco della scarpa di Janeiro,

attraverso il quale si vedeva la pelle nuda. Mi innervosiva, per qualche

strana ragione. Quando rialzai gli occhi il timoniere si era voltato a

guardare il mare.

“Rispettati? Vorrei anche vedere! Ma che ci abbiamo guadagnato? Niente!

Nemmeno una parola di ringraziamento, solo manrovesci del capitano e la

colpa quando le cose andavano storto…

“Ma quel che devi sapere è che i miei antenati sono finiti nella tomba

senz’altro attributo che la loro buona fama. E nessuno a commemorarli,

tranne me. Qui.”

“Anch’io sono qui!”

“Sì”, disse il timoniere lentamente.

Improvvisamente la sua faccia si raggrinzì, come se il vento avesse

increspato il mare. La bocca era semiaperta e la pipa gli pendeva floscia

dalle labbra.

Pensavo che Janeiro stesse per farmi una rivelazione. Ma alla fine

l’espressione tormentata del suo viso divenne troppo e non riuscii più a

sopportarla.

“È per questo che rinunciò?”

“Non sono stato tirato su per pilotare imbarcazioni da diporto. Non è per

questo che mi sono conquistato un diploma all’Istituto per il Commercio.”

“Ma interrompere la tradizione…?” insistetti.

“Per me si era già interrotta!” Aveva perso la pazienza. “E comunque, non

avevo nessuno…”

“Insegni a me!”

Vidi Janeiro deglutire con uno sforzo.

“A me piacerebbe fare il timoniere!” e mi protesi in avanti.

Ma Janeiro si alzò in piedi di scatto, costringendomi a tirarmi indietro.

“Il lavoro di timoniere è inutile, oggi. Il Caernarfon Bar si è interrato troppo

perché le navi grandi possano passare.”

“Ma quello che non riesco a capire”, alzai la voce per impedirgli di

andarsene, “è perché non utilizza quello che sa per altre cose: studiare il

Menai, o farci passare attraverso dei cavi, o anche scrivere di lui… Questo

potrebbe farlo chiunque!”

E mentre allungavo un braccio per indicare il ponte sull’estuario mi resi

conto di essermi spinto troppo in là. Janeiro mi guardò, e le sue parole si

avventarono su di noi come un’onda gelida.

“Piccolo bastardo!” e rientrò in casa.

Attesi più di mezz’ora prima che tornasse.

“Qualcuno ha detto che lei è stato a Pwll Ceris.”

“Chi l’ha detto?” Il timoniere era ancora arrabbiato.

“I marinai”. Accennai con la testa alla taverna sul lato opposto

dell’estuario. “Paddy, Sven e gli altri.”

“E così sei andato a spettegolare con loro, eh? Ti sei accorto che i loro

culi avevano reso liscio il muretto del molo?”

Lo guardai senza dire niente.

“E cos’altro avevano da dire quegli ubriaconi sfaccendati?”

“Niente… Solo che lei era stato nei Swellies.”

“Be’, non è così”, disse Janeiro alla fine. “Ma so cosa c’è sul fondo.”

Questa volta non venne a sedersi.

“E non te lo dirò, amico, così non vai a ridere di me insieme a quegli altri

disgraziati.”

“Non farei mai…”

“E poi, perché non lo scopri da solo? Ci sarà pure un libro o qualcosa in

quella tua scuola, no?”

“Non sono venuto qui a farmi prendere in giro”, dissi.

Mi alzai con uno sforzo e mi allontanai. Ma prima di aver raggiunto la

metà del sentiero mi pentii. E non sentendo la frustata della corda sulla

gamba, né il cappio stringersi intorno allo stinco, e nemmeno lo strattone

del nodo a farmi cadere di nuovo, imprecai sottovoce.

Raggiunsi il ponte sull’estuario da uomo libero, il cuore pesante.

Ma proprio quando stavo per mettere piede sul ponte, i cancelli si

chiusero improvvisamente e mi impedirono di andare oltre.

Mi voltai e vidi Janeiro che sorrideva.

“È un altro mondo!” gridò, mentre mi avvicinavo. “C’è un mondo

incredibile sul fondo di Pwll Ceris! Un mondo multicolore, di cui non

sappiamo niente!”

Rimasi seduto a lungo ad ascoltare. Si trovava nel suo elemento, a parlare

delle splendide creature del Menai. Non mi parlò solo di buccini, e patelle,

e cardi, e tipi di alghe, ma anche di scorfani e aragoste, granchi, fanolli,

scampi, ricci di mare e meduse. Parlò di spugne multicolori e anemoni

di mare che erano rosa, rossi e purpurei, di gorgonie e di pesci rosso

sangue…

“Non sai mai come sarà da un giorno all’altro”, disse Janeiro. “Perché il

mondo sul fondo di Pwll Ceris non è mai lo stesso.”

Si voltò verso di me, e stava per dire ancora qualcosa quando fu interrotto

dalla sirena importuna di un’imbarcazione da diporto che richiamava

l’attenzione del custode. Vidi Janeiro rabbrividire. Si alzò ed entrò in casa

barcollando.

Il ponte si aprì e lo yacht scivolò senza sforzo dal porto di Caernarfon al

Menai. Il ponte si chiuse e io feci per andarmene.

“Mia madre mi starà aspettando.”

“Tua madre… sì…”

“Grazie per le informazioni che mi ha dato.”

“Sì”, ripeté Janeiro.

Gli tesi la mano, ma lui non la prese.

Il mio viaggio di ritorno oltre l’estuario si svolse senza intralci. I cancelli

non si chiusero quando raggiunsi il ponte. Non si chiusero nemmeno

quando arrivai a metà. Non si chiusero quando raggiunsi il lato opposto

e scesi dal ponte sull’estuario trovandomi di fronte l’ampio ingresso della

Torre dell’Aquila.

Non rientrai a casa attraversando la piazza cittadina. Proseguii invece

lungo la banchina, oltrepassando l’Anglesey e verso il Golden Gate, per

poter avere il Menai, e Janeiro, nel mio raggio visivo. Prima di attraversare

il Golden Gate mi guardai alle spalle e vidi il timoniere sulla porta di casa

sua. In piedi, con gli occhi puntati sul mare, e i bottoni argentati della

giacca che scintillavano come un faro nella penombra di Alun Woods.

Lo salutai con la mano, ma lui non mi salutò.

 

Non tornai a trovare Abram Janeiro Jones. Non so perché. Di certo non

perché non mi aveva salutato prima che scomparissi attraverso il Golden

Gate, né perché mi aveva ingiuriato quando si era arrabbiato.

La verità è che nelle settimane successive altre cose richiesero la mia

attenzione. Esami, soprattutto. Presi un bel voto – il migliore del Galles

– per la mia ricerca. Il giorno del mio diciottesimo compleanno a metà

agosto ricevetti una somma di denaro che era stata messa via per me

dalla mia nascita. Mia madre contribuì con una piccola aggiunta, in modo

che potessi andare “a vedere il mondo”.

Quando tornai era il momento di andare all’università, dato che mi ero

conquistato un posto alla Facoltà di Geografia a Liverpool.

Fu solo durante l’ultimo anno del mio corso di laurea che ebbi

nuovamente notizie di Janeiro. Fu mia madre, in un certo senso, a

darmele.

Poco dopo Pasqua mi arrivò una sua lettera. Non era un avvenimento

degno di nota. Mi scriveva regolarmente informandosi della mia salute e

inserendo qualche notizia riguardo a nostri vicini in città. Questa era una

lettera come le altre, ma nella busta c’era anche un ritaglio del Caernarfon

and Denbigh Herald.

Conteneva la relazione piuttosto dettagliata di un naufragio avvenuto nel

Menai durante la Pasqua. In quel periodo non avevo colto la notizia, dato

che ero impegnato a ripassare. L’articolo, dunque, mi mozzò il fiato.

La Indefatigable era una vecchia fregata a sessanta cannoni. La

conoscevo bene. Era una nave scuola, usata per insegnare ai giovani

marinai il mestiere della navigazione e della geometria piana. Era stata

portata nel Menai durante la Seconda Guerra Mondiale, per proteggerla

dai raid aerei a Liverpool. E lì, in un porticciolo vicino a Plas Newydd, a

ovest del Britannia Bridge, era rimasta, casa e scuola di una generazione

di cadetti.

L’incidente si era verificato quando era venuto il momento di riportare la

nave al bacino di carenaggio di Liverpool per delle riparazioni. Non aveva

motore, e per spostarla si sarebbe dovuto sfruttare il movimento naturale

della marea, insieme a due rimorchiatori. Ciò significava che il viaggio

verso est era molto più insidioso di quanto non fosse stato quello verso

ovest cinquant’anni prima. E far passare l’Indefatigable attraverso Pwll

Ceris, quel terribile miglio compreso tra Britannia Bridge e Menai Bridge,

non sarebbe stata cosa da poco.

Era necessaria un’attenta pianificazione, e soprattutto esperienza

e conoscenza specialistica dei canali e delle maree. Era stata una

sorpresa e insieme una gioia per gli organizzatori, diceva l’Herald,

quando il timoniere più esperto del Menai, Abram Janeiro Jones, aveva

acconsentito a pilotare la nave attraverso il Menai, insieme al capitano

che ne deteneva il comando, Captain J.E.A. Quinn.

Dopo aver conferito con il Dr. Knight e con il Bidstone Observatory,

era stato deciso di spostare la Indefatigable durante l’alta marea

dell’equinozio di primavera.

Il timoniere aveva chiesto un terzo rimorchiatore, nel caso qualcosa

fosse andato storto. Captain Quinn aveva rifiutato, dicendo che due

rimorchiatori sarebbero stati sufficienti per “farle fare la traversata a passo

di walzer”.

Sabato 14 aprile era il grande giorno, il secondo dei tre di alta marea

primaverile. Sarebbe stato necessario aspettare la stanca successiva

all’alta marea prima di entrare in Pwll Ceris. Inoltre, la stanca sarebbe

durata solo cinque minuti prima che l’alta marea tornasse a volgere a

ovest.

Alle 8.20 l’Indefatigable aveva cominciato il suo viaggio e alle 8.45 si era

trovata a ovest del Britannia Bridge. Qui era stata tenuta ferma dai due

rimorchiatori, in attesa della stanca, quando avrebbe potuto entrare in

Pwll Ceris, alle 9.20.

Il vento, di nord-ovest, era da leggero a moderato, e il timoniere sapeva

che questo avrebbe fatto sì che la stanca si verificasse prima del previsto.

Aveva insistito affinché la nave entrasse in Pwll Ceris prima delle 9.20.

Di nuovo Captain Quinn si era dichiarato contrario e aveva insistito per

mantenere i tempi stabiliti in precedenza.

L’operazione era ripresa alle 9.15. Ma non era semplice portare in

accelerazione una nave della stazza dell’Indefatigable e al momento

del passaggio sotto il Britannia Bridge erano già le 9.23. Gli scogli del

Cribiniau erano stati superati senza grossi problemi, ma quando l’isola

di Gored Goch si era trovata al traverso, la marea aveva già ripreso la

sua corsa verso ovest e si stava dirigendo rapidamente verso di loro. Il

timoniere voleva tornare indietro. Di nuovo Captain Quinn si era rifiutato.

L’operazione doveva essere completata con quella marea. Erano in gioco

migliaia di sterline.

Quando si erano trovati all’altezza dello scoglio di Graig y Pwll, la

marea contraria aveva già raggiunto una velocità di due nodi, e la nave

non procedeva. Era risultato evidente che non ce l’avrebbe mai fatta a

raggiungere Menai Bridge. Di nuovo, il timoniere aveva chiesto di tornare

indietro, ma Quinn non aveva accettato il suo consiglio.

Ormai l’Indefatigable stava deviando, in balia delle acque agitate. Alle

10.15 il rimorchiatore di poppa aveva ricevuto l’ordine di venire ad aiutare

il rimorchiatore di prua per trainare la nave. Per un po’, aveva funzionato.

Ma quando gli scogli di Platters si erano trovati al traverso, un vortice

aveva fatto virare bruscamente a dritta l’Indefatigable. I rimorchiatori non

erano riusciti a rispondere e a controbilanciare la guinata. Il cavo di uno

dei due si era spezzato, scollegandolo dall’altro rimorchiatore. Era stato

allora che l’Indefatigable si era incagliata.

I tentativi di disincagliarle la nave nel pomeriggio erano stati vani. L’acqua

entrava a fiotti attraverso gli oblò del ponte di stiva superiore, facendo sì

che la nave venisse attirata verso il basso. Prima che scendesse la notte,

l’Indefatigable era naufragata contro gli scogli e le maree di Pwll Ceris.

Era stata istituita una sottocommissione per indagare sull’”incidente”,

diceva l’Herald, la quale avrebbe dovuto riferire alla Commissione

Inquirente. Al momento, comunque, continuava l’Herald, la maggiore

preoccupazione riguardava il timoniere, Abram Janeiro Jones, che non

si era più visto dal giorno del naufragio. Il suo cottage di Caernarfon era

vuoto.

Era stato riportato un avvistamento dell’uomo sotto le catene di

sospensione del Menai Bridge. La polizia, comunque, chiedeva di essere

contattata al più presto possibile da chiunque disponesse di maggiori

informazioni.

All’Università di Liverpool le parole dell’articolo si mescolarono l’una

all’altra mentre l’acqua salata del Menai mi riempiva gli occhi. Abbassai

la testa e lasciai scorrere le lacrime per il timoniere che era stato per me

come un padre. Non avevo forse trascorso la mia infanzia all’ombra della

sua presenza lontana?

Durante il periodo degli esami sognai ogni notte del Menai. Sognavo

di allontanarmi dalla piazza cittadina e girare intorno al castello per

raggiungere la banchina. Di andare a salutare i vecchi marinai davanti alla

taverna Anglesey, e di vederli accennare con la testa al ponte sull’estuario

mezzo aperto. Il cottage del custode era vuoto, e quando mi voltavo di

nuovo vedevo i marinai ridere nei loro boccali di birra.

Correvo tutte le notti lungo le rive mutevoli del Menai cercando te,

Janeiro, e chiamando il tuo nome accompagnato dalle grida delle

beccacce di mare. Oltrepassavo Waterloo Port e Llanfair-is-gear, e il

centro per gli sport acquatici di Plas Menai; e ancora, il porto a Felinheli e

il Britannia Bridge, e gli scogli frastagliati. Per poi gettarmi in acqua a Pwll

Ceris, finendo in mezzo alle tue creature fantastiche, Janeiro. Sentivo un

vortice trascinarmi verso il basso. E ogni volta lasciavo che mi prendesse,

ma non toccavo mai il fondo.

Quando finirà l’estate, dovrò lasciare di nuovo Caernarfon e andare a

est a cercare lavoro. Ho intenzione di partire durante la stanca dopo

l’alta marea, e avrò solo pochi minuti prima che la corrente cambi di

nuovo direzione. Non voglio che mi riporti indietro verso Abermenai,

quello stretto passaggio il cui alveo è stato scavato dai flussi e riflussi

dell’Atlantico.

Nel frattempo, è bello essere di nuovo sulle rive del fiume Menai, a

guardare il mare che riempie e svuota la fenditura che costituisce il

confine tra Môn e Arfon. Ripenso a tutto ciò che il Menai ha portato

a quest’antica cittadina, e a tutto quello che le ha portato via. Ma

penso soprattutto ai complessi movimenti delle maree del Menai, e

alla particolare distribuzione di boe rosse e verdi in un fiume con due

imboccature. E maledico il timoniere per non avermi insegnato il suo

mestiere.

 

 

 

 

 

*Môn, nota in inglese con il nome Anglesey, è un’isola al largo della costa del Galles

nordoccidentale. Arfon (letteralmente “sopra Môn”) è il nome della località che vi si
trova davanti, sulla terraferma
.