Bjarte Breiteig

Avanti


La convocazione arrivò in agosto, quando avevamo quasi smesso di

aspettarla. Elisabet era in piedi vicino al prugno da cui stava togliendo

i frutti acerbi più piccoli e mi sorrise quando entrai dal cancello con

la posta. Era stata un’estate piena di sole, avevamo trascorso le ferie

in giardino, per lo più immersi nella lettura e lei aveva, all’altezza delle

tempie, due strisce pallide lasciatele dagli occhiali da sole. Le diedi la

lettera, che io avevo già aperto, e mentre la leggeva presi un ramo e

cominciai, a casaccio, a sfoltirne i frutti acerbi. Erano della grandezza di

una ghianda e pendevano fitti al di sotto delle morbide foglie. Man mano

che li strappavo dalla pianta, li gettavo sul mucchio del compost. Già

il prossimo lunedì, disse Elisabet. Sì, commentai io. Non c’è scritto per

quanto tempo ti dovrai fermare, aggiunse lei. Parlavano di una settimana,

dissi, ma bisognerà vedere come vanno le cose. Quando mi voltai,

lei distolse lo sguardo e io capii che stava per mettersi a piangere. La

guardai mentre attraversava il prato per raggiungere la porta della cucina.

Portava dei calzoni vecchi e stretti, che non le avevo visto addosso da

parecchio tempo e che le lasciavano la vita nuda. Una fitta di piacere mi

attraversò.

 

Domenica sera mi portò alla stazione. Ero uscito con largo anticipo.

Cominciava a imbrunire e mentre stavamo lì ad aspettare si accesero i

pochi lampioni presenti. La gente ci oltrepassava con zaini e valigie che

venivano poi sistemati sul treno. Più in là, vicino alla locomotiva, c’erano

dei tizi in tuta da lavoro che caricavano merci attraverso un’apertura

prendendole da un carrello portabagagli. Elisabet teneva le braccia

conserte, era stata una giornata afosa, ma la sera era fresca. Le dissi

che la cosa migliore che avrebbe potuto fare, sarebbe stata dormire il

più possibile. Tor, disse lei. La abbracciai. Sentii quanto fosse magra.

Adesso salgo sul treno, le dissi. Lei annuì. Presi la valigia, salii sul

treno e lo percorsi a ritroso fino ai vagoni letto. Avevo un posto in uno

scompartimento a due cuccette. Quando arrivai non c’era nessun altro,

ma in un bicchiere di plastica poggiato sulla mensola sotto lo specchio

c’era uno spazzolino. Spinsi la mia valigia nel vano portabagagli accanto

alla porta e mi avvicinai al finestrino. Elisabet era ancora là sulla banchina.

Ci volle un po’ prima che riuscisse a scorgermi. Venne verso di me e mi

si fermò esattamente davanti, sembrava che volesse dirmi qualcosa. Le

feci segno che il finestrino non si poteva aprire. Lei annuì. Si strofinò gli

avambracci nudi. Ci guardammo forse per un minuto. Poi lei abbassò gli

occhi, si voltò e se ne andò.

 

Appesi la giacca del vestito a un attaccapanni vicino al finestrino,

chiusi la porta e mi sdraiai nella cuccetta inferiore. Poco dopo i pensieri

cominciarono a fluire liberamente e mi appisolai. Non potevo aver dormito

tanto a lungo quando mi svegliai perché uno sconosciuto, chino su di

me, mi toccava il braccio. Mi scusi, lei è sdraiato nella mia cuccetta,

disse. Indicò il suo biglietto tenendolo davanti a me. Lentamente, per non

avere mancamenti, mi alzai. Era più buio nello scompartimento, adesso,

e il treno si era messo in marcia. Prima ancora che riuscissi a mettermi

in piedi, ecco che l’uomo iniziò a ridacchiare e a darmi pacche sulle

spalle. Ma sei tu, Tor! esclamò. Io lo guardai. Aveva un pallido doppio

mento che debordava dal colletto della camicia e odorava leggermente

di alcool. Niente in lui mi era familiare. Non ti ricordi di me? mi domandò.

No, risposi. Sono Pistolino. Mi guardò speranzoso. Pistolino? dissi io.

Fece una risatina. Era così che voi mi chiamavate, spiegò. Gli dissi

che non mi ricordavo di nessun Pistolino, che evidentemente mi stava

scambiando per un altro. No, no, no. Mi diede un colpetto leggero sul

petto. Tu ti chiami Tor, non è vero? Sì, risposi. Allora ci conosciamo,

concluse lui. Dopodiché si coricò nella cuccetta inferiore proprio come

avevo fatto io. Incrociò le mani dietro la nuca e mi guardò. E così non ti

ricordi del ragazzone della classe C? chiese. No, risposi. Quel ciccione

che voi chiamavate Pistolino? Non dissi nulla. Guardai fuori dal finestrino.

Un complesso residenziale scivolò via. Qualcuno giocava a calcio su

un campo illuminato da riflettori. Ma io di te mi ricordo bene, aggiunse

Pistolino alle mie spalle. Tor dai capelli biondi. Tor con la bicicletta da

cross. Tor che si calava le braghe quando passava l’autobus. E così

adesso te ne vai in Svezia? mi chiese. Si, risposi. Affari? Scossi la

testa. Devo fare un’operazione, dissi. E per farla devi andare fino in

Svezia? domandò. Io mi voltai. Se ne stava sdraiato lì e mi sorrideva. Mi

accorsi che in effetti qualcosa di familiare in lui c’era, ma facevo fatica a

collocarlo. Tirò fuori una fiaschetta dalla tasca dei pantaloni, ne bevve un

sorso e me la allungò. Era calda per essere rimasta a lungo contro la sua

coscia e quando bevvi la gola mi andò in fiamme. Gli ridiedi la fiaschetta,

tolsi la giacca del vestito dall’attaccapanni e con calma me la infilai. La

mano di Pistolino afferrò la sbarra di metallo che serviva a evitare che la

gente cadesse giù dalla cuccetta. Te ne vai? chiese. Ho bisogno di una

birra prima di andare a dormire, risposi. Mi strizzò l’occhio. Ma certo, mi

disse, certo.

 

Era un treno moderno, aveva le porte che si aprivano prima ancora che

io riuscissi a toccarle. I passeggeri se ne stavano comodamente seduti

ai loro posti e distoglievano lo sguardo quando incrociavano il mio. Nel

vagone ristorante non c’era nessuno. Presi una birra e andai a sedermi

a un tavolo vicino al finestrino. Mentre bevevo fissavo attraverso la mia

immagine riflessa la notte che cominciava a scendere. Forse fu il caldo,

forse il fatto che non avevo mangiato, non saprei, ma l’alcool ebbe su di

me un effetto immediato. Finii la birra e me ne comprai un’altra. Di tanto

in tanto il treno si inclinava dandomi una sensazione di vertigine e, per

quei pochi secondi che durava, chiudevo gli occhi e immaginavo di volare

fuori, sopra al paesaggio. A metà della terza birra il telefonino cominciò a

vibrare nella tasca interna della giacca. Lo tirai fuori, ma tutto mi era così

lontano, rimasi seduto a guardare il suo nome sul display pensando che

una conversazione non ci avrebbe fatto sentire più vicini. Quando smise

di suonare, lo spensi e lo infilai di nuovo nel taschino. Non rispondi?

chiese una voce dietro di me. Era Pistolino, che era entrato nel vagone

ristorante e stava in piedi al banco. La cameriera, in procinto di servirgli

una birra, mi lanciò un’occhiata di sottecchi dall’alto di una pila di muffins

confezionati. Dissi: non sempre si è nello stato d’animo giusto per parlare.

Pistolino prese la sua birra, pagò e si sedette al mio tavolo. E così non

vuoi parlare con tua moglie? mi domandò. Mi sporsi in avanti. A quanto

pare ne sai di cose su di me, tu, commentai. Lui rispose con un’alzata

di spalle. Non c’è mai molto da sapere, aggiunse. Bevvi un sorso di

birra. Lui fece lo stesso e riflessa nel finestrino vidi l’immagine sfuocata

di noi due, indossavamo entrambi una giacca grigia e avevamo i capelli

del medesimo colore. Mi disse: e comunque è assolutamente normale

che il fallito ricordi il vincente ma non viceversa. Gli domandai: perciò tu

ti consideri un fallito? Sì, rispose. Mi guardò dritto negli occhi. Sedeva

comodamente allungato sulla sedia, tenendo il bicchiere appoggiato a

una coscia. Sai, disse, prima provavo ammirazione per te. Perché? gli

chiesi. Si strinse nelle spalle: eri molto sicuro di te, piacevi alle ragazze,

cose così, insomma. Ma poi, aggiunse, un giorno ho smesso. Di provare

ammirazione? gli domandai. Lui fece un cenno di assenso col capo.

 

È stato quell’anno in cui tutti avevano un aquilone, raccontò Pistolino.

Te ne ricordi? Si vedevano aquiloni ovunque. Non appena spirava un

minimo soffio di vento, ecco che si alzavano dagli spiazzi dei garage e

dai campi di calcio. Annuii. Me ne ricordavo. Era stata come un’epidemia

che aveva colpito tutti quanti per poi svanire con la stessa rapidità con

cui si era diffusa. C’era gente che comprava kit di montaggio ordinandoli

per corrispondenza in Giappone e Corea, grandi casse di aquiloni con

bandiere e gagliardetti, altri invece se li costruivano nelle ore scolastiche

riservate alle attività manuali. Pistolino si ricordava perfettamente del mio

aquilone. Era il più bello che avesse mai visto. Era fatto con autentica seta

da paracadute, di colore nero, e somigliava a un enorme pipistrello. Io

me ne ero quasi dimenticato, ma adesso che Pistolino ne parlava i ricordi

cominciavano a tornarmi vividi alla mente. Un giorno in cui soffiava una

brezza leggera, il mio aquilone aveva fatto un balzo al di sopra della gru

che a quel tempo si innalzava sul fianco della collina a valle della struttura

scolastica e la fune era rimasta impigliata lassù. Pistolino descrisse la

banda di ragazzini che si era riunita ai piedi della gru, raccontò di come

se ne stessero tutti lì, in piedi, emozionati al vedere me che scavalcavo

la palizzata di sicurezza e salivo per la stretta scala a pioli posizionata

al centro di quella torre di sbarre. Mi ero arrampicato oltre la cabina del

manovratore arrivando fino al punto in cui la scala a pioli terminava e là

mi avevano visto sdraiarmi e cominciare a trascinarmi lungo il braccio

della gru verso l’esterno, dopo poche bracciate, però, mi ero fermato

ed ero rimasto immobile. Era stato allora che il panico aveva cominciato

a diffondersi sotto di me. Credevano che avessi perduto i sensi e che

sarei caduto da un momento all’altro. Si misero a gridare il mio nome.

Tor! urlavano. Dai Tor, dai! Fissavano il mio volto che appariva loro

come una piccola macchia bianca. Alla fine qualcuno era corso su per

quell’ammasso pietroso ed era andato a chiamare gli adulti.

 

Pistolino bevve un sorso di birra. Mi accorsi che me ne stavo seduto a

sorridere. Vi siete spaventati davvero? gli domandai. Certo, mi rispose

lui. Però, credimi, io ti ho invidiato. Ma ci pensi, tutta la banda che sta

lì a urlare il tuo nome! E quanto abbiamo esultato quando sei sceso,

anche se all’aquilone non ti eri nemmeno avvicinato. Abbassò la voce

e guardò verso il finestrino scuro. Il giorno dopo tirava un vento forte,

raccontò. E fu allora che lui si era deciso: sarebbe riuscito là dove io

avevo fallito. All’imbrunire eccolo di nuovo sotto la gru, da solo questa

volta. Stava per scendere la notte, ma lassù in alto riusciva a vedere

l’aquilone che sbatteva nel vento e strattonava la fune facendo tremare

l’intera gru. In tasca aveva il coltello a serramanico, con quello lo avrebbe

liberato. Raccontò di essersi sentito afferrare dal vento non appena aveva

iniziato la salita. D’altra parte a quel tempo era un brutto ciccione, era

davvero una bella fatica e quasi subito le mani, a contatto con il freddo

dell’acciaio, gli si erano intorpidite. Sotto di lui si estendeva il centro

abitato, le luci delle case, il ponte su cui autobus e macchine passavano

a flusso continuo. Il giardino della scuola era illuminato da lampade da

esterno color bianco-azzurro che gettavano piccole macchie sull’asfalto

e da lassù lui riusciva a vedere il nascondiglio segreto dietro il cassone

della spazzatura dove di solito andava a rifugiarsi. Sembrava tutto così

piccolo e misero. Arrivato all’altezza della cabina del manovratore, ci

era entrato per riposarsi un po’. Aveva trovato una tazza di caffè e

l’aveva lasciata cadere fuori dalla porta, rimanendo a guardarla mentre

precipitava sbattendo sui pioli della scala e sulle sbarre per poi sparire

nell’oscurità. Dopodiché si era arrampicato per l’ultimo tratto e aveva

iniziato a trascinarsi lungo il braccio della gru. Dagli angoli degli occhi il

vento gli spremeva lacrime fredde e lui immaginava che tutti noi fossimo

lì, sotto di lui, disperati, a urlargli di tornare indietro. Non lo avrebbe fatto

per niente al mondo. Si era messo a strisciare al di sopra dei grandi

vuoti tra le sbarre, sentiva il braccio della gru oscillare sempre di più

man mano che avanzava. L’estremità era più distante di quanto avesse

creduto e quando finalmente era riuscito a raggiungerla, aveva le braccia

completamente irrigidite per lo sforzo. Era rimasto sdraiato a guardare

l’aquilone. Somigliava a un sauro in questo suo slanciarsi avanti e indietro

nell’oscurità, con la stoffa tesa che svolazzava e sbatteva. Aveva uno

squarcio su un’ala ed era questo a renderlo tanto inquieto. Era come se

avesse male, disse Pistolino e bevve un sorso di birra. Male? domandai.

Lui annuì e sbatté le palpebre un paio di volte. Raccontò di come,

tremando, fosse riuscito ad alzarsi in piedi. Tenendosi in equilibrio sulle

sbarre, si era aggrappato con una mano alla trave superiore e con l’altra

aveva afferrato la fune. Ma quando aveva voluto tirare l’aquilone verso di

sé, si era accorto che il vento era troppo forte e alla fine si era appoggiato

alla trave superiore, si era arrotolato un pezzo di fune intorno alla mano

e l’aveva recisa proprio sotto l’impugnatura. In quell’istante aveva capito

quale potenza l’aquilone avesse. Era più forte di qualsiasi essere umano

e lui aveva lasciato cadere il coltello e si era afferrato alla fune con

entrambe le mani, ben sapendo che in qualunque momento si sarebbe

potuto ribaltare.

 

Mentre Pistolino raccontava, l’inserviente del vagone ristorante aveva

pulito i tavoli e adesso stava per chiudere. Accese e spense le luci sul

soffitto perché capissimo che era ora di andarcene. Pistolino sedeva

fissando il suo bicchiere di birra vuoto. E poi, domandai, cosa accadde?

Sollevò lo sguardo all’altezza delle mie spalle. Quel che accadde è che

ho cominciato a credere in Dio, rispose. Perciò sei cristiano? gli chiesi.

Scosse la testa. Dio non è Dio, disse. Stava per aggiungere qualcosa.

Le parole gli si strozzarono in gola e portò il bicchiere alle labbra, ma

si accorse che era vuoto e lo appoggiò di nuovo sul tavolo. E così hai

smesso di provare ammirazione per me? gli chiesi. Fece un segno

affermativo con il capo. Non ho più provato ammirazione per niente,

disse lui. Guardai fuori dal finestrino. Da qualche parte sopra di noi la

linea elettrica scintillò, illuminando per un attimo il paesaggio, intravidi

in un lampo una mietitrebbia abbandonata su un terreno e un muretto

in pietra che si perdeva nell’oscurità. Un bigliettaio attraversò il vagone

e si fermò davanti a noi. Tor Karlsen è uno di voi? domandò. È lui, disse

Pistolino facendo un cenno con la testa nella mia direzione. È desiderato

al telefono, spiegò il bigliettaio. Gli chiesi se si trattasse di qualcosa di

grave. Lui non rispose, ma mi guardò benevolo. Venga con me, disse.

Prima di andarmene lanciai un’occhiata di sottecchi a Pistolino, ma i

nostri sguardi non si incrociarono, lui era rimasto seduto a testa bassa e

si stava sfregando una macchia rossa che aveva sul collo.

 

Seguii il bigliettaio attraverso gli scompartimenti. Arrivati in testa al treno,

lui aprì una porta con una chiave che teneva appesa a una corda elastica

ed entrammo in un oscuro vano merci. In uno stanzino dalle pareti di vetro

era seduto un uomo in divisa che fissava un monitor con espressione

ottusa. In fondo alla stanza c’era una porta scorrevole semiaperta che

dava sulla stanza del bigliettaio e lì accanto era appeso un telefono.

Il bigliettaio mi sorrise e tornò sui suoi passi. Appoggiai la cornetta

all’orecchio e dissi pronto, ma nessuno rispose. Elisabet, dissi, che cosa

c’è? Allora sentii la sua voce. È il buio, rispose semplicemente. È per

questo che hai chiamato, le dissi. Mi domandò perché avessi spento il

cellulare. Si è scaricata la batteria, le spiegai. La sentivo respirare nel

ricevitore. Nella stanza del bigliettaio un uomo dai capelli rossi se ne

stava comodamente seduto a parlare con una persona al di fuori del

mio campo visivo. Dava l’idea di una stanza confortevole. I fari del treno

gettavano bagliori spettrali sui binari che correvano nell’oscurità, avanti,

sempre più avanti. All’improvviso piegarono di lato e il treno, inclinandosi,

imboccò una curva lanciando un fischio. Che cosa è stato? domandò

Elisabet. Era solo la locomotiva, spiegai. Oh, disse lei, credevo fosse una

sirena. Le chiesi se era seduta in soggiorno. Sì, era seduta in soggiorno,

e io sapevo in che modo: sulla poltrona in pelle, avvolta in un plaid, con

lo sguardo fisso sulle tende tirate. Le raccontai che avevo incontrato

un vecchio conoscente. Volle sapere di chi si trattasse e io le risposi: di

Pistolino. Pistolino? domandò. Era così che lo chiamavamo, spiegai. Era

uno di quelli che prendevate in giro? chiese. Non so, dissi, non mi ricordo

di lui, lui si ricorda di me, ma io non mi ricordo di lui. Elisabet parve

disperarsi: oh, no, disse, di nuovo la tua memoria. Io non feci nessun

commento. Perché lo prendevate in giro? chiese. Non so, le risposi, io di

lui non mi ricordo. Oh, Tor, esclamò lei. Stai tranquilla, è assolutamente

normale che uno si dimentichi di quelli che... Quelli che? domandò lei.

No, dissi, niente. Cambiai discorso. Le domandai come avesse fatto a

trovare il numero di telefono, che cosa avesse detto per riuscire a parlare

con me. Non mi rispose. Qualcosa devi pur aver detto, insistetti io. Ho

detto che eri malato, ammise lei. Ho detto che forse non ci saremmo

più rivisti. Ma Elisabet, dissi. Lei cominciò a piangere. Non sapevo che

cosa dire, spiegò. Dai, aggiunsi, non fa niente. Non siamo nemmeno

superstiziosi, no? Tentai di ridere. È così buio, qui, diceva tra le lacrime.

Ma no, la rassicurai, sei solo tu che lo vedi così, lo sai, no? Lui, Pistolino,

devi chiedergli scusa. Sì, le dissi. Lo prometti? Sì, risposi. Tor, domandò,

mi ami? Elisabet, dai. Lei rise brevemente e tirò su col naso. Dopo un

po’ dissi: adesso metto giù. Ti amo, aggiunsi. Poi riattaccai. Rimasi in

piedi accanto al telefono nel caso in cui avesse richiamato. Nella stanza

del bigliettaio l’uomo dai capelli rossi appoggiò la mano su una leva di

comando e la spinse in avanti, la velocità del treno aumentò. Si accorse

di me che stavo lì a guardare e mi fece un cenno col capo. Tutto bene?

mi domandò. Era solo mia moglie, lei è un po’..., risposi. Lui sorrise. È

sempre così, sa, mi disse e richiuse la porta scorrevole.

 

Tornai al vagone ristorante. Le luci erano state spente e sopra il bancone

era stata calata una saracinesca. Non c’era più nessuno. Proseguii

attraverso gli scompartimenti ora immersi nell’oscurità ed entrai nel

mio vagone letto. Pistolino non c’era. La fiaschetta era appoggiata sul

cuscino e sul pavimento davanti al lavandino c’era un borsone rosso.

Mi sedetti sulla sua cuccetta, mi appoggiai alla parete e bevvi un sorso

dalla fiaschetta. Rimasi seduto così, ma Pistolino non arrivò e alla fine

devo essermi addormentato perché ricordo solo che a un tratto nello

scompartimento c’era molta luce, che avevo mal di testa e che il piumino

era umido di grappa. Mi alzai e mi rinfrescai il viso con il sottile getto

d’acqua del lavandino ad angolo. Mi cadde lo sguardo sullo spazzolino

da denti di Pistolino. Aveva avvolto intorno al manico dello scotch per

avere una migliore presa. Vederlo mi rese inquieto e decisi di farmi un

giro per il treno. Andai fino alla locomotiva senza imbattermi in lui e

tornando ispezionai tutti i bagni. Controllai le porte per scendere dal

treno, per vedere se fosse stato possibile aprirle in corsa, ma non lo era,

nemmeno i finestrini si potevano aprire. I passeggeri si erano svegliati e

a poco a poco avevano cominciato ad affollare i corridoi. Tornai al mio

scompartimento e rimasi seduto lì, sulla cuccetta di Pistolino, fino a

che il treno non giunse a destinazione. Fuori la gente si accalcava sulla

banchina. Dopo pochi minuti qualcuno bussò alla porta. Era il bigliettaio,

disse che voleva solo accertarsi che tutti fossero svegli. Gli chiesi se

avesse visto quel tizio robusto in giacca con cui stavo parlando la sera

prima. Lui ci pensò su, ma non riuscì a ricordare di averlo incontrato. Sarà

sceso in una stazione intermedia, disse. Io annuii. Già, commentai, sarà

così.

 

Mi sembrò giusto prendere con me il bagaglio di Pistolino. Misi

lo spazzolino da denti e la fiaschetta nel suo borsone, che risultò

essere vuoto fatta eccezione per un collare ortopedico in plastica e

gommapiuma. Poi presi la mia borsa e la mia valigia e scesi dal treno.

Una scala mobile mi portò su nella sala d’attesa, dove il sole risplendeva

già attraverso le grandi vetrate. Fuori, rimasi fermo sui gradini a guardare

quelle strade sconosciute in cui la gente si muoveva frettolosa. Mi diressi

verso la coda che aspettava il taxi e presi posto sul sedile posteriore della

prima automobile. All’ospedale, dissi.