Ilaria Gaspari

È arrivato l'arrotino


Domenica

 

Lights, lights,

she entertains

Sir Ferdinand Klein.

 

Sono andati via molto dopo l’ora in cui avrei voluto che se ne andassero. Hanno portato via le bottiglie vuote; le ho sentite cadere, una a una, lo scroscio del vetro nel cassonetto. Ridevano forte. Io mi struccavo allo specchio del bagno, mi hanno chiamata dalla finestra mentre ci passavano davanti; devo abituarmi al piano terra. Li ho salutati con la mano anche se non li vedevo quasi perché mi bruciavano un po’ gli occhi. Ho pensato che era così tardi che sarebbe stato molto più saggio andare a dormire e mettere a posto tutto l’indomani. Ora l’indomani è arrivato; ho trovato, svegliandomi, una montagna di piatti da lavare, ma ho aperto la finestra sulla strada mentre aspetto che salga il caffè. Non ho dormito bene; non riesco a ricordarmi cosa ho sognato, ma non era un sogno bello. Mi sentivo come schiacciare, come se avessi un peso addosso, come se non fossi sola e qualcuno mi premesse lo sterno con una mano. Forse è la solita cosa che mi succede quando sono molto stanca, uno di quei sonni pesanti che mi lasciano tutta pesta, la mattina, come se invece di dormire avessi lottato restando immobile come un macigno. Spero che non sia il segno che torneranno i sogni dei mesi scorsi; vorrebbe dire che non è servito a niente cambiare città, e neanche le sedute dal dottor Mois, niente di niente. Per fortuna le notti finiscono. Come ogni mattina, mi ha svegliata l’arrotino che passava con il suo piccolo furgone screpolato; la strada è piena di sole. È una strada nuova, una finestra nuova, tutte per me; esistevano anche ieri, e chissà per chi. Mi chiedo chi avrà mai abitato qui, prima di una settimana fa. La strada è deserta, solo un ragazzo un po’ curvo sta girando l’angolo della piazza in maniche di camicia. In camicia a gennaio, anche se c’è il sole; prenderà freddo. La voce di metallo dell’arrotino che ripara anche gli ombrelli l’ha inghiottita la curva della piazza, come un imbuto fra le case dei miei nuovi vicini; ma ormai sono sveglia, ed è meglio così. Ho acceso la radio, perché, chissà perché, quando c’è il sole è bello ascoltare la radio, tanto quanto è triste ascoltarla quando piove e il cielo è grigio. Ma in questa città c’è sempre il sole, e l’aria di una vacanza che non finisce mai. Oggi mi metterò il vestito verde. Devo dare l’acqua ai giacinti. Bisogna che mi ricordi; i bulbi hanno bisogno d’acqua.

 

Lunedì

 

Le jour de lessive des gueux

 

Ieri è successa una cosa che non mi so spiegare. Ho messo tutto in ordine, ogni cosa al suo posto; ho lavato i piatti, e lasciato la finestra spalancata al sole per cambiare l’aria. Il sole è entrato nella stanza; ho annaffiato i giacinti. Era tutto splendente e pulito nel sole di gennaio, e finalmente, dopo tanto tempo, sentivo un gran senso di pace. Ascoltavo la radio e pensavo ai giorni tremendi, alla settimana eroica della crisi, a quando non sopportavo più il modo vorace che aveva E. di mangiare, di guardarmi, di girare per la stanza mentre mi parlava, di accarezzarmi la spalla come un rapace quando scivolavo nel sonno; mi sembrava tutto così lontano ora che l’ho rivisto qui, nella vita nuova, e mi ha saputa trattare come un’estranea. Pensavo a quanto è riposante questo senso di lontananza; qualcuno direbbe che è triste, ma non per me. È finita all’improvviso l’acqua calda, mi sono ritrovata di colpo in una doccia scozzese ma ero così di buonumore che quasi mi scappava da ridere di gioia mentre rabbrividivo nel getto gelido. Era come quando da bambini, d’estate, qualcuno apriva per scherzare la canna dell’acqua nel sole del prato, e ti spruzzava e non c’era altro da fare che ridere a crepapelle. Sono uscita per cercare il quadro elettrico; volevo riattaccare le valvole ma sono in questa casa solo da pochi giorni, non avevo idea di dove fossero. So che F. me l’aveva detto il giorno che mi ha lasciato le chiavi, ma ovviamente non lo stavo ascoltando. Insomma, vagavo per la casa con i capelli fradici in un asciugamano, e iniziavo ad avere freddo davvero. Il quadro elettrico era nascosto dietro il divano, ma non c’era poi neanche bisogno di cercarlo: la radio si è riaccesa all’improvviso, con un piccolo scoppio. Era tornata la corrente. Ma intanto ho visto sul divano, piegata bene, con molta cura, una giacca grigia. Era strano, perché avevo messo tutto in ordine; e non l’avevo vista, prima. Anzi, non era proprio una giacca, era un soprabito leggero, di lana, ma sottile. Mi arriva praticamente ai piedi, le spalle sono larghe. Non mi sta male, devo dire, anche se per me è grande; è un soprabito da uomo, è chiaro. Mi chiedo come avessi fatto a non vederlo prima, se era lì sul divano. Stava fra i cuscini, ma in piena vista; eppure proprio non ci avevo fatto caso. Sono troppo distratta, forse, in questo periodo. Dovrei guardarmi intorno di più, non passare tutto il tempo a pensare a come mi sento. Mi chiedo chi è che se n’è andato senza il soprabito; e come avrà fatto, anche lui, a scordarselo. Ho cercato di ricordarmi addosso a chi l’avessi visto; non mi veniva in mente niente. Dopo un po’ mi sembrava di averlo visto addosso a tutti, li vedevo entrare, uno a uno, con quella palandrana grigia. Ma in realtà credo che, a furia di pensarci, mi fossi suggestionata. È incredibile quanto sia diventata brava a fabbricare ricordi falsi. Nessuno me l’ha chiesto, nessuno ha domandato niente; eppure mi hanno scritto tutti, per ringraziarmi. M. mi ha invitata a cena stasera. Dopo il lavoro viene a prendermi; gli chiederò se il soprabito è suo. Ora vado, mi aspettano per il mio primo giorno di lavoro. Mi sono messa gli orecchini belli, è una giornata uggiosa.

 

Martedì

 

Here one can neither stand nor lie nor sit

 

Oggi è tornato il sole, eppure c’è qualcosa di strano nell’aria, come se si preparasse una tempesta, ma ancora lontana, da qualche parte nelle profondità del cielo. Le nuvole sono viola sopra i cipressi; ho dormito male, di nuovo. M. mi ha fatta bere troppo, ieri sera. Eravamo in un ristorantino carino, camerieri con la fascia elastica in vita e baffi antichi e quel cinismo che in questa città non risparmia nessuno. Mi sono dimenticata di chiedergli del soprabito; ma non credo che fosse suo. Lui aveva una strana giacca bordata di astrakan che sembrava venire dritta dritta da qualche mercatino delle pulci. Chissà dove l’ha recuperata. È un tipo strano, lui, non so se mi piace. Sotto il tavolo cercava il mio piede; me l’ha pestato. Ho fatto finta di niente. È venuto a prendermi con una Citroën Cabriolet un po’ decrepita, come il suo cappotto di astrakan. Ho pensato che il soprabito grigio non può essere suo; troppo sobrio, troppo ben tenuto. Però, potevo chiederglielo. Chissà perché non l’ho fatto. Mi domando se in qualche modo non mi imbarazzasse. Perché in fondo potrebbe essere stato lì anche da prima della festa. Sono passati parecchi uomini da questa casa, anche se non è successo niente di niente con nessuno di loro, se intendiamo parlare di quello. Ma chi lo capirebbe? Io non lo so. Mi sento tanto sola qualche volta. Magari è venuto il momento di iniziare una nuova storia, di smettere di temporeggiare. Ho davvero la sensazione di perdere troppo tempo. Ma non è detto che poi non ne perderei. Insomma, non so più niente; veramente è come se fossi un po’ sbandata in questi ultimi mesi. Come una barchetta, alla deriva. Ho dei buchi nella memoria, immagini di giorni che si confondono. A volte mi chiedo anche chi si sia stancato per primo, se è stato lui, se sono stata io; se è stato lui, e sono stata io. M. mi ha riaccompagnata a casa. Voleva baciarmi, sono scappata. Non so nemmeno io cosa mi prende, di cosa ho paura, da chi voglio scappare. Ho la sensazione, confusa, nebulosa, eppure sempre viva, di dover sfuggire a qualcosa. Al lavoro ho riparato una consolle. Mi sono vista comparire nello specchio, piano piano, mentre lo pulivo. Avevo una macchia rossa sotto il mento, lì per lì mi sono spaventata. Ho guardato meglio, era solo una scheggia dello smalto del trumò. Sono troppo nervosa in questi giorni. Oggi uno dei giacinti si è aperto. È bianco.

 

Mercoledì

 

Who is the third who walks always beside you?

 

Continuo a pensare al soprabito. La nonna lo chiamerebbe paltò. Lo diceva sempre, mettiti il paltò, fa freddo. Quando eravamo piccole era un paltoncino. Lo chiamerò paltò anch’io, di sicuro non è un paltoncino. Il padrone del paltò dev’essere alto, molto. Ho pensato che non posso chiedere a tutti quelli che sono passati di qui. Sarebbe troppo strano, sembrerebbe veramente che avessi qualcosa da nascondere – proprio adesso che, come direbbe la nonna, ho finalmente messo la testa a posto, almeno nel senso in cui le nonne intendono che una ragazza di ventotto anni possa mettere la testa a posto. È incredibile che la solitudine mi renda così piccolo-borghese da preoccuparmi della mia reputazione. Ecco un insperato regalo dell’indipendenza – trasformarmi in una signorina che teme di essere giudicata leggera. Non so se riderne davvero, c’è qualcosa di strano in questa storia. E anche nel paltò. Ho cercato qualche indizio. Non ha un’etichetta. Nessuna targhetta del negozio, niente; la catenella per appenderlo è di ottone brunito, sembra quasi più vecchia del cappotto. È molto morbido, potrebbe essere anche un misto cachemire; ma non c’è nemmeno l’etichetta della composizione. Doveva essere nella tasca interna, però qualcuno l’ha scucita. Rimane un pezzettino di filo bianco, di sicuro è stata staccata. Chissà perché, poi, nella taschina sarebbe stata comunque ben nascosta. I gomiti sono un po’ lisi, e anche le spalle. Come se fosse stato indossato per un’infinità di giorni e di notti; chissà da chi, chissà per che strade. Se provo a immaginarmelo, vedo solo il cappotto che cammina, nella luce livida delle quattro del mattino, nell’alone dei lampioni della sera che scende; eppure qualcuno deve averlo pur portato, o le maniche non si sarebbero consumate in quel modo. Deve avere le spalle larghe, ed essere mancino; la spalla sinistra è appena più consumata, come se avesse portato un peso. Una borsa, una tracolla, forse. Mi chiedo chi dei miei nuovi amici, qui, porti dei pesi. Mi accorgo che non li conosco davvero. Per questo faccio bene, forse, a diffidare; a preoccuparmi della mia reputazione, per così dire. Nelle tasche non ho trovato niente, la fodera è liscia. Solo in un punto, sotto la catenella, sembra lacerata, ma è quasi un graffio. Ho infilato la testa nel collo del cappotto, volevo sentire che odore aveva. Mi ricordava qualcosa, qualcosa di familiare. Sapeva di acqua di colonia Dior. Eau sauvage, il primo profumo che ho regalato a mio papà. Avrò avuto sette anni. I soldi me li aveva portati il topino dei denti, erano troppi per un canino. Ho capito che era per un regalo; il giorno dopo era il suo compleanno.

 

Giovedì

 

Tolling reminiscent bells, that kept the hours

 

Stanotte ho sognato di tornare a casa. Arrivavo sulla porta, e prima che suonassi tutti si affacciavano sulla soglia. Hai dimenticato il paltò, mi dicevano. Mi sono svegliata in un bagno di sudore; ho pensato che non so più dormire sola. Sono andata al lavoro, il magazzino era pieno di pezzi appena arrivati. Hanno svuotato la casa di un vecchio signore. Pare che fosse uno storico dell’arte, un collezionista. I mobili erano molto belli; c’è un sacco di lavoro da fare. Mi sono tagliata il mignolo con una scheggia. Luca mi ha dato un cerotto, mi ha disinfettata e prima di mettermelo mi ha soffiato sul dito. È stato un gesto così carino che quasi mi è venuto da piangere. Sono molto stanca, ma credo che sia solo perché non dormo bene. Dovrei chiamare il dottor Mois, chiedergli qualcosa per dormire. Ma ho paura che mi sgridi perché sono scomparsa, che mi faccia delle storie, che mi dica che un trasloco così improvviso non può essere un’idea saggia; mi sembra di vederlo, dall’altra parte del telefono, nella sua stanza piena di tappeti da vecchio mercante orientale. Non ho voglia di chiamarlo, anche se forse dovrei. Ma pensando a lui mi è venuto in mente cosa direbbe del paltò. Chiaramente, direbbe, è stato un atto mancato di qualcuno dei miei molti ospiti. Quindi anche se non posso certo chiedere a tutti, uno a uno, chi mai l’ha lasciato, devo aspettarmi da un momento all’altro che uno di loro venga a reclamarlo. Non ci si può scordare così di un cappotto; chi l’ha lasciato sul divano vuole tornare, per me, da me. Mi chiedo chi sarà. Chi è così alto e ha spalle così larghe da riempire quelle cuciture un po’ lise, un po’ tirate all’altezza delle scapole. Potrebbe essere M., ma ormai è chiaro che non è il suo stile. Forse S., che suona il sax e fuma sigarette arrotolate e ha quell’aria da gitano. O P., con la sua gran barba bionda, che sembra un re di qualche quadro francese. Qualcuno direbbe che semplicemente ha un prognatismo borbonico. Ma è un ragazzo gentile. Mi ha telefonato mentre tornavo dal lavoro; ero troppo stanca per uscire. Non ha detto niente del cappotto, io stavo per chiederglielo, poi mi sono morsa la lingua. Forse in fondo speravo che fosse suo. Chi lo sa. Cerco di ricordarmi a chi posso averlo visto addosso, e lo vedo addosso a tutti e a nessuno. Me lo sono riprovato davanti allo specchio, tornata dal lavoro; mi dava un’aria strana, come di pazzia. E stranamente mi sembrava di avere ancora più freddo, mentre ce l’avevo addosso. Ho acceso il riscaldamento, ma è elettrico; sono saltate le valvole. È la terza volta in due giorni. Ora però ho trovato il quadro elettrico, e sono capace di riattaccare la corrente da sola. Forse, dopotutto, non ho davvero bisogno di un uomo. Certo, però, quel paltò deve pur avere un padrone.

 

Venerdì

 

And we shall play a game of chess,

Pressing lidless eyes

 

Oggi si è aperto il secondo giacinto. Il paltò l’ho messo nell’armadio, non lo voglio vedere. Ci penso troppo, forse. E se ci penso così tanto non verrà nessuno a cercarlo. Dopo il lavoro, stasera, dovrei andare a bere un bicchiere con E. Parleremo dei vecchi tempi.

 

Sabato

 

Others can pick and choose if you can’t

 

Ieri sera, alla fine, ho deciso di non uscire con E. Sono tornata a casa e sono rimasta lì; non saprei nemmeno dire, di preciso, che ho fatto. Aspettavo qualcosa, accanto al telefono. Mi vergogno quasi a dirlo, ma tanto queste cose non le leggerà mai nessuno, e forse è il momento che smetta di sentirmi continuamente spiata da chissà chi. La verità è che aspettavo che qualcuno venisse a riprendersi il cappotto. Ho aperto l’armadio, come una sfida. Tanto anche mentre non lo vedevo ci pensavo lo stesso; tanto valeva averlo lì davanti, sguainato, con quel suo grigio che nella penombra sembrava quasi lucente. Ho cercato di leggere un libro. È suonato il telefono; E. mi chiedeva come mai l’avessi lasciato ad aspettarmi da solo sotto la pioggia, nella piazza. Mi ha chiesto se andava tutto bene, se volevo che passasse a vedere se davvero era tutto a posto. Mi conosce troppo bene, ha detto, per non sentire quando qualcosa non va. Ma non avevo voglia di vederlo; ero quasi sicura che il cappotto non fosse suo. È venuto lo stesso. Ho chiuso l’armadio. Non mi ha chiesto niente. Non era suo. Mi ha baciata andando via, io l’ho respinto. Ha detto che scivolavo via come un’anguilla; ho riso, era proprio vero. Quando è andato via ho aperto di nuovo l’armadio.

 

Un’altra domenica

 

I will show you fear in a handful of dust

 

I giacinti sono sbocciati tutti e tre; l’ultimo, proprio stamattina. Tutti bianchi. Ma ho fatto una cosa bizzarra, e non riesco a ricordarmi bene com’è andata. Mi sono svegliata con il sole che entrava dalla finestra aperta, mi arrivava in una lama sulla faccia; ho capito subito che doveva esserci qualcosa che non andava. Non sembrava domenica, questo ho pensato subito; non è passato l’arrotino. Ma non era quello, era il modo in cui il sole mi arrivava sulla faccia. Non ho dormito nel letto. Ero sul divano; e intorno a me c’era un profumo forte, di acqua di colonia Dior, Eau sauvage. Ho dormito sul divano, avvolta nel cappotto, con la finestra aperta sulla strada. Mi sono alzata, mi sentivo la testa pesante come chi ha bevuto troppo. Ma non avevo toccato cibo; sulla tavola era ancora tutto apparecchiato; un piatto di pasta al burro che si seccava come una piantina senz’acqua, come se l’avessi preparata e poi mi fossi addormentata proprio un attimo prima di cominciare a mangiare quella strana cena di solitudine. Non mi ricordo né di aver cucinato, né di aver pensato di cenare, né di essermi addormentata. Eppure avevo preparato tutto. Il vino nel bicchiere fino all’orlo, e mi domando perché ne avessi versato così tanto. L’ho versato con l’imbuto nella bottiglia rimasta aperta, che era lì sul tavolo e traspirava un odorino pungente e acido, già ossidato dall’aria. Che strano che l’ossigeno che respiro corrompa il vino, ho pensato, e non ci avevo mai pensato prima. Chissà quante ore avrò dormito. La bottiglia si è riempita perfettamente: non avevo bevuto una sola goccia. Mi sono guardata allo specchio, a lungo. Il cappotto è grande, mi scivola giù dalle spalle, fa sembrare la mia pelle molto più pallida del solito. Ho le occhiaie, due solchi neri e profondi sotto gli occhi – non c’è da stupirsi che nessuno sia venuto a riprendere il paltò, se ho queste occhiaie che mi invecchiano; ma mi sento stranamente in pace. Ho messo una mano in tasca, come se fosse mio, il cappotto. E anche se ero sicura di trovare solo la fodera liscia, stavolta c’era dentro qualcosa. Qualcosa di viscido; ho ritirato la mano in fretta al contatto, le punte delle dita macchiate di rosso. Me le sono passate sulle guance, mi hanno dato, nello specchio, un’aria sana; di nuovo ho sentito quella pace. Erano dei chicchi di melograno, ancora freschi. Mi chiedo come ci siano arrivati. Ma in fondo non me ne importa niente. Sono tanto stanca. Ho mangiato un chicco per sentire se era vero. Era dolce con una puntina amara. Ho inghiottito anche il seme. E ho capito che se viene qualcuno a prendere il cappotto, sarà oggi. Suonano alla porta. Lo sapevo.