Elske Rahill

Corde


Diane è in fila e pensa ai piedi e al pavimento sotto di sé. Si sforza di restare dritta ancorandosi al linoleum lucido e di rimanere concentrata mentre la signora registra tutti i dati necessari. Lo sportello dell’accettazione è di fianco all’entrata pedonale e ci deve essere qualcosa di guasto nella porta scorrevole perché continua a spalancarsi da sola per poi richiudersi scivolando lentamente indietro. Ogni volta lascia entrare l’aria della notte e un refolo ghiacciato va a mitigare l’odore stantio di candeggina, di caffè delle macchinette e di corpi stanchi e non lavati.

La signora è seduta dietro a un pannello di plastica ingiallito che reca alcuni graffi, delle scritte e una piccola corona di fori rotondi dove parlare e ascoltare. Si appoggia allo schienale e inizia a roteare la penna fra le dita, quindi abbassa il mento sul collo ed esamina Diane da sopra le lenti dei minuscoli occhiali: «Dunque, nome del paziente?».
Prova a rispondere ma la signora strizza gli occhi, gira la testa di lato e avvicina l’orecchio al pannello:

«Mi scusi, deve parlare più forte. Quanti anni ha il ragazzo?»

Diane inizia a sentire un leggero torpore alle mani. Tocca la punta del pollice con quella dell’indice e pensa ai contorni del corpo: alla linea della capigliatura, ai bordi logori delle scarpe da ginnastica – alle estremità dove finisce lei e inizia lo spazio intorno. Così deve ripetere tutto: prima il nome, poi le lettere del cognome, e infine s’imbroglia sulla data di nascita. Mai avuta memoria per i numeri. C’è una coppia dietro di lei e il padre tiene in braccio un bambino con le gote rosse e l’espressione spenta. Diane non riesce a sentire le proprie parole ma solo quelle dell’uomo alle sue spalle. Ripete: «È una vergogna. Ci sono dei bambini qua. Questa fila è una vergogna».

Quando la signora ha finito, Diane si gira per andarsene. Mentre passa accanto alla coppia, la madre si volta dall’altra parte e il padre scuote la testa. Solo allora si rende conto che è lei la vergogna. Era lei la fila. 

Le mani del medico sono lisce, pulite, più giovani dello sguardo.
La fronte è corrucciata da un’unica ruga che la taglia in due: «Non sai come si chiama quello che ha preso?»

«Sonniferi, credo, ma non sai quali e non sai cos’altro ha preso, vero?»

Diane annuisce ma ha esitato un attimo di troppo e la risposta è arrivata tardi, un cenno rivolto a nessuno, ridicolo. Il dottore si è già voltato verso il fratello e dal torace robusto escono parole forti e ben scandite:

«Allora, cos’hai fatto?»

Poiché non ottiene risposta si china sopra il ragazzo: «Ti ripuliamo lo stomaco, d’accordo?»

Lui chiude gli occhi e Diane indugia su quelle palpebre color malva, di un lustro quasi metallico – sono sempre state di quel colore?» e su quella pelle così sottile. Le ricorda una farfalla che ha visto cadere, ferita, dalla bocca di un gatto: le ali ridotte a fiocchi di polvere, l’involucro del tronco centrale maciullato, disgustoso, gli occhi come due pustole nere. 

Si domanda come facciano i corpi umani a mantenersi integri, le palpebre a non lacerarsi, i liquidi e il calore delle interiora a restare al loro posto sotto la pelle. 

«Come si chiama?» le chiede il dottore.

«Kyle».

«Kyle, adesso ti facciamo gli esami del sangue per vedere quanti danni hai fatto. E ti immettiamo un po’ di carbone attivo nello stomaco per ripulirlo. Ti verrà da vomitare, d’accordo? Kyle, vuoi che lo facciamo? Ti verrà da vomitare ma dopo starai meglio».

Kyle gira la testa.

«Digli di sì Kyle!» esclama Diane a voce alta, come se fosse al telefono per una chiamata internazionale e cercasse di farsi sentire nonostante un crepitio sulla linea.

«Deve acconsentire alla terapia», spiega il dottore, «altrimenti non possiamo Digli di sì Kyle, ci sono altre persone che aspettano». 

Dalle viscere del ragazzo esce a fatica un gemito penoso: «Vaffanculo».
Poi, muovendo a malapena le labbra, sussurra: «Troia». 

Ruota allora la testa in direzione del dottore, il collo rigido e la voce meno sofferente: «Vabbè», alla fine ha aperto gli occhi, «datemi pure la roba nera».

L’uomo chiede a Diane di lasciarli soli. Lei si china per baciare il fratello ma ecco salirle di nuovo la nausea, una vampata in gola che la costringe a rialzarsi per respirare. Esce in corsia e richiude dietro di sé le tende. 

È un reparto improvvisato, l’ospedale stanotte è pieno. Ci sono altri tre letti nel corridoio, divisi da separé su ruote e tende di plastica verde. 

Sul soffitto si allungano alcune strisce di luce lattea. Fuori non c’è traffico, giusto il lamento di un’ambulanza di tanto in tanto. 

Diane si massaggia la parte bassa della schiena mentre cammina avanti e indietro, e il passo regolare le placa il senso del vomito. Davanti al separé più vicino sta passeggiando una donna in un giaccone enorme. Parla al telefono a voce bassa e si copre la bocca con una mano. Finita la chiamata Diane ne incrocia lo sguardo.

Avrebbe bisogno di un sorriso, ma gli occhi della signora scivolano via.

Sono i conati del vomito, o meglio, lo sforzo di contenerli a metterla in ginocchio: è una spinta sorda che dal fondo dello stomaco le arriva in gola, strozzandole il respiro. Sopra il battito martellante del cuore sente la voce irritata e l’accento affettato della signora: «Ha bisogno di un’infermiera? Prenda un po’ d’acqua, tenga» Oh Gesù! Qualcuno può chiamare un’infermiera per questa ragazza?» 

E appena riesce a parlare Diane chiede scusa: «Mi dispiace. Ho solo bisogno di vomitare. Sono un po’ incinta». Le ultime parole le sono scappate.

Adesso la signora è in ginocchio, lì accanto. Ha i capelli raccolti in un elastico di stoffa e gli angoli della bocca increspati verso il basso:
«Metti la testa fra le ginocchia. Vuoi che ti cerchi un’infermiera?» 

«Devo andare in bagno. Dopo aver rimesso starò meglio». 

«Vuoi un biscottino allo zenzero?». 

«No, no, grazie». 

«Quanti anni hai?» 

«Diciotto». 

«Ne dimostri meno. Sei insieme a quel ragazzo?» 

«È mio fratello. Ora sto meglio, grazie». 

«Bene E congratulazioni».

 

Il dottore è ancora là. Avvolte dal bianco lucido dei guanti, aderenti e sottili, le mani reggono un secchio sotto il mento di Kyle. Questi vomita stremato e con la lingua spinge fuori gli ultimi filamenti di carbone.

«L’ha già fatto altre volte?» 

«Sì». 

«Sai perché?» 

«Devo andare a Londra, dovevo partire oggi. Mio nonno non sta bene. CioèÉ siamo soli, io e Kyle. In realtà c’è anche nonna, ma Kyle non vuole che vada». 

«L’ha mai aiutato qualcuno?» 

«L’anno scorso è stato sei mesi al Saint Patrick».

«Forse dovresti chiamarli, almeno avvisarli. Credo sia bene farlo.
Ti potrebbero dare qualche consiglio». Si sfila i guanti e spuntano unghie rosa e mani color tè allungato col latte. Le dita di lattice invece penzolano sfibrate nella stretta del pugno.

Il fratello è sprofondato di nuovo nel letto. Da una delle macchine lì vicino parte un tubo di silicone, gli passa poco sopra il volto e scompare sotto la coperta azzurra. Attaccati ai polsi ha altri fili più piccoli che vanno ad attorcigliarsi sulle lenzuola. 

«Avremo i risultati grosso modo in un’ora», le dice il dottore: «dovresti andare a casa adesso. Per il momento non puoi aiutarlo». 

 

Non ci sono sedie e quando il dottore è andato Diane si accuccia a fianco del letto. Afferra con le mani la sbarra laterale di metallo, tende le braccia e si lascia stringere le guance. 

«Io allora vadoÉ Kyle, vado?» 

Siccome non le risponde, si alza e si china su di lui. 

«Rispondimi. Io adesso vado, okay? Ormai l’aereo l’ho persoÉ per cui vado a casa». 

«Fanculo». 

La bocca del fratello si contrae in un ghigno beffardo. È stata una sciocca. Non c’era motivo di lasciarsi prendere dal panico in quel modo. Non c’è mai motivo. Non c’era motivo perché le labbra di sua nonna impallidissero esangui e quelle vecchie mani tremanti nascondessero un volto in lacrime e affannato. Kyle non si è mai avvicinato alla morte quanto vorrebbe. La loro mamma sì, l’ha fatto in silenzio, con efficienza e una volta sola. Lei non ha sentito lo strattone della corda della vita, quella che ti lega a un luogo a prescindere dalle tue intenzioni.
Ma Kyle non è fatto così. Al pari di Diane, lui è costretto a trarre un respiro dietro l’altro. E come Diane è collegato a dei dispositivi di allarme, a degli interruttori salvavita, e non riuscirà mai a fare il salto per rivedere sua madre, proprio là dove lei li ha abbandonati. Sua sorella è l’unica a rendersene conto. Lei ha notato quanto sono superficiali le ferite
ai polsi. E nella direzione sbagliata. 

«Ce l’hai i soldi? Io  ho lasciato tutto a casa». 

Kyle chiude gli occhi.

«Kyle, rispondimi. Ce l’hai il telefono?»

A quest’ora sua cugina Ailbhe starà già andando all’aeroporto a prenderla.
La cercherà fra le persone in arrivo col volo da Dublino e quando non ci sarà più nessuno, immaginerà che abbia rinunciato all’aborto, magari ripensando a quel giorno in Grafton Street in cui avevano visto i cartelloni con i bambini morti ­ cadaveri storpiati e con gli arti di gesso. A uno in particolare Diane torna spesso col pensiero: è una sagoma umana con un buco rosso al posto della bocca, il ventre color porpora è attraversato dalle vene e da lì esce un tubo di gelatina che volteggia fin dentro a un fiore di carne. A sorreggere il cartello era una signora dell’età di sua nonna, la bocca serrata le guance corrugate come se in bocca stesse sciogliendo un’ostia. Impugnava il bastone scheggiato in una mano e nell’altra scorreva i grani di un rosario così rapidi da sembrare formiche in marcia fra le dita. 

«Non è come ti vogliono far credere» le ha spiegato Ailbhe: «È una cosa tranquilla. Molto tranquilla. Come se avessi tanto ciclo, anzi nemmeno. E le signore sono molto gentili. Sono comprensive»

Kyle muove di scatto la mano. Il tubo sopra il volto gli è scivolato fra le labbra. Nel sonno prova ad aprirle per poi richiuderle, ma aggrotta la fronte e le mascelle prima distese ora sono contratte, quasi stesse per piangere. Mentre gli lascia combattere quella fragile battaglia, sa bene di guardarlo con occhi vuoti. Porta una mano al ventre,
gonfio e duro come per un’infiammazione. L’inerzia ottusa con cui il fratello espira e inspira, e il suo cuore risucchia e risputa, è la stessa con cui, in qualche luogo buio dentro di lei, il corpo sta pulsando attorno a un piccolo involucro di liquidi e tessuti, portandogli sangue, proteine e qualsiasi altra cosa lo faccia crescere. Se Diane resterà qui, quel corpo continuerà a ritmo serrato, avanzando e sbuffando lungo i binari su cui si è avviato, finché non avrà completato un altro essere. Vivo.
L’idea di un ammutinamento invisibile, custodito nel proprio grembo come un qualcosa di piacevole, le muove una risata in gola che uscendo, tuttavia, incontra una bolla e non emette alcun suono.

Il fratello sbuffa, contrariato dal piccolo incidente del tubo. Lei lo osserva mentre respira affannato e piega lentamente la testa di lato. La mano giace ferma sotto il fulgore truce del groviglio di fili intrecciati sopra la coperta di lana con la naturalità miracolosa delle vene. Non capisce cos’è a dargli fastidio e scuote la testa da una parte all’altra, sempre più a disagio. Diane si allunga sopra di lui e si chiede se sta provando compassione. Nessuna. Giusto il mal di schiena e le caviglie affaticate. Solo allora gli toglie la fleboclisi dalla bocca. E il gesto le costa un grande sforzo.

Si riposa accovacciata a lato del letto, la testa posata sulle braccia e le mani strette attorno alla barra fredda del letto. Ormai è tutto perduto.
Andata la disponibilità di una donna matura e dalla voce gentile, l’efficacia delicata degli antidolorifici descritta dalla cugina, una compressa e un ovulo, e una camera graziosa dove aspettare che succeda. Ailbhe le ha pagato il volo e prenotato l’appuntamento.
Potrebbe rifiutarsi di pagargliene un altro. Lei infatti vuole che Diane resti a Londra: «Stai buttando via la tua vita, il nonno non vorrebbe. Ti troveremo un lavoro. Non restare a Dublino per il nonno. Lui non lo vorrebbe». Ma del nonno ricorda anche quando diceva che gli inglesi buttavano nel secchio i bambini quasi sfornati. E poi c’è la donna del centro di sostegno alle gravidanze indesiderate; sembrava tremarle la voce dall’angoscia. 

Se sua nonna dovesse buttarla fuori di casa, le ha detto, le troveremmo noi una sistemazione. Intanto può stare in una casa d’accoglienza in Pearse Street finché il bambino non ha compiuto sei mesi. 

Ma sua nonna non la butterebbe fuori di casa. Si limiterebbe a caricarsi altro peso sulle spalle già messe a dura prova, proprio come quando aveva preso con sé Diane e Kyle malgrado le ginocchia troppo vecchie per sorreggere dei bambini e i polmoni stremati dai dispiaceri. «Non fare qualcosa con cui poi non sapresti convivere», le ha detto invece la donna del consultorio telefonico, «a meno che tu sia sicura al cento per cento». Parole sciocche, se si considera la corsa inesorabile del tempo verso un unico epilogo. Ogni momento che passa diventa sempre più incinta.
Già la sente rifluire dentro di sé, una corrente continua, ammaliante e impetuosa come il mare. Il sollievo della resa potrebbe farle perdere facilmente l’autocontrollo, Diane ne è consapevole, e scorrendo dentro di lei finirebbe per trasportarla in un mondo nuovo, creato da quella nuova condizione. 

Sente il fratello farfugliare e si alza sulle gambe pesanti. Il volto di Kyle è una maschera inerte. Ecco cos’è, sono le orbite degli occhi e le labbra, così svuotate di ogni espressione, e quella pelle stranamente lucida a ricordarle il nonno.

Da anni suo nonno vive attaccato alle macchine, proprio come Kyle adesso, con le gambe che a forza di non usarle si sono rinsecchite come quelle di un ragazzino smunto. Non è in grado di mangiare, per cui gli hanno riaperto l’ombelico e fissato un tubo attraverso il quale pompano cibo tutto il giorno. A intervalli di qualche ora un’infermiera viene a versare un po’ di liquido grigio in una sacca per poi riappenderla a un gancio sostenuto da un’asta di metallo con tre piedini.
Man mano che lo versano nella sacca il liquido gonfia la plastica e la fa ondeggiare come la mammella di una vecchia mucca. L’unico sapore che ha sentito negli ultimi due anni è quello della sua bocca. Al posto dei denti sulle gengive ha dei buchi e se dovesse infilarci la lingua sentirebbe delle piccole cavità di pelle cicatrizzata e di sangue secco e duro come roccia. 

Quando Kyle era piccolo spesso la nonna si domandava chi fosse il padre, per via di quella sua fisionomia così particolare: gli zigomi pronunciati, la carnagione olivastra, gli occhi grandi e lo sguardo vacuo. E poi era talmente alto rispetto al resto della famiglia. Col nonno non poteva parlare a quel modo, perciò certe cose la nonna le diceva solo quando restava sola con Diane: «Sai, a volte mi chiedo se è stato quel ragazzo coi tatuaggi», e pareva voler risolvere l’enigma di Kyle basandosi sugli indizi forniti dai bicipiti del padre. Ma ora, con le labbra irrigidite e la bava
che cola, il corpo senza energie e circondato da metallo e luci intermittenti, Kyle sembra proprio il nonno. Ne richiama la forma delle ossa nei punti dove la pelle è più tirata, la muscolatura flaccida, la combinazione terribile di docilità e concentrazione lungo le rughe della fronte e, infine, quel brutto cordone, capace di pompargli dentro la vita ma troppo simile alla spirale ombelicale rotta del cartellone della signora devota in Grafton Street.

All’indomani dell’ictus non si è potuto muovere per mesi. In seguito ha imparato a controllare la mano sinistra alzando lentamente le dita esauste, una alla volta, quasi si trattasse di un ventaglio di piombo. 

Ad oggi riesce a tenerle su per un istante e a puntare l’indice a mezz’aria, come se stesse per elargire uno dei suoi spunti filosofici. E intanto apre la bocca, respira e muore dalla voglia di parlare. Ma alla fine appare deluso, tira un sospiro e gli ricade giù la mano. Negli occhi gialli e amareggiati si insinua l’appello senza dignità della morte.

Qualunque cosa abbia provato Diane per suo nonno, di quei sentimenti d’amore resta soltanto l’ombra, un senso del dovere. Sua nonna invece lo ama ancora. Passa tutto il giorno seduta a parlargli e accarezzargli le braccia. Ogni mattina lo veste con una camicia bianca di bucato, stirata e inamidata. Ogni sera gli mette un pigiama di cotone, anch’esso stirato. Al termine della visita raccoglie i vestiti sporchi nella federa di un cuscino, toglie i fiori appassiti dal vaso e fa partire il disco preferito del nonno in modalità continua. 

Rannicchiata fuori dalla tenda Diane aspetta il mattino massaggiandosi le caviglie. Attraverso i vetri laminati la luce inonda l’ospedale trasformandolo in un acquarello rosa pallido e porpora tenue.

Da una delle tende esce la signora ancora avviluppata nell’ampio giaccone sportivo grigio. Le arriva alle ginocchia e sul davanti è piegato e tenuto su dalle braccia conserte e strette al petto. Ha un’espressione severa, le labbra tracciano una linea dritta e il volto è ricoperto da una filigrana di piccole vene rosse. Fa un cenno verso la pancia di Diane:

«Quando nasce?» 

«Oh, no. Sono soltanto di tredici settimane»

«Là dentro c’è mio figlio. Overdose di farmaci». 

«Oh. Stessa cosa mio fratello». 

«È la terza volta». 

«Quinta volta», replica Diane: «Non ne prende mai abbastanza». 

«Ricordo ancora quand’ero incinta. Scalcia molto?» 

«Non credo. A volte mi sembra di sì, ma forse è solo un’impressione». 

«Goditela. La prima gravidanza non si dimentica mai. E non dimenticherò mai il primo movimento. Sono così piccoli, vero? Ti fanno le acrobazie nella pancia. A me sembrava di avere una fatina che mi svolazzava dentro». 

«Ho visto l’ecografia. Era tutto raggomitolato e si grattava la testa.
Ha detto il dottore che è grande così». Diane le mostra uno spazio
di cinque centimetri fra l’indice e il pollice. 

«Io non lo amo», le dice la mamma. 

«Tuo figlio?» 

La signora annuisce: «Non è terribile?» 

«Sì». 

«L’amavo. Però ormai non lo amo più».

«Può succedere». 

«Non dovresti stare qui. Dovresti andare a casa. Non fa bene
al bambino». 

«Oh, sì, ma ho lasciato portafogli e cellulare a casa. Sono andata nel panico. Non volevo svegliare la nonna. Il personale dell’ambulanza è stato davvero gentile, hanno tenuto le sirene spente e tutto il resto.
Mia nonna dorme ancora. Si alza alle sette. Dopo, quando sarà alzata, cerco un telefono e mi faccio venire a prendere». 

«Il mio ha la batteria scarica», osserva la signora, «altrimenti potevi usare quello». Fruga nelle tasche del giaccone. Si sente il rumore di chiavi di una macchina contro altri oggetti e il crepitio di qualche foglio di carta. Tira fuori una banconota da cinquanta euro e la piega a metà contro un dito, come se in quel modo il gesto risultasse più discreto.
La allunga in silenzio alla ragazza, all’altezza della vita, poi scompare dietro la tenda di plastica verde. Giunge lo scricchiolio di una sedia e Diane sente la donna muoversi in continuazione e sospirare profondamente. 

Si accovaccia sui talloni e chiude gli occhi. Non se la sente di tornare dietro la tenda perché la vista del volto del fratello le fa andare il sangue in acqua. 

Risuona un fruscio. La mamma dell’altro ragazzo sta aprendo un pacchetto di qualcosa: patatine, crackers, o forse, pensa Diane, biscottini allo zenzero. 

Se preme le nocche sugli occhi vede delle macchie gialle mentre le vene delle palpebre diventano tubi rossi e iniziano a snodarsi in una danza di forme. Vede delle ali di carta con dei buchi luminosi come stelle e l’ombra cremisi di un folletto bambino mentre fa le capriole contro il bagliore vermiglio di un cuore. Vede suo nonno alzare un dito e aprire la bocca, il respiro profondo e la caverna senza denti, la lingua pesante e grigia come un fungo ostrica: suo nonno che sta per fare l’ultimo discorso.