Marco Parlato

Finalmente Ginevra


Non c’ero. Non più. Ero paralizzato quanto l’universo racchiuso nel piccolo foro sulla parete. Un oscuro buco nero nel quale si perdevano i miei occhi.

L’appartamento di Leandro puzzava di pietanze cucinate a lungo. Trascinavo la valigia oltre la porta e immaginavo il mio ospite soffriggere quotidianamente cipolle, porri, scalogno, aglio, sedano e carote persino, alla stessa maniera di chi accende le bacchette di incenso. Serbai il disagio, fantasticando sull’improvvisa rivelazione di Leandro: all’incenso, o alle candele profumate, preferiva il fritto, la sua essenza preferita.

Parto prestissimo, puoi dormire nel mio letto, disse invece, mentre riassestava i cuscini del divano.

Sapevo che si occupava di pesticidi e che il lavoro lo costringeva a lunghi viaggi in auto. Ci eravamo conosciuti al bar la settimana prima, tramite un amico in comune; tuttavia era stato l’unico a offrirmi ospitalità, con leggerezza disarmante, tra una pinta di birra e un bicchiere di Bushmills. Tanto che sulle prime avevo temuto uno scherzo. E invece ero lì, a dormire nel suo letto già dalla prima sera.

Non so quando rientro, tu fa’ come ti pare!

Abbandonato il mazzo di chiavi sul ripiano dell’angolo cucina, cadde di schiena sul divano, coprendosi accuratamente con un plaid. 
Dopo pochi minuti dormiva.

Mi lavai i denti, il bagno era in ordine e tenuto bene, così come la camera; le lenzuola del letto pulite, e anche il resto dell’appartamento, che osservai in preda a una irresistibile curiosità. Forse c’era un motivo che spingeva Leandro a non aprire le finestre. Di conseguenza le pareti si erano impregnate dell’alone infestante. Altro non riuscivo a immaginare. Limitandomi a respirare con la bocca, mi assopii prima del previsto.

Qui un casino! Tre giorni di lavoro, non due.

Era un factotum da fiaba, Emil. Si accompagnava a due connazionali, ai quali dava ordini in rumeno. Lavoravano per paghe ridicole, accettavano qualsiasi incarico. Muratori di base, sapevano curare e pulire i giardini; riparavano con velocità gli elettrodomestici; per quanto nessuno li chiamasse per le auto, avevo sentito elogiare le loro abilità da meccanici. Per assumere Emil bastava andare al Bar Boomerang verso le undici del mattino. Sedeva sempre al tavolino fuori a bere una Peroni, solo o in compagnia dei suoi dipendenti.

Impiegò pochi secondi per spiegarmi che c’era da rompere il muro tra cucina e bagno, e che la sostituzione delle tubature per i lavelli era problematica, non le fabbricavano più in quel modo.

Considerato che Leandro non avrebbe fatto problemi per qualche giorno in più, dissi a Emil che poteva cominciare. Nei giorni successivi gli avrebbe aperto il mio vicino, in possesso di un doppione delle chiavi. Sulle scale annusai i miei abiti. L’avevo già fatto appena uscito dall’appartamento di Leandro, ma il timore che avessero assorbito l’essenza di soffritto persisteva. Fortunatamente non puzzavano.

Rientrato dal lavoro a ora di cena, spalancai le finestre. Non c’era alcun problema nel tenerle aperte. Leandro non si era fatto sentire. 
Avrei cucinato solo per me.

In cerca della pasta feci la scoperta.

Tirai su con il naso e l’alone di soffritto, già familiare al secondo giorno, mi offrì ulteriori venature. C’era olio crudo misto a muffa, che secondo dopo secondo, una volta aperta la dispensa, diventava preponderante. 
La superficie di compensato era rovinata da macchie nerastre. 
I vasetti di verdure sottolio e sottaceto erano disposti per file disordinate, e risultavano minacciosi quanto un esercito di barbari invasori.

Provai ad aprirne uno. Il tappo schioppò, del pulviscolo salì verso l’alto come il fumo di un petardo. All’interno del vetro lo strato superiore si estendeva in una distesa di colline innevate in miniatura. 
Chiusi l’involontario esperimento biochimico ed esaminai gli altri. 
Dopo circa mezzora avevo catalogato quarantasette contenitori. 
Li lavai con meticolosità, in modo da eliminare la minimima traccia di unto, e li disposi sul pavimento in file contrassegnate da post-it. 
Ventuno facevano parte del gruppo Natale, avevano il loro bel paesaggio innevato sotto il tappo. Tredici erano Un piede nella fossa. Il terzo gruppo, I Soliti Sospetti, accoglieva le conserve prive di muffa, ciò nonostante al limite della commestibilità.

Fosse stato per me li avrei buttati via, nessuno escluso, ma non conoscevo le intenzioni di Leandro, se li conservasse per pigrizia oppure per insospettabili e romanzesche ragioni lavorative. La catalogazione era una scelta soddisfacente: poteva tornargli utile in ogni caso.

Mangiai da solo, guardando la dispensa spalancata, finalmente pulita, con più interesse di quando si segue un programma televisivo. 
La superficie di nuovo bianca, impeccabile, ammansiva il mio sguardo. 
Gli sportelli emanavano odore di detergente al limone. Era come cenare in un agrumeto.

Ho visto muro rovinato. Ci penso io, un giorno e metto a posto?

Con una loquace sveglia mattutina, Emil mi comunicò che aveva scoperto una parete malconcia. Andava grattato l’intonaco vecchio per poi riverniciare. Sul momento non compresi se il giorno di lavoro andava a sommarsi ai tre preventivati oppure no. Tuttavia l’intraprendenza del rumeno era coinvolgente, gli avessi chiesto di tirarmi su una villa fuori città avrebbe accettato. Poteva procedere, lo salutai.

Mi sentivo coccolato dall’omone che stava curando il mio appartamento e mi teneva aggiornato con invidiabile professionalità. Provai una lieve colpevolezza: da quando era partito non mi ero fatto sentire con Leandro.
Il cellulare non era raggiungibile. Gli scrissi della probabilità di restare qualche giorno in più, e con falso disinteresse gli chiesi previsioni sul suo ritorno. Per tutta la giornata attesi invano la risposta, fino a dimenticarmene. In ufficio c’era stato il delirio, le statistiche di vendita ricevute erano sbagliate a causa di un errore della sezione che si occupava dello smistamento. Rientrai con la borsa piena di lavoro da recuperare in notturna.

Verso le due cominciai a provare piacere nel chiudere gli occhi per brevi pause. Tuttavia mi imposi di controllare un’ultima lista e di capire lo strano gioco di ombre che avveniva accanto all’appendiabiti dell’ingresso.

Non ombre. Scarafaggi. Erano impegnati in un andirivieni dal battiscopa smosso al buco scavato poco più in alto, a mezzo metro dal pavimento.

La mattina successiva approfittai della puntuale sveglia di Emil per chiedergli consiglio. Non diede l’impressione di capire il problema.

Ma sì, shhh shhh e via! fu la sua chiosa, con sonoro riferimento all’insetticida. Purtroppo dovetti constatare l’alta densità della colonia. C’erano uscite strategiche in altri punti della casa. Per quanto veleno nebulizzassi nelle pareti cave, gli ospiti riapparivano altrove, indifferenti alla mia presenza.

Forse torno stasera, fu il primo messaggio di Leandro, letto mentre accoglievo Emil. Durante la consueta telefonata, l’eroe aveva compreso quanto fossi disperato. Lasciati i subordinati a casa mia era corso a salvarmi.

Io rompo tutto e metto a posto di nuovo!

Sbiancai davanti alla scena di Leandro che rientrava in un cantiere allestito nel suo bilocale. Per sterminare gli scarafaggi Emil doveva aprire buchi più grandi, che successivamente avrebbe riparato.

Stanotte tu puoi dormire qui, concluse come se fosse il padrone.

Dato che avrebbe finito in giornata, gli permisi di cominciare e lo salutai speranzoso.

Di ritorno in autobus sapevo già che la disinfestazione era conclusa. 
Emil mi stava aspettando da Leandro. Gli piaceva spiegare il lavoro, mostrare gli encomiabili risultati delle sue tozze mani. Risollevato com’ero, apprezzai l’ironia degli scarafaggi, che avevano infestato la casa di un venditore di pesticidi. Solo sulle scale un’immotivata paranoia mi insidiò. Tanto che seguii poco l’illustrazione orgogliosa di Emil. 
Il muro era impeccabile. Nell’aria c’era ancora l’acre odore di vernice e stucco, ma le finestre aperte stavano facendo il loro dovere. 
Inoltre, nonostante la permanenza dei vasetti sul pavimento, l’alone di cucinato e muffa era sparito.

Ringraziai Emil, facendo intendere che avremmo risolto il pagamento in un unico conto. Rimasto solo, feci emergere la paranoia che si era acquattata nella mia mente: Leandro sapeva degli scarafaggi, gli servivano per testare i suoi prodotti. Gli avevo sterminato una colonia di cavie.

Il cellulare squillò, era lui. Si tratteneva fuori ancora un giorno.

Senti, ti ho fatto riparare la parete, introdussi l’argomento alla larga.

Ma che dici? Ma non dovevi!

Impiegai diversi secondi a capire che era solo in imbarazzo per il favore non dovuto. Mi sciolsi, gli raccontai degli scarafaggi e delle conserve. Avevo fatto bene, avevo fatto troppo. I barattoli li avrebbe cestinati lui di persona.

Torno dopodomani, bella piena ‘sta settimana!

Ci augurammo la buonanotte con la promessa di una bevuta liberatoria.

L’eccitante soddisfazione di avere rimesso a posto due appartamenti mi fece alzare presto. Andai a casa, dove ammirai i lavori conclusi.

Ma vuoi prese nuove? Io non ti ho detto ieri, esordì Emil.

Si riferiva alle prese elettriche da Leandro. In effetti in quei giorni avevo messo in carica il cellulare con apprensione: talvolta il caricatore sfrigolava.

Puoi fare anche tu, se dico come. Ma meglio se faccio io, sottolineò con la superiorità di chi si rivolge a un inetto.

Non me la presi. Lo accompagnai da Leandro, dove sarei rimasto un giorno in più per una pulizia generale. Gli avrei restituito le chiavi di una bomboniera. Era proprio l’occasione giusta per sentire Ginevra, secondo il consueto rituale improvvisato.

Le nostre prime uscite si erano protratte per un anno. Stavamo bene insieme, stavamo bene separati. Poteva passare anche un mese prima di vederci di nuovo. Un inverno provammo a condurre una vita di coppia lineare. Ma le difficoltà erano improvvise.

Ci vediamo... quando?

La domanda nella quale ci avvicendavamo con imbarazzo. 
Le scadenze imposte minavano inconsciamente la nostra spontaneità. 
Con il tempo il rapporto si era riassestato sull’equilibrio originario: non sapevamo mai quando ci saremmo incontrati, e sapevamo comunque che ci saremmo incontrati.

Al trillo del citofono osservai l’appartamento di Leandro. Le prese nuove, la parete non più ultimo baluardo degli invertebrati. Tirai forte con il naso. L’essenza di limone era leggera, non troppo acre, sufficiente per essere apprezzata.

Che diavolo sono quelli? Ginevra era incuriosita dai barattoli catalogati sul pavimento. Non mi scomposi, perché con il ritorno di Leandro sarebbero finiti nell’immondizia, e il bilocale allora avrebbe toccato la perfezione.

Un esperimento scientifico, il mio amico è ricercatore, dissi serissimo. 
Lei parve crederci e io preferii non smentirmi. Avrei prolungato lo scherzo fino al mattino.

Ci spogliammo lentamente, era una regola tacitamente concordata. La spinsi piano sul letto e rimasi su di lei. Stavamo entrambi gemendo quando vidi formarsi un piccolo rigonfiamento sul muro sopra la testiera del letto. La carta da parati si squarciò con un esile strappo, forse mai avvenuto, un’allucinazione uditiva del mio timpano.

Uno scarafaggio fece capolino dall’apertura, dimenava le zampine anteriori per emergere all’esterno. Una volta fuori sparì nell’angolo della camera.

Oh, ci sei? Domandò Ginevra.