Llŷr G. Lewis

Uccelli


Era il vento che dimenticavo sempre, e l’aria salmastra nella sua scia. 

E anche un silenzio diverso, una quiete che sembrava venire di lontano. Aria buona, pensai, prima di rimproverarmi da solo. Me ne stancavo ogni volta che tornavo a casa. Quel vago disagio e il “perché poi me ne sono andato da qui?” Non mi aveva forzato nessuno a partire e non mi forzava nessuno a starmene lontano. Mi tirai su il bavero del cappotto e presi i guanti dal bagagliaio per poi incamminarmi a ovest, in direzione opposta alla città, seguendo la riva verso il foryd fach.

 

Avevo cominciato ad abituarmi all’abitudine di svernare a casa, tornando per Natale e fermandomi ostinatamente un po’ più a lungo, finché non passavano le tormente peggiori di gennaio. Il terreno acquitrinoso dei vent’anni e rotti in cui non volevamo, o non potevamo, vedere un nido. Fu una bella passeggiata, con il vento a favore. Avevano previsto pioggia ma per il momento era rimasta alla larga e tra le nuvole spuntava un sole pallido. La sciarpa mi riparava piuttosto bene dal vento che soffiava impetuoso e ogni tanto sentivo il grido di una beccaccia di mare inframmezzato allo scricchiolio dei ciottoli sotto i piedi. Sul foryd non c’era sabbia, solo gabbiani, naturalmente. Sempre i gabbiani.

 

***

 

Più di una volta mi era capitato di presentarmi al Cormorano per cominciare il turno con gli escrementi di gabbiano su una spalla o, ancora peggio, nei capelli. Prima di mettermi al lavoro al bar tentavo di lavarmi via quella schifezza nel lavandino del bagno degli uomini. 

Non che ci fosse tutta quella ressa al Bili, come lo chiamava la gente del posto. Anche il sabato sera o nei giorni festivi, nella tranquilla viuzza lontana dal castello e infilata in mezzo a una fila di case georgiane ben al di sopra della banchina, il Bilidowcar, così chiamato dalla parola gallese per cormorano, era buio e silenzioso e sonnolento.

Venne una sera una donna, nei giorni tranquilli dell’anno nuovo, e ordinò uno sherry in un gallese troppo raffinato per essere del posto. Si sedette a un tavolino vicino alla finestra come se l’avesse fatto ogni giorno della sua vita.
Sorrise e al di sopra del suo sherry indugiò con gli occhi sul fiume che sfociava nello stretto là sotto, al buio. Quando si girò per guardare fuori diede la strana impressione di somigliare a un uccello, forse un falco, la forma curva del naso simile a un becco sullo sfondo del cielo rosseggiante, come se avesse scelto un rilievo su cui appollaiarsi per individuare la preda.

 

Anche lo scialle era drappeggiato sulle spalle come un paio di ali. Cercai di immaginare cosa l’avesse spinta ad avventurarsi lì, in quel pub silenzioso, ma prima che potessi notare o pensare altro aveva già vuotato il bicchiere ed era volata fuori nella notte. Dopo il suo passaggio cercai di indovinarne l’età, rivedendomi davanti agli occhi le ciocche di ispidi capelli grigi, raccolti semplicemente, che le svolazzavano dietro come penne mentre infilava la porta.

 

Le sere successive tornò, sedendosi ogni volta al suo tavolino di fianco alla finestra e ascoltando il basso tintinnio delle barche beccheggianti e le beccacce e i gabbiani che si apprestavano ad andare a dormire. 

Una sera c’era qualcun altro al suo tavolino. Sul viso le balenò uno sguardo da falco, ma fu un attimo. Venne invece a sedersi al bancone.

 

Solo vedendola così da vicino notai le rughe sul viso e quanto fossero sottili le ciocche di capelli grigi raccolti con tanta cura. Le rughe erano evidenti soprattutto intorno agli occhi, dove il sorriso aveva lasciato i suoi ghirigori. Eppure ci volle un po’ prima che trovassi il coraggio di rivolgerle la parola.

 

Sorrise; era contenta che avessi rotto il silenzio. Negli anni era venuta spesso in Galles e non c’era posto che le piacesse più di quella cittadina con i suoi abitanti saligni e la lingua gallese con un’imprecazione a ogni angolo. Originaria della zona di Tolosa, era venuta per impostare la sua tesi di dottorato su un poeta del posto, aveva imparato la lingua e si era innamorata del paese come capita a volte a chi non ha nessun legame con un posto. Il Galles, disse, esercitava da decenni la sua attrazione su di lei e ogni tanto la induceva a tornarci, volando dal continente secondo un’abitudine che era tentata di definire istinto.

Discutemmo le opere del poeta che aveva studiato e conosciuto. 

Una sera mi azzardai a unirmi a lei, al tavolino di fianco alla finestra di cui aveva ripreso possesso, e dato che era un momento relativamente tranquillo Steven, il proprietario del Cormorano, mi diede il permesso di stare lì seduto a patto che ogni tanto mi alzassi per servire i ragazzi. 

Ero incuriosito dal racconto delle sue visite a casa del poeta, non lontano dalla cittadina, e dell’accoglienza che le era stata riservata nel tempo.

 

Un paio d’anni dopo che aveva completato gli studi, il poeta l’aveva invitata a tornare a stare da lui e sua moglie: sentivano entrambi la sua mancanza, scriveva nella lettera, e così lei era venuta a passare l’estate da loro. Quando aveva chiesto se poteva portare anche il suo fidanzato, però, doveva averlo preso in contropiede. Il poeta aveva subito risposto di sì, ma l’accoglienza che era stata riservata a lei e Arnaud, il fidanzato, era stata leggermente più fredda del solito.

 

Alla fine dell’estate, non riuscendo a sopportare l’idea di andarsene, in un sussulto d’avventatezza i due avevano deciso di tornare di lì a un mese. Quando erano stati messi a parte del piano, i genitori di lei erano andati su tutte le furie ma, grazie a un piccolo prestito dei genitori di Arnaud, i due innamorati avevano aperto un minuscolo ristorante lungo quella stessa via, qualche numero civico oltre il Bilidowcar.

 

Il sorriso si stava rivelando ruga dopo ruga. Non vedevo l’ora di sapere di più, ma le ultime ordinazioni spuntarono come funghi all’improvviso, e la mattina dopo lei sarebbe tornata a Parigi. Le chiesi come si chiamava: Eloise Bertrand. All’ora di chiusura le augurai buon viaggio e lei espresse il desiderio di venire di nuovo a ordinarmi uno sherry, un giorno o l’altro, quando fosse tornata in Galles e in quella cittadina di lì a qualche anno. Nessuno dei due credeva sul serio che ci saremmo rivisti.

 

***

 

Tutto questo era successo quasi dieci anni prima, quando la sera lavoravo al Cormorano e di giorno andavo a scuola. Avrei ancora potuto lavorare lì se non mi fossi trasferito? Ormai ne sarei stato il gestore; più povero, più indaffarato, forse più felice. Il vento mi sferzava la schiuma in faccia e risalii sulla spiaggia per cercare il riparo della barriera protettiva. In mezzo al fango vidi qualcuno chino a raccogliere cuori di mare. 

Ne distinsi solo la sagoma e quando si raddrizzò per fare una pausa rimase immobile, mentre il riflesso sottile delle gambe nel fango lo facevano somigliare a un airone che aspettasse il suo momento.

 

Più a lungo stavo via, più ripetevo certi rituali ogni volta che tornavo a svernare, come se potessi in qualche modo riscivolare in una giovinezza troncata. Vedevo vecchi amici, bevevo nei vecchi ritrovi. Uno di questi rituali consisteva nell’andare a passeggiare da solo lungo il foryd

Ero deciso a farlo prima di ripartire verso sud.

 

Puntai verso una palude salmastra che serpeggiava verso lo stretto. 

In mezzo alle correnti c’erano minuscoli isolotti e canne e zostera nana. In genere andavo a guardare il foryd fach dal lato opposto dell’estuario, evitando accuratamente i preservativi usati sparsi in giro nell’osservatorio faunistico e aprendo lo sportellino per sbirciare verso gli uccelli venuti da lontano. Ma sentivo il bisogno di avvicinarmi, di calpestare la terra vera e propria, e così avevo fatto il giro del promontorio, forse invadendo la proprietà di qualche agricoltore.

 

Avrei voluto essere un uccello, naturalmente: non lo ero, come dimostrato dalle mie goffe impronte nel fango. Avevo paura di scivolare o di mettere il piede in una pozzanghera, o ancor peggio di calpestare un nido pieno di uova. Non vedevo uccelli da nessuna parte. Notai un grosso masso addossato alla protezione e mi ci sedetti, incerto se proseguire nel terreno paludoso o tornare al calore dell’auto. Oltre l’estuario vedevo arrivare il brutto tempo dall’Irlanda e da Anglesey.

 

Vidi un guizzo bianco e nero e uno sprazzo arancione. Era una beccaccia di mare che mi guardò con i suoi occhi rossi. La chiamai, ma lei si girò a guardare in direzione dello stretto. Quando la chiamai di nuovo si sollevò, allargò le ali e volò via. Descrisse un lento cerchio nell’aria e atterrò più vicina di qualche iarda rispetto a prima. Mi guardò dritto negli occhi, tenendo la testa inclinata. Da bambino avevo letto di uccelli che sapevano parlare e di esseri umani in grado di comunicare con gli uccelli. 

“Perché il tuo grido è così nostalgico? Di chi senti la mancanza?” 

La beccaccia continuò a fissarmi. “Non fai il nido con lo stesso compagno ogni anno, tornando fedelmente da lui?”

 

“Quale luogo ti manca, allora?” tentai. “È di un posto che hai nostalgia?” E negli occhi rossi della beccaccia vidi che ci ero andato più vicino. 

Ma non mi rispose: si limitò ad alzarsi di nuovo in volo e tracciare lentamente un cerchio prima di scomparire al lato opposto dell’estuario, dove non potevo seguirla.

 

***

 

L’anno dopo non vidi Eloise, dato che ero partito per la città. Arrivato al secondo anno di università i soldi scarseggiavano e Steven aveva accettato di prendermi per servire ai tavoli a Natale e Pasqua, dicendo che per l’estate avrebbe dovuto vedere. Una fredda sera di gennaio, l’ultima settimana di lavoro prima di tornare ai miei esami, Eloise approdò di nuovo, il sorriso già sul volto e lo scialle come ali sulle spalle.

 

In seguito alla nostra chiacchierata di due anni prima, avevo chiesto a mio padre del piccolo bistro francese aperto da Eloise e Arnaud. 

Pur non essendoci mai entrato di persona ne aveva un vago ricordo. Gli abitanti del posto erano abituati agli immigrati italiani e il sabato pomeriggio, se faceva caldo, si affollavano nella gelateria in piazza, ma un bistro gestito da una coppia di francesi, per giunta non sposati, era una novità non da poco.

 

“Be’, in effetti non tutti erano disposti a varcare la nostra soglia, anche se si mangiava molto bene” fu la maliziosa risposta di Eloise quando gliene parlai. “Ma eravamo felici. Molto felici. Ci alzavamo all’alba per andare al mercato e poi sudavamo tutto il giorno. Io servivo ai tavoli mentre Arn cucinava e alla fine avevamo anche qualcun altro con noi, ma per me il periodo migliore è stato quando eravamo solo io e lui. Crollavamo a letto insieme, al piano sopra il bistro, tutti sudore e aglio ed esausti ma felici, e io osservavo la luna sopra il castello e le lucine rosse e verdi riflesse sull’acqua mentre lui mi accarezzava la schiena e poi facevamo l’amore e restavamo distesi ad aspettare di sentire i gabbiani e le beccacce e a ringraziare, grati di non sentire più la mancanza di nulla come invece era per loro. Non avevamo altro posto in cui stare.”

Mi parlò delle lunghe notti, diventate quasi leggendarie, in cui andavano lì a mangiare il poeta e i suoi amici. Prenotavano una lunga tavolata al centro della saletta e poi, piano piano, gli altri avventori andavano via, a uno a uno o a due a due, finché il posto restava tutto per loro, ed era allora che cominciava il bello: le storie e le poesie e i canti, e sempre uno che vomitava nell’angolo prima di riuscire a trovare il bagno.

 

“Poi, il lunedì, chiudevamo e andavamo a fare una passeggiata, a volte sulla collina sopra il centro abitato oppure alla torretta al di là del fiume, lungo il foryd per sentire l’odore di alghe sporche oppure, se volevamo parlare con gli uccelli, al foryd fach. Arnaud mi prendeva in giro dicendo che parlavo meglio l’uccellese che il gallese... Lui naturalmente non sapeva il gallese e non vedeva perché avrebbe dovuto impararlo. 

Ero io a occuparmi della spesa, della conversazione, del servizio ai tavoli. Lui era sempre in cucina.” E poi, più rivolta a se stessa che a me: “Cigno muto, garzetta, beccaccia e chiurlo. In inverno ce n’erano di più. 

Corriere grosso, voltapietre e pettegola in estate. E qualche pavoncella ogni tanto, se si aveva fortuna. E in lontananza, alla foce dell’estuario, stormi galleggianti di fischioni tornati a svernare.”

 

Arnaud, disse, era dovuto rientrare in Francia verso la fine del loro terzo anno lì, a causa di un problema di salute, e la primavera successiva, dopo aver sistemato le cose con il padrone di casa e salutato un paio di altre persone, l’aveva raggiunto anche lei.

Eloise guardò ancora una volta fuori dalla finestra, oltre le barche giù al fiume, verso gli alberi sulla collina di fronte e ancora più in là, in direzione delle montagne.

 

***

 

Oltre la punta del promontorio il vento arrivò a raffica, e l’Eifl era già scomparso in lontananza. Da quando la beccaccia era partita verso l’estuario ero rimasto seduto immobile e ormai cominciavo a rabbrividire. Poi, a circa due isolotti da me, vidi un mazzo di sparto volare in direzione opposta al resto. Guardando più da vicino mi accorsi che si trattava del manto maculato del chiurlo: lo riconobbi all’istante dal lungo becco. 

Stava scavando nel fango in mezzo alle zampe, in cerca di un vermetto o di un succulento pezzo di granchio.

 

Cercai di chiedergli da dove era arrivato ad atterrare lì, se dalla Scandinavia o dalla Scozia, o magari dalla Siberia. Volevo chiedergli cosa l’avesse indotto a tornare dalle nostre parti anno dopo anno. C’era qualcosa di speciale in quel posto in particolare? Oppure traeva semplicemente conforto dal rituale stesso del ritorno?

Il vento doveva essersi portato via la mia voce o forse non sapevo più parlare l’uccellese, perché quello neanche alzò il becco dal fango. 

Alla fine si stancò di frugare e si librò nell’aria. Mentre volava cantava, e nel richiamo e nell’eco di quel richiamo contro le coste, e nel suo indebolirsi via via che il chiurlo si allontanava, percepii la distesa ormai diventata come una marea salata tra me e la mia infanzia.

 

***

 

Nel corso degli anni ebbi diverse conversazioni con Eloise, dato che sentiva ancora il richiamo della cittadina e che io, grazie alla bontà di Steven, continuavo a lavorare al Cormorano per mettere via qualche soldo, anche se sempre meno spesso. Lei era vedova da qualche tempo e insegnava in un’università parigina, occupandosi degli studenti stranieri arrivati attraverso programmi di scambio. Li faceva ubriacare di Verlaine e Rimbaud e Baudelaire. Le piaceva anche parlare ai suoi studenti francesi del Galles attraverso le traduzioni, a cui per lo più metteva mano lei stessa. Mostrava loro quello che aveva imparato sul posto, che la lingua è un ormeggiare e un prendere il volo.

 

A un certo punto una studentessa aveva sviluppato un’ossessione nei suoi confronti e preso a seguirla dappertutto nel campus. 

Aveva cominciato a spedirle lettere e poi, trovato il suo numero di telefono, a chiamarla a tutte le ore della notte. Naturalmente Eloise si era subito rivolta alle autorità ma loro si erano rifiutati di crederle. 

La studentessa aveva inoltrato un reclamo su di lei. Il capodipartimento, diffidente ma cauto, le aveva dato un congedo e conoscendola, spinto a compassione, le aveva consigliato la nostra cittadina. 

Era venuta direttamente.

 

“Quando mi capita qualcosa di brutto, il Galles mi chiama sempre, in un modo o nell’altro” disse piano Eloise. Era incline al perdono.

 

***

 

Non vidi pavoncelle, anche se mi era sembrato di sentire un grido di lontano. Non so. Dicono che stiano diventando più rare, sempre meno ragioni per tornare ogni anno visto che il loro habitat è distrutto.
Volevo proseguire, ma al centro del sentiero vidi un cadavere a metà di un uccello, probabilmente un gabbiano, talmente contorto che non avrei saputo dire da che parte cominciava e finiva.
C’era un pezzo dello scheletro e qualche penna intorno, ma della carne non si vedeva traccia e non si sentiva nessuna puzza. Doveva essere lì da giorni, ma bastò per farmi fare dietrofront.

 

Mi ritrovai con il vento contro e alla fine arrivò anche la pioggia, trasformata in grandine: un tempaccio grifagno. I chicchi mi beccavano fronte e orecchie e io tentai di tirarmi su il colletto e mi ficcai le mani in fondo alle tasche.
La marea stava risalendo veloce costringendomi ad affrettare il passo tra la barriera protettiva e le onde, e cercai di distogliere il viso dalla grandine.
Il raccoglitore di cuori di mare era scomparso.

 

***

 

Rividi Eloise solo una volta, dopo quella. Stava finendo l’estate ed era il mio ultimo giorno di servizio al bancone. Dall’anno successivo avrei avuto un lavoro fisso in città. Ordinò uno sherry come sempre, ma il sorriso era più fiacco del solito e le rughe sul viso più profonde. 

Nuove sfumature di bianco nei capelli curati. Era contenta di vedermi, disse, e mi chiese di raggiungerla al tavolino di fianco alla finestra.

 

Chiacchierammo del più e del meno per un po’. Il poeta era morto da poco e lei aveva contattato la moglie ma non aveva avuto una sola parola in risposta. E io non avevo mai considerato o collegato Eloise a lui in termini di età: per me era molto più giovane lei, anche se a dire il vero li separavano solo cinque anni. Trovava che il Galles fosse più vuoto senza di lui, anche se erano passati più di dieci anni dall’ultima volta che gli aveva parlato.
Restammo entrambi in silenzio per un po’, il baccano dei gabbiani fuori.

 

“Quando mi capita qualcosa di brutto, il Galles mi chiama sempre, in un modo o nell’altro” mormorò Eloise di punto in bianco. “Ed eccomi di nuovo qui. Ma forse non potrà più chiamarmi.”

 

Era un po’ che notava i segnali: cercare gli occhiali prima di accorgersi di averli saldamente appollaiati sui capelli; telefonare al nipote solo per accorgersi di essersi dimenticata il motivo della chiamata; peggio di tutto, forse, aver cominciato a dimenticare la fine delle frasi prima di pronunciarle. Era quella la paura più grande: non essere in grado di parlare.

 

Con i suoi trilli mi aveva rivelato tutta una vita. Per qualche motivo, solo i periodi in Galles erano ancora di una chiarezza cristallina.
Ormai trovava quasi più facile il gallese che il francese. Mi assicurò che, se gliel’avessi chiesto, quella stessa sera sarebbe stata in grado di snocciolare i nomi di tutti i membri della compagnia in quelle famose sere di diversi decenni prima.

 

“Allora rimanga qui” le suggerii. “È evidente che le fa bene. Ci deve pur essere un modo, no?”

“Mah, adesso non sarei la benvenuta dalla vedova. E non ci verrebbe nessuno con me. A meno che tu non abbia intenzione di tornare qui per badare a una vecchia civetta come me.”

 

Nonostante la domanda scherzosa le lessi l’accusa nei vecchi occhi da falco. Eppure non riuscii a convincermi che quella sarebbe stata l’ultima volta che la vedevo. Trovarla lì era diventato uno di quei rituali di ogni ritorno a casa. Faceva parte dello svernamento.

 

Parlammo tutta la notte senza che notassi nella sua postura o nel suo modo di fare o nella sua voce o nei suoi occhi da falco il minimo cenno della lunga nebbia che stava per calare su di lei. La salutai in silenzio e in silenzio la guardai vuotare il bicchiere e volare fuori nella notte. 

Mi vedevo ancora davanti le ciocche di ispidi capelli bianchi che, raccolti semplicemente sulla schiena, le svolazzavano dietro come penne.

 

***

 

Alla fine arrivai alla macchina, ma ero già bagnato fradicio. Mi cambiai i pantaloni e guidai fino al ponte pedonale. Soppesai la possibilità di andare dritto a casa, ma poi parcheggiai vicino alla banchina. Era inutile.

 

Non mi avviai verso il Bilidowcar e puntai invece verso l’altro pub del lungomare, quello tutto ottone lucido e lanterne da contrabbandiere appese intorno al bancone e navi in bottiglia sui davanzali, da cui potevo guardare il tramonto sullo stretto invece di veder piombare la notte sulle montagne e sugli alberi senza preavviso. Da lì non avrei sentito le beccacce, solo i gabbiani, e sapevo che ci avrei trovato ad aspettarmi qualche amico dei tempi della scuola e avrei potuto ubriacarmi fino a non poterne più in loro compagnia per poi girare il muso della macchina verso la città, al mattino, verso la primavera, sapendo che via via che le miglia scorrevano sotto il motore sarei stato in grado di sentirmi cadere via di dosso la colpa e la stranezza mentre mi alzavo in volo.