Luca Giordano

L'elastico


Vicino alla finestra coperta da un pannello di legno c’è un foro nel muro. Perimetro irregolare, grande come uno scarafaggio o poco più. Una manciata di raggi di sole filtra dal buco e disegna una linea che danza e si muove con il passare delle ore. Illumina quel poco che c’è da illuminare. Armadi senza ante, lo scheletro di una brandina abbandonato in un angolo. 
Polvere, tantissima polvere e qualche calcinaccio.
Sotto la rete arrugginita della brandina, coperti da un vecchio piumino per non sentire freddo, si nascondono Ogi ed Elma. Sul piumino c’è disegnato un orso polare con gli occhi strabici, ci sono macchie di caffè e cioccolato. 
(Perde piume.)
Loro parlano sottovoce. Sanno che quando la linea di luce arriverà alla porta potranno scendere di sotto e chiedere qualcosa da mangiare. Dovranno fare piano, scendere le scale attaccandosi al muro, un gradino alla volta, perché non dovrebbero essere lì per nessuna ragione al mondo.
Elma prova a scrivere sul suo quaderno, appiccica sui fogli a righe delle figure tagliate dai vecchi giornali. Teste di modelle, occhiali che vorrebbe indossare. Una torta. 
Per vedere quello che scrive deve accendere una piccola torcia che le hanno regalato i genitori.
Domani è il suo compleanno. 
(Le pile dentro la torcia sono le ultime.) 

Tiene il diario da quando Tutto è iniziato e lì dentro ci sono già tre compleanni e un paio di natali. Si segna tutto. Scrive quello che fa e quello che vede, chi viene a trovarla. Il numero di colpi. Quante volte si nasconde lì sotto o in cantina. Elenchi. 
Gli amici che se ne sono andati: Amar, Amina, Ahmed. Faris. Ana, Naida, Petar. Mikac detto il pollo. Darko. Le cose bruciate in città: la biblioteca, la latteria dello zio di Ogi, il negozio di biancheria vicino al fiume. La scuola. Quanto le manca la madre: tanto, tantissimo, troppo, non ce la faccio più. Quello che le hanno regalato per i compleanni: uno shampoo e una crema per mani. L’arancia più grossa che abbia mai visto. Due fermacapelli e una maglietta a righe rosse e nere. Settantasette baci. 
Li ha contati. Per lo più dal padre e da Ogi, dai vicini di casa che sono passati per farle gli auguri. Qualche compagno di scuola. 
(Da quando Tutto è iniziato ne ha ricevuti 9.143.)
Ogi negli ultimi tre compleanni invece ha ricevuto: una felpa nera senza cappuccio e un quaderno che ha regalato a Elma. Un poster degli U2 e due racchette da ping pong. Una sola pallina. 
Ha perso la pallina quando un giorno il padre ci si è seduto sopra. Mi dispiace, gli aveva detto, Provo a trovartene un’altra. Non preoccuparti, gli aveva risposto lui, Non sono mai riuscito a giocarci. 
Il tavolo da ping pong è in cortile e lì non ci può andare nemmeno di notte, quando il cielo è coperto dalle nuvole e fa così buio che non bastano nemmeno le stelle. Una posizione peggiore per un cortile non potrebbe esserci e il tavolo è proprio lì, nel centro, blu, pieno di buchi da cui passa l’acqua quando piove. 
Cosa vorresti per il tuo compleanno, chiede a Elma.
Che tornasse la luce, dice lei, E fare una festa. 
Ti conviene spegnere la torcia se non vuoi che finisca. 
Un clic e nella camera rimane solo la luce che filtra dal muro. 

Ogi gioca con degli elastici. Ne ha una scatoletta piena, di ogni grandezza e colore. Ne prende uno alla volta, aggancia un’estremità al tappo di una penna e lo allunga con indice e pollice della mano destra. Mira. Poi lascia la presa e l’elastico parte. Ogni tanto riesce a centrare l’obiettivo, molto spesso ci va veramente lontano. 
Fa piano, il più piano possibile. 
Smettila che altrimenti ci scopre, dice Elma.
(In realtà vorrebbe provare anche lei a lanciarne qualcuno.)
Uno sparo. Un fischio improvviso e poi di nuovo il silenzio. Sentono qualcuno che, di fuori, corre per strada. Il rumore di una porta che sbatte. Poi, un altro colpo. 
Deve essere il Biondo, dice Elma riaprendo gli occhi.
Ormai da mesi riesce a riconoscere chi è a premere il grilletto. Sa che se il fischio viene attutito dalla camera dei genitori è Sinisa, detto l’Orco. Mentre se le sembra entrargli direttamente in casa, quello è il Biondo. Se ne stanno appostati lì, sulla collina, sotto lo stesso albero, lei non li ha mai visti ma sa che ci sono. Lo sanno tutti.
Il terzo colpo.
Trattengono il respiro. 
Dove la vorresti fare la festa?
Forse non la voglio più fare, risponde Elma.

Al quarto sparo riconoscono il rumore del padre che si alza dalla poltrona, l’unica che è rimasta in casa. Passa le giornate abbandonato lì sopra a guardare le foto di famiglia appese al muro. A ridurlo così è stato il Biondo, una mattina freddissima dell’anno precedente, quando sua moglie era uscita di casa per ritirare la Scatola degli Aiuti. Scatolette varie e riso. Sapone. Sarebbe dovuto andare lui, ma si era messo in testa di riparare tutti i buchi della casa. 
Una manciata di coraggio e un po’ di calcestruzzo.
Li aveva coperti quasi tutti. Per qualche ora era anche tornata la luce, poi era saltata di nuovo. Erano piovute le granate e si era fatto il silenzio. La madre di Elma non era più tornata e lui, da quel giorno, ha conquistato la poltrona e non si è più alzato.
Al quinto sparo comincia a chiamarla, Elma dove sei, chiede. Ha la voce stanca. Scende di sotto, apre e chiude la porta della cantina. Non li trova. Si preoccupa.
Siamo fregati, dice lei.
Già, dice Ogi.

Quando compare davanti alla porta nell’aria risuona il sesto colpo. Sembra più vicino degli altri. Si ripara dietro il muro, loro due sotto la brandina si abbracciano. Rimangono in silenzio, sdraiati a terra, si guardano aspettandosi che il padre si arrabbi.
Ricominciano i colpi e lui non dice nulla.
Gli occhiali ormai gli stanno troppo larghi, gli cascano sul naso, così se li tira su con un rapido gesto della mano destra.
(Si mangia le unghie, è evidente.)
Si sdraia a terra e inizia a strisciare nella loro direzione mentre, di fuori, i colpi si fanno ancora più frequenti. Il pavimento è freddo. Si mette nella stessa posizione, si copre anche lui con il piumino. Colpi.
Non dovreste essere qui, dice lui.
Lo sappiamo, dice Ogi.
(Sorridono.)
Lui ci sta a malapena sotto la brandina. Gli angoli della rete gli pizzicano la schiena, artigliano la camicia di flanella. Quella è la Stanza Proibita, la Stanza Cattiva, la Stanza del Buio. 
Da quanto siete qui?
Tutto il giorno.
Se ne stanno lì e per un attimo non sentono più gli spari. Se ne stanno lì e si guardano. Ogi continua a giochicchiare con l’elastico, se lo muove tra le mani fino a quando non gli parte e si colpisce la bocca, e urla, Ahia, e si mettono a ridere.
Ti sei fatto male?
Un po’, dice lui. 
E’ già la seconda volta, dice Elma ridendo ancora più forte. 

Stretti uno vicino all’altro si tengono caldo e sincronizzano i respiri, la paura a ogni sparo.
Perché non facciamo qualcosa, chiede il padre di Elma.
Cosa?
Voi cosa stavate facendo?
Aspettavamo, dice Elma.
Per lo più perdevamo tempo, aggiunge Ogi.
Un altro sparo. Vicinissimo. Così vicino che si crea un altro buco e la luce aumenta nonostante la polvere e i calcinacci. Insistono. Si sentono le urla in strada e dalle case vicine, e poi gli spari e ancora le urla. Granate. 
(I peli delle braccia diventano minuscoli spilli.)
Ho trovato, dice il padre di Elma.
Il padre allunga il braccio e prende la scatolina con gli elastici, ne prende un paio.
Perché non costruiamo l’elastico più lungo del mondo?
Silenzio.

Da quando tutto è iniziato il padre di Elma ha cominciato a farsi venire in mente strane idee. Una volta si è messo in testa di costruire la buca più profonda della città, un’altra di correre fino a morire. Stare seduto sull’unica poltrona fino a quando tutto non fosse finito. Si è messo in testa di fare un tunnel sotto casa che portasse fuori dalla città. Costruire un elicottero. Un razzo. Ma sì, costruiamo l’elastico più lungo del mondo, ripete. Elma lo guarda mentre si mette un elastico in bocca e lo mordicchia fino a strapparlo, poi fa lo stesso con un altro. Sputa per terra qualche pezzo insieme a un po’ di saliva. Ma sei serio, gli chiede quando fa un nodo per unire i due pezzi di elastico che ha ricavato. Annuisce. Uno sparo e un altro buco nel muro. Polvere e un po’ più di luce. Ogi ed Elma lo guardano, lui prende la scatoletta e gliela passa, Forza, dice, Prendetene qualcuno e strappateli. Sorridono. (Gli spari continuano a rimbombare.) Non sono poi così convinti di quello che sta facendo, distesi sotto la brandina arrugginita, mentre fuori i colpi si moltiplicano, s’inferociscono. A cosa serve, chiede Ogi mentre il padre di Elma tenta di distruggerne uno che sembra più robusto degli altri.
Se trovo un motivo mi aiutate, chiede ai due. 
Dipende, dice Elma.
Lui strappa un altro elastico. L’elastico più lungo del mondo serve per legarlo a una persona, dice. E lega l’elastico appena rotto all’estremità di quello che sta costruendo. Un colpo più forte di tutti gli altri penetra nel muro ed è il tempo per un altro buco. 
Forse dovremmo andare via, dice Ogi. 
Leghi un’estremità attorno alla vita di una persona e lo leghi alla tua, dice il padre di Elma, E inizi ad allontanarti più che puoi, chilometri e chilometri. Superi le città, le montagne, le pianure. E ancora le montagne. Oltrepassi i boschi e i laghi, e vai sempre più lontano, ma proprio lontano. Lontanissimo direi. 
Strappa un altro elastico e continua. Dice, Tu con l’elastico più lungo del mondo puoi andare anche dall’altra parte del pianeta, e anche l’altro può farlo. Capite?
(Lo guardano per un po’ e non capiscono più di tanto.) 
Si tappano le orecchie tutti e tre quando i colpi sembrano provenire da un punto più vicino del solito. Quando terminano, il padre di Elma riprende a stappare gli elastici.
Allora tu ti allontani più che puoi, dice, Ma proprio tanto, e continui a camminare. Cammini così tanto che a un certo punto nemmeno ti accorgi che hai un elastico legato alla vita, che ti lega a qualcuno, e sei così lontano e hai camminato così tanto che nemmeno ti ricordi a chi sei legato. Non ti ricordi il suo volto e qual è il motivo per cui è legato insieme a te. Siete legati a un elastico insieme a una persona e nemmeno ve la ricordate. È assurdo, no?

Elma annuisce e un po’ sorride. Il padre continua. 
Intanto ci sono altri colpi.

Poi sentite uno strappo, così, all’improvviso, ed è l’elastico che si è stancato di allungarsi. Si è stancato di vederti allontanare così tanto dall’altra persona e si è stancato di essere l’elastico più lungo del Mondo. 
Ogi prende un elastico e lo strappa, lo porge al padre di Elma che non racconta più nulla perché le raffiche continuano senza sosta e anche lui all’improvviso ha una strana paura, ha il cuore che mitraglia e non sente più il freddo del pavimento. Respira. 
Continua, dice Elma.
E lui continua. 

Così l’elastico vi riporta all’improvviso al punto in cui siete partiti. Perché l’elastico si allunga, ma poi prima o poi la tensione si allenta, e ripetete tutto il percorso che avevate fatto, e rivedete tutte le cose che avete visto, e ripercorrete i chilometri all’incontrario, e vi riavvicinate, all’improvviso, e vi ritrovate davanti alla persona a cui siete stati legati tutto quel tempo, con l’elastico, e non potete far altro che abbracciarvi, fortissimo, perché l’elastico è così lungo che quando vi ritrovate uno davanti all’altro, l’elastico vi ha legato insieme. Si è attorcigliato così tanto che è impossibile staccarsi, è impossibile, capisci? 

Elma e Ogi stanno zitti. Lei allunga la mano e prende un elastico. Non riesce a strapparlo anche se insiste. Lo mette in bocca per strapparlo a morsi, poco per volta. 

Capite? Rivedete di nuovo la sua faccia, dopo che ve l’eravate scordata, dopo che avete vissuto una vita senza nemmeno pensarci e non potete più staccarvi, ed è tutto merito dell’elastico.
Elma sta zitta, guarda la linea di luce nel muro che ora son diventate tre. Vede la polvere in controluce. Non le sembra nemmeno di avere più freddo, stretta com’è vicino al padre e a Ogi. Dopo centinaia di colpi da fuori provengono solo più le urla e il rumore delle sirene. 
Non dicono nulla. 
Lui posa l’elastico a terra. 
E bacia Ogi sulla testa e bacia Elma sulla guancia. 
(9.144) 
FINE ————————