Andrea Lundgren

La gatta


Nel fosso lungo Abramsvägen c’era un gatto. Sembrava che dormisse,

steso com’era sul fianco con le palpebre chiuse. La mamma disse a mio

padre di fermarsi e quando la macchina ebbe accostato scendemmo sia

io che lei. Sapevo che era morto. Probabilmente anche la mamma, ma

entrambe speravamo che balzasse in piedi e corresse a rifugiarsi nei

cespugli. Avvicinandoci vedemmo che dall’angolo della bocca colava

del sangue. Jimmy ci chiamò, gridando di darci una mossa. Dovevamo

accompagnarlo all’allenamento e disse qualcosa tipo che chi arrivava in

ritardo era costretto a fare cento flessioni in più.

“Perché, non è quello lo scopo di allenarsi?” ho detto a bassa voce alla

mamma, ma lei non mi ha sentito.

Si era accovacciata accanto al gatto, appoggiandoci sopra la mano.

Scosse la testa.

“Chi può fare una cosa del genere? Uccidere un gatto e lasciarlo in un

fosso a dissanguarsi?”

Si alzò. Sia io che lei avevamo riconosciuto la gatta dal pelo tigrato neroargento.

Era spesso col pancione oppure con qualche micino al seguito.

Adesso invece aveva un’aria minuscola e vuota. Da quando il suo ultimo

proprietario si era trasferito in città, era diventata randagia.

In paese sarebbero stati disposti a occuparsene in diversi, ma si era

rivelato impossibile prenderla. Come se si fosse inselvatichita nell’attimo

stesso in cui non aveva più avuto a che fare con degli esseri umani.

Sicuramente l’avrebbe voluta anche la mamma, se mio padre non fosse

stato tanto allergico.

“Non possiamo lasciarla qui” disse.

Si tolse la giacca a vento, gliel’avvolse intorno e la prese in braccio.

Vidi che Jimmy, dal sedile posteriore, alzava gli occhi al cielo indicando

l’orologio. Quando mio padre si accorse che stavamo tornando verso la

macchina con la gatta abbassò il finestrino.

“Nell’auto no, Ingrid!”

Lei cambiò rotta.

“Apri tu il baule?” mi chiese.

 

Se non ricordo male fu pochi giorni dopo aver seppellito la gatta che la

mamma si trasferì in soffitta. A volte scendeva per cena, ma per il resto

del tempo praticamente non la si vedeva. All’inizio nessuno disse niente.

Sentii mio padre, al telefono con un amico, dire ridacchiando qualcosa

tipo “le donne” e “proprio da lei”, ma per il resto si taceva. Naturalmente

erano tutti curiosi di sapere quando se ne sarebbe uscita in una della sue

famose “esternazioni”. Era una specie di hippie d’altri tempi, la mamma.

O almeno così diceva mio padre. “Una settimana è il governo, quella dopo

non si può mangiare la propria bistecca in pace e quando meno ce lo si

aspetta esce a manifestare contro una qualche guerra di cui ha letto in un

trafiletto sul giornale!” Mi sembrava un’affermazione piuttosto ingiusta, ma

sapevo che lo diceva un po’ per scherzo, perché per lo più le idee della

mamma gli andavano a genio. Almeno fino a quando non doveva metterci

del suo. Il che, effettivamente, succedeva spesso.

La mamma era sempre stata impegnata politicamente e diceva spesso

che sarebbe morta di dolore se avesse scoperto di aver allevato dei figli

apolitici o, ancora peggio, “che simpatizzavano con la borghesia”. Era in

questo contesto che si inserivano le sue “esternazioni”. Potevano arrivare

da un momento all’altro e rivelarsi piuttosto infuocate. Da piccoli, io e mio

fratello ci limitavamo quasi sempre ad ascoltare e assorbire le sue parole

con attenzione variabile, ma negli ultimi anni lui e mio padre avevano fatto

fronte comune e cominciato a ribattere ogni volta che lei esponeva le sue

tesi. Capitava che si litigasse, perché se la mamma si accalorava mio

fratello si metteva a ridacchiare e la cosa la mandava in bestia.

Io non dicevo granché. In realtà mi trovavo d’accordo con lei su quasi tutto,

ma se l’avessi detto sia Jimmy che mio padre mi avrebbero preso in giro a

morte. Quando ero più piccola mio fratello mi chiamava sempre cocca di

mamma davanti ai suoi amici, e non avevo certo voglia che ricominciasse.

Ma la mamma continuò a tacere. Al massimo commentava le notizie

(leggeva molti giornali, alcuni li ordinava addirittura) e ci chiedeva come

andava a scuola. Poi ringraziava per la cena e infilava di nuovo la scala

della soffitta. Io lavavo i piatti. Da quando lei si era trasferita su, era

mio padre a preparare da mangiare, e non era un compito che si fosse

accollato in silenzio. Si lamentava continuamente con me e Jimmy perché

non davamo mai una mano, diceva che era uno schiavo in casa sua e

che eravamo i mocciosi più viziati che avesse mai visto. Jimmy era abile

quanto la mamma nel battersela dalla cucina senza finire sotto tiro, e per

questo ero io a dovermi occupare dei piatti. Il bello era che prima mio

padre non aveva praticamente mai aiutato la mamma a preparare da

mangiare, e neanche a fare le pulizie, a dirla tutta. La circostanza non

sembrava sfiorarlo, e continuava imperterrito a brontolare sulla nostra

poltronaggine. Eppure io facevo infinitamente più di Jimmy!

Solo che mio padre era sempre stato indulgente con lui, non so perché.

Non che mi importasse poi tanto, ma a volte era un po’ seccante.

“Lascia l’ultima porzione a Jimmy, è in crescita!” capitava che dicesse,

anche se mio fratello era alto 1,82 da due anni mentre io mi ero

trasformata, dall’undicenne bassa e paffuta che ero, in una tredicenne

lunga e abbastanza mingherlina.

 

A una settimana dall’inizio dell’esilio della mamma, mio padre cominciò

a irritarsi. Di colpo era davanti alla porta della stanza in soffitta a ogni piè

sospinto perché gli serviva qualcosa che io neanche sapevo si trovasse lì

dentro. Bussava finché la mamma non gli chiedeva cosa voleva, e quando

si offriva di portarglielo giù se l’avesse trovato lui s’irritava ancora di più e

le diceva di smetterla con quelle sciocchezze e aprirgli. Lei si rifiutava e lui

continuava a bussare per diversi minuti. Io sarei impazzita, ma la mamma

sembrava fregarsene. Si limitava a ignorarlo finché lui non si arrendeva e

scendeva le scale battendo i piedi, le imprecazioni strette tra i denti.

Venne fuori che si era licenziata. Io lo capii con largo anticipo su mio

padre, dato che lui usciva prima e rientrava più tardi di lei dal lavoro.

Il giorno in cui venni a saperlo ero tornata a casa a metà mattina.

Una perdita d’acqua aveva costretto il preside a chiudere la scuola per il

resto della giornata e io mi ero portata dietro una caterva di libri che avevo

lasciato cadere a terra appena entrata dalla porta.

Tutti gli altri della mia classe erano andati al bar in cui si rifugiavano

sempre quando avevamo qualche ora buca, ma dato che io seguivo una

quantità di materie facoltative ero andata a casa a studiare.

Tanto, le mie compagne mi consideravano comunque troppo timida e

secchiona per trovare divertente stare con me. Non che io le trovassi poi

tanto divertenti a mia volta. L’unico con cui passavo qualche ora era Axel,

che era in ottava, ma anche lui raramente aveva tempo per qualcosa che

non fosse il suo pianoforte.

Comunque, mia madre sentì il tonfo dei libri e uscì dalla cucina.

La scena era piuttosto comica. Aveva in bocca un boccone di carne di

qualche genere (il che era strano, visto che non mangiava mai carne) e

un’espressione colpevole, forse perché l’avevo sorpresa a piede libero

in casa, non so.

“Come sei tornata presto” ha detto soltanto.

“C’è stata una perdita d’acqua a scuola e ci hanno fatto andare a casa”

risposi. “Perché non sei al lavoro?”

E fu allora che venni a sapere che si era licenziata.

Il fatto è che cominciavo a sentire la sua mancanza. Al piano di sotto

senza di lei non era più la stessa cosa. E mio padre aveva un qualche

genere di reazione allergica che lo rendeva ancora più lamentoso, girava

tirando su col naso e strofinandosi gli occhi. Mi mancava il fatto che la

sera lei entrasse in camera mia mentre facevo i compiti, mi accarezzasse

la testa e mi chiedesse se non era ora di chiudere i libri per quel giorno.

Mi mancavano le sue piazzate per cose che secondo mio padre erano

sciocchezze, e tutto quello che mi insegnava sempre sul mondo. Perché

se era vero che mio padre aveva un rapporto speciale con Jimmy, la

sensazione era che la mamma lo avesse con me. Fin da quando ero

piccola condividevamo delle spiritosaggini tutte nostre, come quando

premevamo la lingua contro l’interno del labbro inferiore, incrociavamo gli

occhi e dicevamo: “Embeccheccè?” E poi ridevamo come matte. Jimmy ci

trovava terribilmente infantili e proprio per questo lo facevamo soprattutto

quando invitava a casa i suoi amici. Lei sapeva davvero ascoltare e diceva

sempre le cose giuste. Ma soprattutto sapeva quando stare zitta. Quando

non serviva dire qualcosa, perché tanto Magdalena e Linnea mi davano

della secchia cicciona davanti alle altre compagne di classe. Oppure

quando mi sembrava assolutamente impossibile imparare l’algebra, o

perché Axel non aveva quasi mai tempo per me e stava solo con i nuovi

amici della sua band. Era così piacevole che non dicesse niente ma

restasse in silenzio il tempo che mi serviva per mandare un po’ giù il nodo

di tristezza che avevo in gola. Poi faceva sempre una proposta.

Non doveva essere per forza qualcosa di speciale, magari solo “ho

bisogno di aiuto con un cruciverba che ho cominciato” anche se in realtà

non aveva mai problemi a risolverli, i suoi cruciverba.

No, non me ne fregava un bel niente di cosa facesse lassù in soffitta,

se solo fosse scesa, ogni tanto, a prendersi cura di me.

Una volta mi infilai pantaloni impermeabili e giaccone invernale, uscii

e mi sedetti su una sedia da giardino che avevo tirato fuori dal capanno.

La misi nel bel mezzo del cumulo di neve contro la recinzione e la girai

verso la finestra della soffitta. Poi mi sedetti lì a fissarla. La finestra lassù

era aperta e si sentiva che stava ascoltando musica. Probabilmente dal

vecchio stereo che prima era in soggiorno, perché era sparito. Ma non

salii a bussare: in fin dei conti la mamma era lei. Se voleva vedermi,

il meno che potesse fare era prender su e scendere dal suo rifugio

segreto. Rimasi lì seduta sentendo montare la rabbia. Non poteva gettare

un’occhiata dalla finestra e accorgersi che ero lì? Invitarmi a salire per

vedere cosa stava combinando? O almeno dirmi ciao e chiedermi se non

avevo freddo, a stare lì seduta tutta sola! Invece non si affacciò neanche.

 

Un venerdì sera, mentre eravamo a tavola, si sentì bussare alla porta

e diversi vecchi amici di mio padre sfilarono nell’ingresso. La mamma

scappò via con la consueta velocità dopo un rapido bacio sulla bocca a

mio padre e un saluto ai suoi ospiti. Subito prima di imboccare le scale

incrociò per caso il mio sguardo e nei suoi occhi balenò qualcosa, non so

cosa. Aveva un’espressione furbesca, arguta, come se avesse commesso

una birichinata di cui solo io e lei eravamo al corrente. Mi venne voglia di

lasciare i piatti a Jimmy, quello scansafatiche, e correrle dietro su per le

scale. Ma andai ugualmente a lavare i piatti.

Gli amici di mio padre diedero qualche pacca sulle spalle a Jimmy tirando

un po’ di boxe con lui per finta, mi salutarono e si sedettero intorno al

tavolo della cucina.

“Allora è vero quel che si sente in giro” disse uno che si chiamava Jörgen.

“Che tua moglie ha nascosto un amante in soffitta!”

Ci fu un fragoroso scoppio di risa e mio padre tirò fuori i bicchieri dal

pensile del servizio buono e rise con gli altri, ma io mi accorsi che era

leggermente seccato. Jimmy, che era rimasto nella stanza, sembrava su di

giri per l’atmosfera ilare e rispose al posto di mio padre.

“Sì, pensiamo che lassù faccia dei riti voodoo, oppure abbia organizzato

un qualche misterioso circolo per sole donne.”

La battuta li fece ridere ancora di più, e Jörgen si rivolse a me.

“Be’, in questo caso dovrebbe lasciar entrare almeno te!”

“Io non voglio far parte di strani circoli” ho detto a voce alta.

Poi mi sono subito vergognata e pentita di quella frase. Avrei dovuto

prendere le parti della mamma, perché avevo quasi l’impressione che

ridessero di lei. Però Jörgen aveva ragione: io avrei dovuto poter entrare.

“Certo che hai un aspetto orribile” disse a mio padre un altro dei suoi

amici. “Cos’è, ti sei beccato un virus?”

Mio padre si sedette a capotavola.

“È un’allergia di qualche genere” rispose. “A essere sincero non capisco

cosa sia, prima qui non ce l’avevo.”

“Forse sei allergico al doverti occupare della casa da solo” disse Jörgen,

e a quel punto si rimisero a ridere tutti, Jimmy compreso.

Io mi asciugai le mani sullo strofinaccio e uscii dalla stanza.

Avevo già finito i compiti dell’intero fine settimana, il che era una specie

di miracolo. Ero completamente libera e padrona di fare quello che volevo.

Sapevo che mio padre e i suoi amici avrebbero giocato a carte e bevuto

birra per tutta la sera. Inoltre due compagni di Jimmy sarebbero venuti più

tardi a giocare ai videogiochi nel seminterrato, e quindi sarebbero tutti stati

presi dalle loro cose. Non mi avrebbe disturbato nessuno.

Tirai fuori il mio lettore cd portatile e mi sedetti sul letto. In poco tempo

il mio intero universo si riempì dei The Cure, senza che il minimo rumore

proveniente dalla cucina riuscisse a penetrare nella musica. Mi misi lunga

distesa con le mani sulla pancia e chiusi gli occhi, cominciando a fare

la respirazione yoga che mi aveva insegnato la mamma e cercando di

calarmi in quello stato speciale, quasi meditativo, in cui mi ritrovavo a volte

ascoltando certa musica. Prima di rendermene conto mi addormentai.

 

Quando mi svegliai, il CD era finito. Era l’una passata. Attraverso la parete

sentivo che in cucina c’era ancora qualcuno, sebbene sapessi che la

mattina dopo mio padre doveva alzarsi presto per portare la macchina

dal meccanico. Avevo bisogno di andare in bagno e così accesi la

lampada accanto al letto, mi sfilai gli auricolari e appoggiai il lettore cd sul

comodino. Una volta fatta la pipì e lavati i denti andai in cucina a prendere

un bicchiere d’acqua. C’erano ancora tutti, anche Jimmy.

“Ehi, ciao!” mi salutò Jörgen quando entrai.

Erano ubriachi: me ne accorsi perché avevano come i contorni sfocati

e mio padre era un po’ spettinato. Sorrisi e chiesi, da vera ebete, “cosa

facevano” con una strana voce baldanzosa che non riconoscevo.

“Siamo qui che parliamo della vita, dolcezza” rispose Jörgen.

“Ma non dovevano venire i tuoi amici?” domandai a Jimmy.

Aveva davanti una birra doppio malto e dall’espressione sembrava

insopportabilmente soddisfatto.

“Non è andata così” rispose.

“Jimmy sta succhiando un po’ di saggezza di vita da noi che abbiamo

qualche anno di esperienza in più” disse Jörgen.

“Anche un po’ di birra, vedo” commentai tirando fuori un bicchiere dal

pensile e riempiendolo d’acqua.

“Un goccio di birra non gli farà male” disse mio padre. “Ha quasi

diciott’anni.”

“Cosa sei, un’informatrice della Grande Sorella lassù?” scherzò un altro

degli amici di mio padre di cui non ricordavo il nome.

Feci per rispondere che “non ero proprio niente” quando intervenne mio

padre.

“Finché lei se ne sta lassù sono io a decidere qui sotto” disse. “E non

ritengo che ci siano da fare tante storie per una o due birre.”

“Ah” dissi, e uscii dalla stanza.

“Ooooooo” mi gridarono dietro. “Speriamo che non faccia la spia!”

Poi si rimisero a ridere.

 

Tornata in camera mia mi resi conto che mi avevano scocciato, tutti quanti.

Io non c’entravo con le macchinazioni segrete di mia madre. Solo perché

ero una femmina mi si dava la colpa del fatto che avesse abbandonato

l’intera famiglia! Mio padre avrebbe almeno potuto chiedermi se volevo

stare un po’ seduta lì con loro, magari dare addirittura un birra anche a me,

e invece no, solo Jimmy. E comunque la birra non l’avrei voluta lo stesso.

M’infilai a letto tirandomi su le coperte fino al mento, ma capii subito che

non sarei riuscita ad addormentarmi. Ripresi invece in mano il libro che

stavo leggendo, una storia su uno scarafaggio, di Kafka. Dopo una ventina

di minuti udii grattare le sedie della cucina contro il pavimento. Subito dopo

da fuori dalla finestra sentii le voci di Jörgen e degli altri, che si attutirono

gradualmente fino a sparire del tutto. Per un po’ ci fu silenzio.

Nessuno andò in bagno a lavarsi i denti o cose del genere: evidentemente

mio padre e Jimmy erano ancora seduti in cucina. Qualche minuto dopo la

porta d’ingresso si aprì e si richiuse. Mi rizzai a sedere nel letto e spensi la

luce in modo da poter vedere fuori, al buio. Era Jimmy, diretto al capanno

degli attrezzi. Vidi che, quando afferrò la maniglia, la porta faceva un po’

di resistenza, come sempre d’inverno quando il gelo fa gonfiare la soglia.

Diede uno strattone per aprirla e scomparve all’interno. Dopo un po’ tornò

fuori con qualcosa di lungo e sottile in mano. Mi avvicinai alla finestra e

sbirciai da dietro la tenda, senza riuscire a capire cosa fosse. Rientrò in

casa e lo sentii parlare con mio padre, solo che non si distinguevano le

parole. Sbottarono in una risatina.

Sicuramente è ubriaco anche Jimmy, pensai, e nel buio la rabbia che

provavo aumentò. Di nuovo silenzio. Poi sentii scricchiolare le scale.

Di colpo capii. Quello che Jimmy era andato a prendere nel capanno era il

piede di porco, pensai, e il cuore cominciò a battermi forte nel petto.

Hanno intenzione di entrare nella stanza forzando la serratura.

Mi lanciai quasi di corsa verso la porta, sentendo che dovevo fermarli.

Abbassai la maniglia ma all’improvviso mi bloccai. Perché avrei dovuto

farlo? Non sarebbe successo niente se avessero forzato quella porta per

fare uno scherzo alla mamma, o qualsiasi fosse lo scopo di quei maneggi

notturni. Poi però ebbi la sensazione che fosse sbagliato e basta, e aprii.

Stranamente avevo l’impressione di dover farmi coraggio per seguirli e di

non poter gridare, perché la mamma si sarebbe svegliata, anche se non

so che importanza avesse. Sempre ammesso che dormisse.

Chissà, magari era sveglia e dipingeva quadri, parlava con gli spiriti o

danzava nuda tutta la notte, lassù. Sapevo anche, in qualche modo, che

se avessi gridato non sarebbe cambiato nulla, perché non mi avrebbero

dato retta e avrebbero forzato la porta lo stesso. Per poterglielo impedire

dovevo prendergli il piede di porco a mani nude.

Proprio quando stavo per correre su per le scale li sentii forzare la porta

con un rumore che ricordava il verso di un animale martoriato, per poi

mettersi a ridere, fare chiasso e gridare qualcosa alla mamma. Mi bloccai

a metà di un passo, come un velocista impietrito dal sole. Di colpo scese

il silenzio più assoluto. Una specie di terrore mi si riversò addosso come

l’onda di uno tsunami e mi sentii gelare in tutto il corpo. In quel momento

udii qualcuno emettere un singhiozzo e cominciare a piangere.

La mamma.

Il pianto aumentò d’intensità, con uno strillo acuto e poi quasi un ululato

simile a quello di un lupo, anzi no, non un ululato: ricordava di più il verso

di un felino. Un miagolio. Lunghi versi lamentosi che mi penetravano nelle

orecchie e mi sfregavano dentro facendomi male. Erano sempre più forti,

tanto forti che non sentii neanche mio padre e Jimmy che tornavano giù

lungo le scale. Passando davanti al punto dov’ero io, pronta a spiccare un

balzo, non dissero niente. Mentre si dileguavano verso le rispettive camere

da letto, come bambini vergognosi dopo una sgridata, avevano gli occhi

completamente vuoti. Non sapevo cosa fare. Su in soffitta la mamma

continuava con il suo miagolio singhiozzante, ma non salii a consolarla.

Pur sentendomi malissimo, rimasi dov’ero senza trovare la forza di salire le

scale. Cosa mi aspettava in realtà lassù? Una dragonessa disperata a cui

erano state rotte tutte le uova? Una bambina che chiamava i suoi genitori?

Un’estranea?

Alla fine si zittì. A quel punto mi riscossi dal mio strano torpore e andai in

camera. Chiusi la porta a chiave, cosa che non facevo mai. Poi mi infilai

nel letto e mi addormentai subito.

Il giorno dopo mi svegliai tardi. Temevo il momento in cui sarei entrata

in cucina e sarei stata costretta a parlare del giorno prima con mio

padre o Jimmy, ma la casa era immersa nel silenzio. Mi venne in mente

che sicuramente mio padre era ancora dal meccanico, così mi alzai.

Di ritorno dal bagno passai davanti alla camera di Jimmy e vidi la porta

aperta. Il letto era sfatto. Evidentemente aveva accompagnato mio

padre dal meccanico, anche se era strano che l’avesse fatto, soprattutto

considerando che era sabato. Rimasi lì in piedi per alcuni secondi.

Poi salii in soffitta.

La porta della stanza era socchiusa e si vedevano chiaramente i

segni lasciati dal piede di porco. La luce del sole filtrava dalla fessura

riversandosi sui miei piedi. Avevo il battito accelerato in modo incongruo.

“Mamma” dissi, senza ricevere risposta.

Mi feci forza e spinsi la porta.

Era incredibile che fosse riuscita a sistemarsi così bene. L’ultima volta che

ero stata lassù dovevo in effetti avere dieci anni circa, ma per come la

ricordavo quella stanza era sporca e ingombra di roba. Adesso, invece,

a parte qualche scatolone in un angolo sotto la parte più spiovente del

tetto, c’erano una scrivania, una poltrona, un letto e, sul pavimento, un

tappeto, come in qualsiasi altra stanza.

La mamma era seduta nella nicchia della finestra con le gambe piegate

e la lunga coda avvolta intorno ai piedi. In controluce vidi che aveva le

orecchie orientate verso di me e che il pelo nero-argento era lucido e

appena lustrato. Mi guardò e allargando le dita per riuscire a leccarsi i

cuscinetti delle zampe estrasse disinvolta gli artigli affilatissimi. Rimasi

lì a fissarla per un lungo istante, ma lei sembrava tutta presa a lavarsi.

Quando ebbe finito, all’improvviso sbadigliò e saltò agilmente sul

pavimento. Premette la lingua contro l’interno del labbro inferiore, incrociò

gli occhi e disse, una risata trattenuta nella voce:

“Embeccheccè?”